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SEALAB, trionfo e tragedia nella sfida per colonizzare gli abissi

Reading Time: 5 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA DELLA SUBACQUEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: OCEANO 
parole chiave: SEALAB

 

diver-sealab-i

un diver americano lascia il Sealab I … un passo verso la conquista degli abissi

Tra la fine degli anni 1950 e negli anni 1960, mentre la NASA cercava di mandare un uomo sulla Luna, un gruppo di talentuosi visionari ipotizzò di colonizzare il fondo del mare.

Il “deus ex machina” di questo straordinario progetto fu il Comandante George Bond, ufficiale medico della Marina Militare degli Stati Uniti, che passò dalla sua attività di medico generico per le comunità montane degli Appalachi a quella di pioniere della medicina iperbarica. Abituato ad un approccio molto diretto ai problemi medici legati all’immersione profonda, Bond non avrà timore a testare le sue teorie su se stesso.  Il primo ottobre 1959, insieme a Cyril Tuckfield, effettuò una risalita di emergenza in apnea dalla profondità di oltre 90 metri, uscendo dal sommergibile USS Archerfish poggiato sul fondale del Golfo del Messico. Ma il sogno segreto di Bond era di sviluppare basi sottomarine sui fondali della piattaforma oceanica, a profondità dell’ordine di 200-300 metri, dove gli uomini potessero vivere e lavorare per settimane.

La sua idea viene inizialmente rifiutata dai canali ufficiali della Marina Statunitense ma Bond non si arrese e insieme ad un altro “sognatore”, Walt Mazzone, iniziò il progetto “Genesis” inerente immersioni ad alta profondità. Esse vennero inizialmente simulate in camera iperbarica, respirando miscele di ossigeno ed elio (Heliox). Lo scopo era di dimostrare che, dopo un certo periodo di permanenza ad una data profondità, l’organismo umano si sarebbe totalmente saturato in termini di gas inerte e che la lunghezza della decompressione finale non sarebbe stata più dipendente dal tempo passato in immersione. Qualora dimostrato, si sarebbe potuto rimanere per giorni, settimane o anche mesi in profondità per poi risalire facendo un’unica decompressione con enormi vantaggi operativi ed economici.

sealabi-crew

Gli acquanauti del Sealab I posano con George Bond, 1964. Da destra a sinistra: Bob Barth, George Bond, Lester Anderson, Dr. Robert Thompson, and Sanders “Tiger” Manning.

Il successo dei test e la concomitante tragica perdita in mare del sommergibile nucleare USS Thresher convinsero la Marina Militare Americana della necessità di sviluppare dei mezzi in grado di operare con subacquei ad alta profondità in operazioni di soccorso e recupero, anche per periodi di tempo molto estesi.

Nacque così il programma “Man-in-the-sea”, di fatto concretizzando il sogno di Bond di colonizzare gli abissi con la realizzazione di strutture artificiali sommerse, veri e propri habitat  che furono chiamati Sealab.

sealab-i

Il primo, il Sealab I, venne realizzato “riciclando” vari materiali e con un budget molto ridotto, circa duecentomila dollari. L’habitat era costituito da un cilindro orizzontale lungo 12 metri e con un diametro di 2,7 metri. Una sezione ospitava quattro “acquanauti” ed era pressurizzata con una miscela di elio ed ossigeno; vi era poi una sezione tecnica più piccola contenente la componente elettronica. Essa era però pressurizzata con normale aria viste le incognite di far funzionare apparecchi elettrici in una atmosfera composta dalla ancora poco nota miscela di Heliox.

Una curiosità
Poiché nella sezione abitativa non c’era abbastanza ossigeno per consentire la combustione, gli acquanauti si spostavano nella sezione tecnica quando volevano accendersi una sigaretta! Una botola sul fondo consentiva ai subacquei di entrare ed uscire dall’habitat.

