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Il mistero di Yonaguni: resti di una antica piramide nel mezzo del Pacifico o una bizzarria geologica?

Reading Time: 8 minutes

 

livello elementare
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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA DELLE ACQUE 
PERIODO: NA
AREA: OCEANO PACIFICO
parole chiave: Yonaguni

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La città perduta di Atlantide è uno degli argomenti preferiti tra gli appassionati di misteri e di archeologia. Se sia veramente esistita o se si tratti solo di una fantasia mitologica è ancora un mistero. Di tanto in tanto si ipotizza una sua localizzazione negli abissi del Mediterraneo o in altre parti del globo, dove bizzarre strutture geologiche sottomarine sembrano richiamare resti di antiche civiltà.

Yonaguni
Oggi parliamo della scoperta di una strana struttura nei mari del Giappone che ha suscitato molto interesse e non solo tra gli archeologi. Nel 1987 un subacqueo giapponese, Kihachiro Aratake, si immerse nelle acque a sud di Yonaguni Jima, l’isola più occidentale a sud del Giappone, per studiare la popolazione di squali martello che si radunano spesso in quella zona. Durante l’immersione il subacqueo scoprì un insieme di strane formazioni sottomarine a gradoni che gli ricordarono una struttura piramidale di origine umana. Incominciò così la storia recente di Yonaguni. Le ipotesi sull’origine della struttura di Yonagumi sono principalmente due:  le rovine di un’antica civiltà risalente all’ottavo – decimo millennio a.C. oppure  una bizzarra struttura geologica formatasi dall’erosione di grandi blocchi sedimentari.

Ipotesi archeologica
Le strutture, secondo Masaaki Kimura, geologo marino dell’Università di Ryukyu, ricordano le rovine di un antico castello, circondato da cinque templi, uno stadio ed un arco trionfale, resti sommersi di una antichissima civiltà. La cosa intrigante per molti appassionati di fanta-archeologia è che se fosse veramente una città sommersa potrebbe collocarsi temporalmente nel periodo del mitico continente di Atlantide. Di fatto, durante le prime ricerche, furono rinvenute tracce di flora, fauna ed anche stalattiti che fecero presupporre che il sito fosse stato in passato emerso.

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lungo i gradoni

Il team di Kimura ha ipotizzato che possa essere una delle più antiche piramidi costruite dall’uomo, cinquemila anni prima di quelle conosciute, costruita in un epoca non chiara al termine dell’ultima glaciazione. All’epoca, geologicamente parlando, Yonaguni faceva parte di un arco continentale che includeva le isole di Taiwan e le Ryūkyū, tra il Giappone e l’Asia. Il livello dei mari, a causa della glaciazione, era più basso di quello attuale per cui la struttura geologica doveva essere quindi emersa.

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Il professor Kimura ha calcolato l’età delle stalattiti ritrovate all’interno di alcune grotte sottomarine in oltre cinquemila anni. Nelle grotte si osservano sulle pareti dei petroglifi rappresentanti animali e persone, cosa che potrebbe confermare l’origine umana della struttura. Ma non tutti la pensano così. Il geologo Teruaki Oshii ritiene addirittura che esse siano state costruite ancora prima della fine dell’era glaciale … si apre quindi un’ipotesi ancora più intrigante … e se fossero le testimonianze delle rovine del continente scomparso Mu?

Mu, un continente perduto o un mito? 
Nel XIX secolo un abate di nome Charles-Etienne Brasseur rinvenne nella biblioteca dell’Accademia Storica di Madrid una copia ridotta del monumentale trattato scritto da Landa, un monaco spagnolo del XVI secolo che asseriva di essere in grado di tradurre la lingua Maia. Brasseur, applicando il metodo del monaco, credette di aver tradotto uno dei pochissimi codici maya superstiti, il Codice Troano, utilizzando l’alfabeto maya inventato dal Landa ed ottenne un testo ambiguo e poco chiaro che sembrava parlare di una terra sprofondata negli abissi in seguito ad un cataclisma.

