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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: I SECOLO d.C.
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Miseno, Flotta romana
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La base navale di Miseno era stata preceduta dalla costruzione del già citato Portus Iulius, quando Marco Agrippa aveva assunto il comando delle operazioni navali della guerra Sicula su delega di Ottaviano. In quell’occasione Agrippa aveva creato un porto estremamente protetto, aprendo al mare il lago Lucrino e collegandolo con un canale al lago Averno, in modo da utilizzare il primo come bacino portuale per le navi operative e il secondo come bacino interno per le costruzioni navali e l’allestimento o la riparazione delle unità. Si trattava dunque di una base navale provvisoria, progettata più per costruire, allestire, armare e addestrare una flotta immensa, che non per provvedere ad una durevole sistemazione delle navi e dei relativi equipaggi. Dopo Azio, dovendo realizzare la base navale primaria dell’impero, per la flotta del Tirreno, lo stesso Agrippa concepì la nuova e definitiva sistemazione replicando concettualmente il modello del Portus Iulius basato su due bacini principali, ma sfruttando, quale bacino esterno, una profonda insenatura già esistente a ridosso di Capo Miseno e, quale bacino interno, il retrostante lago Miseno (ora chiamato anche Maremorto). La predetta insenatura era, in effetti, «il più bel porto naturale» presente in Campania, e fu piuttosto semplice collegarlo al lago Miseno con un breve scavo.

Ci si potrebbe allora domandare per quale motivo Agrippa non scelse fin dall’inizio questo favorevolissimo porto naturale, anziché complicarsi la vita con la costruzione delle dighe necessarie per aprire la duna sabbiosa che separava il lago Lucrino dal mare, nonché con il più impegnativo scavo del canale verso il lago Averno e con l’impianto di strutture portuali destinate ad essere successivamente smilitarizzate e cedute ad uso civile. In realtà si trattò di una scelta estremamente oculata, perché quando realizzò il Portus Iulius egli doveva ancora costruire la sua grande flotta e non aveva modo di contrastare le scorrerie piratesche condotte dall’avversario anche sulle coste della Campania. Il porto di Miseno era completamente esposto a tali incursioni, da entrambi i lati della penisola di Capo Miseno, mentre il Portus Iulius era difendibile con un complesso di misure che Agrippa attuò scrupolosamente, facendo anche scavare diverse gallerie, per poter fronteggiare ogni tipo di aggressione con i suoi classiari. Con l’avvento dell’impero quella transitoria debolezza era stata ampiamente superata: vi era una flotta potente e poteva senz’altro beneficiare – in piena sicurezza – della ottimale posizione e conformazione del porto di Miseno.

Carta del porto di Miseno, con la relativa base navale e la cittadina di Misenum (disegno D. Carro).
La nuova base navale di Miseno divenne così il solo complesso portuale dell’antichità classica allestito esclusivamente per finalità militari, ciò che gli consentì di disporre di tutte le infrastrutture necessarie secondo un progetto razionale e rispondente, mentre il Portus Iulius venne lasciato alla marina mercantile. A differenza di Ravenna, la cui antica base navale è stata pressoché totalmente obliterata dai depositi alluvionali, a Miseno la natura non ha modificato sensibilmente l’aspetto generale della costa, pur con evidenti effetti dell’erosione e soprattutto del bradisismo, che ha fatto abbassare il porto di oltre quattro metri. I rilievi subacquei hanno peraltro consentito di individuare gran parte delle strutture portuali più significative. Fra i resti riconoscibili, sono particolarmente notevoli i due moli frangiflutti su arcate, rispettivamente attestati su Punta Terone e Punta Pennata, dotati di bitte e anelli d’ormeggio. Delle antiche banchine è tuttora visibile sott’acqua oltre mezzo chilometro del tratto settentrionale, corredato di numerose bitte di grandi dimensioni. Il centro del porto, sulla Punta Sarparella, è dominato da alcune costruzioni presumibilmente pertinenti alla residenza del praefectus classis, l’ammiraglio comandante in capo della flotta.