Sealab I, nonostante una serie di inevitabili problemi dovuti all’assoluta novità del progetto, fu un successo, consentendo ai quattro subacquei di vivere a circa 60 metri di profondità dal 20 luglio al primo agosto 1964 sui fondali delle isole Bermuda.

sealab-iiSealab II fu un deciso passo in avanti grazie ad un budget, decisamente più sostanzioso, di due milioni di dollari; simile nella struttura al suo predecessore questo nuovo habitat era lungo 15 metri con un diametro di 3,6 metri. Al suo interno gli acquanauti avevano a disposizione cuccette, un bagno con doccia ed una cambusa. L’habitat venne posizionato al largo delle coste della California alla profondità di 62 metri, proprio sul margine del canyon subacqueo de La Jolla, a nord di San Diego.

Ventotto subacquei, divisi in tre gruppi, vissero sul fondo in turni di 15 giorni per un totale di 45 giorni dal 28 agosto al 12 ottobre 1965. Uno degli acquanauti, l’astronauta John Carpenter, rimarrà sul fondo per 30 giorni consecutivamente.

L’ambiente fu molto più impegnativo di quello delle Bermuda: con un fondale fangoso, ridotta visibilità, ed una temperatura dell’acqua attorno ai 10 oC. Inoltrecon una presenza di squali e velenosi pesci scorpione che sembravano infestare la zona. I subacquei effettuarono una serie di test sia fisici che psicologici per verificare l’impatto di vivere sul fondo sulle performance umane. Come in Sealab I, l’atmosfera interna era composta da elio ed ossigeno; l’alta percentuale di elio causava una forte distorsione nella trasmissione del suono, rendendo difficile capirsi ed aumentando la sensazione di freddo.

Arriviamo ora al Sealab III, programmato per gli inizi del 1969. Il progetto fu ancora più ambizioso e potè godere di un budget di dieci milioni di dollari per sessanta tra acquanauti e subacquei di supporto. Il nuovo progetto aveva l’obiettivo di rimanere sul fondo per due mesi alla profondità di 186 metri vicino le coste dell’isola di San Clemente in California.

sealab-iii

I subacquei usarono il Mark IX, un’evoluzione del Mark VI usato nelle precedenti operazioni; si trattava di rebreather semi-chiuso ad Heliox. Entrambi i modelli erano complessi da gestire e richiesero estrema sensibilità da parte dei subacquei per identificare in tempo utile ogni anomalia.  La sera del 15 febbraio 1969 l’habitat fu calato sul fondo; cinque acquanauti si immersero usando una campana iperbarica per poi trasferirsi  verso il portello d’ingresso della struttura.  Una serie di problemi ritardarono le operazioni e quando finalmente i subacquei raggiunsero l’habitat erano stanchi ed infreddoliti; nonostante strenui tentativi il portello non si aprì e la missione venne cancellata. Dopo lunghe discussioni si decise di rimandare i subacquei sul fondo per un altro tentativo alle cinque di mattina di lunedì 17 febbraio. Due acquanauti, Bob Barth e Berry Cannon, lasciarono la campana per raggiungere l’habitat. Per resistere meglio al freddo i due indossarono una muta sperimentale a circolazione d’acqua calda collegata alla campana con un ombelicale; la muta purtroppo non funzionò correttamente e fu più un ingombro che un aiuto. Mentre Barth cercava di aprire il portello perse il contatto con Cannon. Improvvisamente sentì uno strano suono, si girò per cercare il suo compagno e lo vide in lontananza in preda a convulsioni. Nonostante Cannon venne recuperato ormai fu troppo tardi; non rimase che il mesto ritorno in superficie dei superstiti e del corpo di Cannon. Un’inchiesta identificherà la causa del decesso come intossicazione da CO2 dovuta all’assenza in uno dei rebreather dell’assorbente. Dubbi rimangono ancora oggi sull’esatta causa e dinamica dell’incidente.

Il progetto SEALAB terminò su questa triste nota ma la sua eredità scientifica fu enorme avendo, di fatto, aperto la strada a quelle che oggi definiamo immersioni in saturazione, largamente usate dall’industria petrolifera offshore.

Giorgio Caramanna 

 

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