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Visby, 28-29 luglio 1566: il funerale che fece naufragare una flotta

tempo di lettura: 10 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: SVEZIA
parole chiave: Visby, guerra settentrionale dei sette anni
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La Guerra settentrionale dei sette anni, che tra il 1563 e il 1570 vide la Svezia governata dal re Erik XIV opposta alla Danimarca e alla città di Lubecca, è considerata una delle prime grandi guerre navali dell’epoca moderna. Nel corso delle ostilità vi furono numerosi scontri tra le flotte dei due contendenti, ma si verificò anche uno dei maggiori disastri navali causati dalle condizioni meteorologiche. In un precedente articolo ho già accennato alla battaglia dell’isola di Oland del 1564, nel corso della quale esplose la grande nave svedese Mars. I due anni successivi videro altri scontri, nei quali la flotta svedese riuscì a strappare, almeno temporaneamente, a quella dano-lubecchese il controllo del Mar Baltico, a catturare numerosi mercantili carichi del prezioso sale e, cosa ancora più importante, ad assicurarsi spesso il controllo dell’accesso al mar Baltico cosa che permetteva di riscuotere i ricchi proventi assicurati dalla riscossione della tassa che i mercantili dovevano pagare per accedervi, privando contemporaneamente la Danimarca di quella considerevole fonte di reddito.

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Il 7 giugno 1565 la flotta svedese composta da 49 bastimenti al comando di Otto Rudd, affrontò quella alleata che contava 36 bastimenti, 22 danesi e 14 lubecchesi. Sia gli svedesi che gli alleati persero tre navi, ma le perdite degli alleati furono superiori, circa 2.100 uomini, oltre alla nave ammiraglia Jegermesther, per cui gli svedesi ritennero di aver conseguito una grande vittoria. Dopo il combattimento, come era usuale le due flotte tornarono alle rispettive basi per riparare i danni. Lo scontro seguì lo stesso schema di quelli che lo avevano preceduto: i bastimenti alleati, che erano armati con artiglierie più leggere di quelle degli avversari, facevano soprattutto affidamento sull’abbordaggio per sopraffare il nemico; le navi svedesi, armate con artiglierie più pesanti cercavano invece di evitare il combattimento a distanza ravvicinata e perciò assicuravano lungo e perpendicolarmente alle loro fiancate dei buttafuori per impedire alle navi alleate di affiancarle.

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Dipinto commemorativo per Sweder Hoyer, predicatore a St. Jakobi e sulla flotta di Lubecca nella guerra delle Tre Corone contro la Svezia nel 1565. Hoyer morì di epidemia il 4 ottobre 1565 all’età di 28 anni. Particolare del dipinto su tavola della Jakobikirche a Lubecca – Fonte Letteratura: monumenti architettonici e artistici della città libera e anseatica di Lubecca, volume III. pp.407/408 Denkgemälde Sweder Hoyer 1565 HL.jpg – Wikimedia Commons

Nel 1566 le due flotte seguirono lo stesso schema operativo degli anni precedenti. Gli svedesi armarono ben 67 bastimenti, ma quando l’ammiraglio Klas Kristersson Horn uscì in mare a maggio aveva con sé solamente 46 navi. Portatosi al largo di Dragør, allo sbocco meridionale dell’Øresund, da dove controllava l’ingresso nel mar Baltico, come nell’anno precedente ottenne il pagamento del tributo da un gran numero di mercantili; il 29 maggio l’apparizione della flotta alleata forte di 36 bastimenti al comando di Hans Lauritsøn costrinse l’ammiraglio svedese a ritirarsi, abbandonando sei delle sue navi che si erano arenate. Lauritsøn perse però l’occasione di catturarle perché decise di attendere l’Hannibal, la nave del suo viceammiraglio Jens Christenson che si era ingavonata a causa dello spostamento della zavorra mal sistemata, dando così alle navi svedesi il tempo di liberarsi. Quando l’assetto dell’Hannibal fu corretto, il vento aveva cambiato direzione e alla flotta alleata riuscì impossibile doppiare la punta della penisola di Falsterbo per inseguire gli svedesi. Diverse centinaia di mercantili che nel frattempo erano salpati da Copenhagen furono così catturati dagli svedesi, anche se la maggior parte di essi fu rilasciata dopo il pagamento della tassa; Horn trattenne come prede una cinquantina di bastimenti carichi di sale.