All’esterno dell’imboccatura del porto dovevano trovarsi almeno una torre di guardia e un fanale d’ingresso: uno di essi si trovava probabilmente all’estremità di Punta Pennata, poiché sul fondale antistante sono stati individuati i resti sommersi di strutture murarie. Un faro più potente doveva essere in posizione più elevata su Capo Miseno, verso l’estremità più elevata del promontorio, perché solo in quella posizione esso avrebbe potuto essere utile ai naviganti. Un’altra costruzione che, essendo in posizione abbastanza elevata, potrebbe aver avuto delle funzioni di fanale e di semaforo marittimo è la cosiddetta “specola misenate”: un edificio a base quadrata presente sull’alto costone tufaceo di Punta del Poggio. Tale edificio doveva pertanto essere una delle varie torri disseminate sui punti cospicui della costa e delle isole, e aventi la duplice funzione di faro – quale indispensabile ausilio alla navigazione costiera – e di semaforo marittimo, per lo scambio di messaggi ottici (segnali notturni e anche diurni) nell’ambito della rete di comunicazioni necessaria per la sicurezza della base navale e per le esigenze imperiali.
Il porto esterno era collegato al bacino interno tramite un breve canale navigabile, le cui sponde erano unite da un ponte mobile sul quale transitava la strada verso Baia e Pozzuoli. Mentre tutta la parte della base affacciata sul porto esterno era occupata dalle navi operativamente pronte e dalle strutture del comando della flotta, la parte interna, attorno al lago Miseno, era prevalentemente dedicata alle strutture tecniche e logistiche. Fra di esse vi dovevano essere innanzi tutto i navalia, che erano normalmente costituiti come una serie di scali d’alaggio affiancati fra di loro e coperti, sui quali le navi venivano tirate a secco dalla poppa, mantenendo dunque la prora rivolta verso il mare. Con tali strutture le unità che non avevano impegni operativi imminenti venivano conservate nel modo migliore, mantenendone lo scafo al riparo dalle incrostazioni e dai danni provocati dalla teredine. Nei navalia potevano anche essere effettuate le manutenzioni ordinarie e qualche piccola riparazione, mentre gli interventi maggiori e le costruzioni erano affidate ai cantieri navali (in latino textrina) e alle varie officine specialistiche: per le vele, il cordame, le armi, e così via. Il tutto doveva essere affiancato da un gran numero di capienti magazzini, depositi di armi, di vestiario, di viveri, ecc., oltre agli uffici contabili e amministrativi. Di tali antiche strutture, oggigiorno non è purtroppo visibile alcun resto.
Per contro, si sono conservati due eccellenti testimonianze dell’importanza attribuita dai Romani al rifornimento d’acqua della base navale e delle unità della flotta. Per tale esigenza vi erano in zona delle grandi cisterne, come la cosiddetta “Grotta della Dragonara”, prossima alla villa imperiale di Miseno, e soprattutto come la colossale “Piscina Mirabile”, il «monumento più insigne e grandioso che resta della base navale», la più capiente delle cisterne d’acqua romane conosciute, imponente come una cattedrale, interamente scavata nel tufo e alimentata dall’Aqua Augusta Campaniae, convogliata dal grandioso acquedotto che Agrippa aveva fatto pervenire dalla sorgente del Serino fino a lì.
La base navale era ovviamente dotata di tutto quanto occorreva per garantire l’alloggio, il vitto e il benessere del personale, oltre al relativo vestiario, armamento e addestramento: ad esempio, mense, luoghi di ritrovo, terme (balneae classis), edifici di culto, alloggi per gli ufficiali e per i sottufficiali.