Il Codice di Madrid (conosciuto anche come Codice Tro-Cortesianus) è un manoscritto in lingua maya, risalente al periodo preispanico. Attualmente è conservato presso il Museo de América a Madrid. È formato da 112 pagine, suddivise in due differenti parti: il Codice Troano ed il Codice Cortesianus, riuniti nel 1888. Si ritiene che il codice provenga da Tayasal, l’odierna Flores, l’ultima città maya conquistata nel 1697; si pensa che fu Hernán Cortés a portarlo in Europa e a donarlo alla corte spagnola. da wikipedia

Trovando nel testo alcuni simboli sconosciuti, Brasseur li tradusse con quelli suggeriti da Landa, ottenendo la parola “MU“, che egli ritenne fosse il nome della misteriosa terra. Così nacque la leggenda di questo continente perduto del Pacifico. La “scoperta” attirò molti curiosi tra cui un colonnello dell’esercito britannico in pensione, James Churchward che ritenne che il continente Mu fosse stato situato nell’oceano Pacifico, un vasto territorio che si sarebbe esteso dalle isole Hawaii ad una una linea immaginaria tracciata tra l’isola di Pasqua e le Figi. Al momento della sua scomparsa, circa 12.000 anni fa, secondo Churchward sarebbe stato abitato da 64 milioni di persone di varie razze, sulle quali predominava quella bianca, con molte grandi città e colonie negli altri continenti. Una bella leggenda che però non trova nessuna validazione archeologica, almeno con le conoscenze attuali. Questo non vuol dire che nel Pacifico non fiorirono però altre civiltà non meno misteriose. Sicuramente lo stile di alcuni reperti archeologici ritrovati nella spiaggia di Tuguru a Yonaguni fanno supporre che gli antichi abitanti avessero contatti con le civiltà del sudest asiatico e che l’isola fosse un punto di passaggio commerciale tra il Giappone e Taiwan.

L’ipotesi geologica
A queste ipotesi, più o meno fantasiose, ne esiste un’altra geologica che sostiene che siamo di fronte ad un bizzarro gioco della natura ed i grandi blocchi monolitici sottomarini siano in realtà il risultato di fenomeni naturali.

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Il Selciato del Gigante è un’area di circa 40.000 colonne di basalto ad incastro, risultato di un’antica eruzione vulcanica. Si trova nella contea di Antrim, sulla costa settentrionale dell’Irlanda del Nord, a circa 4,8 km a nord-est della città di Bushmills

Il geologo Robert Schoch della Boston University ritiene che le strutture siano… tutte naturali e siano il risultato di una geologia di base e di una classica stratigrafia di rocce arenarie che tendono a staccare tra loro diverse placche di fondali marini creando l’effetto particolare dei bordi, specialmente in un’area con una forte attività sismica …”. Altri geologi sostengono che le strutture abbiano caratteristiche simili ad altre formazioni geologiche esistenti in altre parti del mondo come i basalti di Antrim nell’Irlanda del Nord, che formano grandi assembramenti di impressionanti monoliti lungo la costa, circa quarantamila colonne di basalto ad incastro, generati da un’antica eruzione vulcanica. Moltissime pietre sono colonne esagonali, anche se ci sono in realtà pietre con quattro, cinque, sette o otto lati. 

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La ricerca
Quando fu divulgata la scoperta di Yonaguni, il sito attirò immediatamente le televisioni di tutto il mondo; verso la fine del 1997 fu sviluppata la prima mappa della struttura che rivelò l’esistenza di un arco di roccia massiccio e diversi passaggi fra i blocchi che sembravano combaciare perfettamente tra loro. Inoltre, vennero ritrovate strutture simili a rampe di scale, strade lastricate ed incroci che conducevano a piazze circondate da piloni in pietra. Tutto ad una profondità compresa tra i 20 metri e 100 metri.  La struttura sembra molto regolare e misura 120 metri in lunghezza, 40 metri in ampiezza e circa 25 metri in altezza.

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Le immagini parlano da sole e i dubbi rimangono. Cosa sono, dunque, questi enigmatici monoliti poggiati sul fondo del Pacifico? Formazioni naturali scolpite dall’incessante erosione dell’oceano, oppure rovine di una civiltà vissuta alla fine dell’era glaciale e scomparsa a seguito di cataclismi. 