Le due flotte si incontrarono nuovamente il 26 luglio al largo della punta settentrionale dell’isola di Oland. Lo scontro iniziò verso le 9 del mattino e fu del tutto inconcludente: si risolse in una serie di combattimenti isolati di nave contro nave; molte navi furono danneggiate ma nessuna fu persa. Verso sera la flotta alleata ruppe il contatto e si ritirò, ma la flotta svedese, che aveva sofferto anch’essa dei danni e aveva sei navi che facevano acqua, non la inseguì, preferendo rifugiarsi nell’arcipelago per riparare i danni e far riposare gli esausti equipaggi. Una delle navi più danneggiate era la nave ammiraglia di Lubecca che aveva perso l’albero maestro, ma quella che per le conseguenze che avrà si rivelerà la perdita più grave fu la morte di Kristoffer Mogensøn, il comandante del bastimento danese Herkules, o Akilles secondo le fonti, che era stato decapitato da una palla di cannone.

Mentre i corpi dei marinai e i soldati alleati uccisi furono frettolosamente gettati in mare Mogensøn, che apparteneva all’aristocrazia, aveva il diritto di essere sepolto in terra consacrata. Lauritsøn stabilì quindi che la flotta si dirigesse immediatamente alla volta dell’isola di Gotland, che era il possedimento danese più vicino. L’ammiraglio lubecchese Bartholomeus Thinnappel, che era anche il sindaco della città anseatica, avrebbe invece voluto che la flotta alleata si ritirasse a Danzica per effettuare le necessarie riparazioni, ma l’ammiraglio danese ebbe l’ultima parola. L’intera flotta alleata fece quindi rotta alla volta della cittadina di Visby sita sulla costa occidentale dell’isola di Gotland, che distava una quarantina di miglia dall’area della battaglia; la flotta gettò l’ancora davanti a Visby il 27 luglio.

Il governatore dell’isola, Jens Bilde, che ne conosceva a fondo la costa, sconsigliò ripetutamente l’ammiraglio di rimanere all’ancora davanti alla città perché l’ancoraggio era noto per la sua pericolosità con il maltempo: l’intera isola di Gotland è di origine calcarea e il fondale antistante molte sezioni della sua costa, compresa quella di Visby, è costituito da una serie di terrazze calcaree che digradano a gradoni ad una profondità che va da 3 a 6 metri. Le navi che per qualche motivo andavano alla deriva quasi certamente si schiantavano contro l’orlo di uno di questi gradoni. Lauritsøn non diede però alcun peso né agli avvertimenti di Bilde né alle proteste di molti dei suoi comandanti, affermando che le navi erano ben provviste di ancore e arrivando a minacciare di accusare di ammutinamento chi protestava. La notte tra il 27 e il 28 luglio una burrasca investì la costa e molti bastimenti dovettero sghindare gli alberetti mentre ad alcuni si ruppero i cavi delle ancore, senza però gravi conseguenze.

Nonostante ciò, Lauritsøn si rifiutò di ascoltare i suoi comandanti che gli consigliavano di approfittare del vento che era diventato favorevole per allontanare la flotta dalla costa affermando che in quella stagione le tempeste non si scatenavano tutte le notti. Nonostante gli ordini dell’ammiraglio, i comandanti più prudenti e più incuranti delle sue minacce spostarono i propri bastimenti in acque più sicure. Il funerale di Mogensøn, al quale presenziarono tutti gli ufficiali superiori della flotta, ebbe luogo nel pomeriggio del 28 luglio; dopo l’esequia, molti di coloro che vi avevano partecipato si trattennero a terra fino alla sera, poi fecero ritorno a bordo delle loro navi. Nonostante il tempo fosse calmo, il mare sembrava agitato; secondo quanto riportato dalla “Kong Friderich den Andens Krönicke”, una cronaca degli avvenimenti accaduti durante la guerra dei sette anni scritta nel 1680 dal danese Peder H. Resen, “il tramonto era strano e colorato di giallo e verde; la notte precedente i marinai avevano udito strani rumori provenire da sotto le carene delle navi e anche alla sera del 28 udirono degli strani rumori provenire dal fondo del mare come se vi stesse avendo luogo una strana tempesta; altri strani gemiti furono uditi in cielo e molti si meravigliarono3.