Nota come “Piscina mirabile”, è la più grande delle cisterne romane conosciute (capacità di 12.000 mc d’acqua), interamente scavata nella collina attigua al porto di Miseno per le esigenze di rifornimento d’acqua della flotta misenense, ed alimentata da un apposito acquedotto per le caserme degli equipaggi e i castra per i classiari, come avveniva per gli accampamenti stabili delle legioni – foto Domenico Carro
Il lago Miseno era probabilmente sfruttato anche per effettuarvi qualche esercitazione navale invernale o per l’addestramento dei nuovi equipaggi, mentre la stretta striscia di terra che separa il lago dal Canale di Procida – sul quale si affaccia con una lunga spiaggia – si presenta come una sede ottimale per l’addestramento anfibio. In effetti si tratta dell’area che doveva essere utilizzata per le esercitazioni militari dei classiari e che era stata chiamata Schola Armaturarum o Militum Schola, da cui è derivato l’odierno toponimo Miliscola. Va detto che il termine schola potrebbe essere inteso come scuola, cioè come luogo di insegnamento, oppure come sede di un’associazione o corporazione. In questo secondo caso, dovremmo pensare ad un’area dotata di «ambienti per riunioni e banchetti comuni», oltre a «spazi aperti per consentire ai membri la ricreazione e gli esercizi fisici» : attività svolte quindi su base volontaria, un po’ come chi decide, oggigiorno, di andare in palestra per curare la propria forma fisica. A Miliscola permangono tuttora alcuni resti di strutture antiche, ma la loro limitata consistenza e il loro stato non consentono di desumerne la funzione.

Navi rostrate romane tirate a secco sotto le arcate dei Navalia, rappresentate su due affreschi provenienti dalla Casa del Labirinto di Pompei e custoditi dal Museo Archeologico Nazionale di Napoli (foto D. Carro). In basso, aspetto esterno dei Navalia di Roma, lungo la riva sinistra del Tevere laddove il Campo Marzio si affaccia verso l’isola Tiberina.
Tuttavia, pur non potendo trarre qualche utile indicazione dall’archeologia, la maggior parte degli studiosi ha preso le espressioni Schola armaturarum e Militum Schola come una chiara indicazione della funzione addestrativa dell’area di Miliscola. Ciò risulta peraltro coerente con lo spirito che animava le forze armate romane, che sottoponevano i combattenti a reiterate esercitazioni, com’è implicito nella stessa parola exercitus.
Nei pressi della base navale si sviluppò la cittadina marinara di Misenum, funzionale alle esigenze della flotta e abitata in buona parte dai veterani di marina e dalle famiglie degli ufficiali, sottufficiali e classiari in servizio. La fitta presenza di abitazioni recenti ha in gran parte occultato o distrutto i resti degli edifici antichi. Tuttavia, all’inizio dell’Ottocento erano ancora visibili «molti avanzi di fabbriche» prossime al lato meridionale del bacino interno e ampie parti del teatro cittadino, direttamente collegato ad una galleria che raggiungeva l’area del porto, tramite una rampa o una scalinata, per far entrare il personale della flotta. Oltre al teatro, le costruzioni pubbliche in città furono: almeno due edifici termali, entrambi adibiti ad uso pubblico (balneae publicae); il sacello degli Augustali, edificio religioso destinato al culto del genio dell’imperatore e dei precedenti imperatori divinizzati, a cura dell’apposito collegio sacerdotale; un edificio a carattere monumentale, con archi e colonnati, affacciato sulla banchina; il Foro cittadino, non ancora individuato con certezza, ma che era probabilmente collegato al predetto edificio e pertanto prossimo al porto. Infine, è stato rinvenuto un complesso di monumenti funerari dei classiari collocati, secondo l’uso romano, fuori città, sulla via che da Misenum si dirigeva verso Cuma. Fra gli edifici di epoca imperiale affacciati sull’antica strada (coincidente, in quel tratto, con l’odierna via Cappella) spiccano per monumentalità due mausolei a colombario risalenti uno all’epoca flavia e l’altro a quella antonina.
Domenico Carro
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estratto dal saggio Classiari di Domenico Carro – Supplemento alla Rivista marittima aprile-maggio 2024 – per gentile concessione della Rivista Marittima, dedicato alla memoria del figlio Marzio, corso Indomiti, informatico visionario e socio del Mensa, prematuramente scomparso
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PARTE IV
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