Ma quale civiltà avrebbe potuto vivere e svilupparsi in quell’area geografica?
Gli archeologi ritengono che sin dall’antichità quell’area fu interessata da intensi contatti commerciali tra le diverse culture dell’indo-pacifico. Una tra le civiltà forse più interessanti e misteriose è la cultura Jomon, esistita tra i dodicimila e i duemila anni fa nelle isole giapponesi, spesso assimilata alle antiche culture precolombiane del Nord America.

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un dogū del periodo Jomon

Il termine «Jōmon» non deriva da un nome locale ma è la traduzione in giapponese del termine inglese cord-marked («segnato dalle corde») che si riferisce ai motivi con cui questa civiltà decorava il vasellame di argilla ovvero  utilizzando delle corde avvolte intorno a dei bastoni.

Il termine fu introdotto nel 1879 da Edward Sylvester Morse, studioso statunitense e professore di zoologia presso l’Università di Tokyo, che nel libro Shell Mounds of Omori descrisse i ritrovamenti del kaizuka («cumuli di conchiglie») di Omori. La cultura Jomon forgiò in seguito ceramiche complesse e strane figurine umanoidi, molto particolari. A partire dalla fine del Jōmon iniziale (circa 5000 a.C.) furono prodotte delle “statuette” in argilla dette dogū, bambole di terra, che rappresentavano animali o figure antropomorfe, generalmente femminili dai fianchi e seni esagerati, con occhi rotondi e cerchiati. Le prime dogū erano tozze ma nel Jōmon medio comparve la caratteristica testa a forma di cuore, con un corpo cruciforme con decorazioni generalmente semplici evidenzianti la zona del ventre.

Perchè la lingua Maia è simile a quella giapponese?
Alcuni pensano che in tempi antichi ci furono contatti commerciali fra i popoli dell’estremo oriente e le civiltà del centro america o, addirittura,  avvennero delle migrazioni dalle Americhe verso l’oriente. I ricercatori analizzano i reperti fra le due sponde dell’Oceano Pacifico per ricercare le prove di tali contatti. Non si tratta solo di artefatti stilisticamente simili ma anche di tracce comuni nelle differenti culture che potrebbero far risalire ad una cultura unica precedente. Una delle coincidenze più interessanti è la incredibile similarità fonetica della lingua Maia a quella giapponese, facendo presumere che i due idiomi possano aver avuto un antenato comune. 

Reliquie di un passato lontano pre-diluviano?
E’ possibile che alcuni gruppi di umani, undicimila anni fa, durante le glaciazioni, quando i livelli dei mari erano più bassi, abbiano attraversato il Pacifico e fondato delle città costiere lungo il percorso?  E’ possibile che con lo scioglimento dei ghiacci queste civiltà  furono spazzate via da spaventose inondazioni e i loro resti giacciano ora in fondo al mare?

L’ipotesi non è cosi strampalata. In molti libri antichi si fa cenno ad un diluvio universale che distrusse le civiltà sulla Terra. Stranamente il mito del diluvio si ritrova nei testi sacri ed antichi di tutto il mondo. Basti pensare all‘Atrahasis (mito sumero), l’epopea di Gilgamesh (leggende babilonesi), la Bibbia (Ebrei), Shujing (classico di Storia cinese), Matsya Purana e Shatapatha Brahmana (testi sacri indiani), il Timeo e Crizia di Platone (Grecia), e non ultimo il Popul Vuh della civiltà Maya. Un fatto curioso è che in molte culture l’Uomo che sopravvisse al diluvio alla fine dell’era glaciale, ovvero 11,5 millenni or sono, aveva un nome simile: Noè in lingua ebraica o Noach in quella araba. Nelle mitologie mesopotamiche ritroviamo la stessa leggenda riguardante un mitico sopravvissuto al Diluvio Universale chiamato in sumerico Ziusudra (“Vita dai giorni eterni”), in accadico Atraḫasis (“Grande Saggio”) o anche Utanapištim (“Giorni della vita”). Curiosamente l’Uomo che si salvò costruendo una grande nave dove erano stati ospitati tutti gli animali  alle Hawaii viene chiamato Nu’u. Le coincidenze sono tante e forse anche la civiltà di Yonaguni scomparve durante il grande diluvio circa 10 millenni orsono. 

 

 

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