Improvvisamente, alle due di notte si scatenò una terribile burrasca: sempre secondo una testimonianza oculare riportata nella cronaca di Resen “nessuno in terra o nelle case aveva udito o ricordava che si fosse mai scatenata una tempesta simile. Durò sei lunghe ore e né ancore né intervento umano poterono salvare le navi o gli uomini. Molte navi entrarono in collisione l’una con l’altra e la maggior parte derivò verso la costa e si sfracellò mentre dalla città e dalle mura del castello si udirono le grida e i pianti degli uomini. Nessuno poté aiutarli o assisterli in alcun modo. Quella notte fu una delle più terribili e tristi che questa terra abbia visto in più di cent’anni.

Sotto la furia degli elementi le ancore ararono e le loro gomene si spezzarono; molti bastimenti si rovesciarono, affondarono o furono spinti verso la riva dove si infransero contro i gradoni di calcare sommersi.

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Fig. 1: la tempesta, immagine tratta dalla rivista web Populär Historia, © Petter Lönegård/Lönegård & Co

Lo spettacolo che si offrì all’alba del 29 era raccapricciante: erano naufragate dodici navi danesi1 e tre lubecchesi2 ed erano morti tra 5.000 e 7.000 uomini; la riva davanti alla città era coperta di cadaveri e di rottami delle navi naufragate. Tra gli affogati vi erano anche entrambi gli ammiragli, che furono seppelliti nella cattedrale di Visby. Nel naufragio della nave ammiraglia Samson perirono più di 1.000 uomini e se ne salvarono solamente 5 che riuscirono a raggiungere la riva. Con la Engelen perì tutto l’equipaggio tranne 15 marinai che riuscirono a raggiungere la costa aggrappati a dei rottami. Con la nave Hannibal perì il viceammiraglio Jens Truidsøn Ulfstand con 948 uomini; si salvarono solamente 5 alfieri e 2 mozzi. 1.000 uomini perirono nel naufragio dell’ammiraglia lubecchese Morianen.

Dal disastro si salvarono solamente le navi, 17 danesi e 8 di Lubecca, che si erano prudentemente allontanate dalla costa e che riuscirono a spiegare le vele ed avevano abbastanza acqua per bordeggiare.
Gli annegati furono seppelliti in fosse comuni dagli abitanti di Visby e i marinai sopravvissuti furono alloggiati nelle fattorie, nelle case e nel castello di Visby. Nessuna delle navi naufragate poté essere recuperata, ma furono immediatamente avviate le operazioni di recupero delle loro artiglierie e delle alberature anche mediante l’utilizzo di campane da immersione; secondo i documenti dell’epoca il recupero durò fino al 1575. Molto probabilmente le parti in legno di minori dimensioni furono recuperate dagli abitanti di Visby e utilizzate come legna da ardere o da costruzione. Col tempo, ogni traccia della tragedia scomparve; probabilmente a causa del fondale calcareo i resti dei relitti che non erano stati recuperati furono asportati e dispersi dalle maree e dalle burrasche. L’interesse per i relitti si accese negli anni ’60 del ‘900; nel 1965 in un’area di fondale distante circa 75 m dalla riva furono trovati alcuni oggetti ad una profondità di 6-7 metri, tra cui monete danesi coniate nel 1564 e 1565 e concrezioni che contenevano palle di cannone e di moschetto.

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Era pressappoco l’area in cui in una incisione (fig. 2), che raffigurava la tragedia acclusa alla cronaca di Peder, era indicato l’Hannibal semiaffondato. Una conferma che gli oggetti individuati provenivano proprio dall’Hannibal venne dal ritrovamento di un cucchiaio d’argento che in base alle iniziali e alle insegne araldiche che vi erano incise è ritenuto essere appartenuto al viceammiraglio Jens Truidsøn Ulfstand e a sua moglie Lisbeth Bille 5. Nel 1982 altri oggetti provenienti da una nave naufragata furono individuati davanti al villaggio di pescatori di Brissund, 10 km a nord di Visby. Tra i primi oggetti ritrovati vi erano numerose monete d’argento di origine germanica datate tra il 1500 e il 1566, per cui si ritiene che la nave naufragata facesse parte della flotta alleata distrutta il 29 luglio; inizialmente si riteneva che potesse trattarsi della Engelen, ma più dettagliati studi e analisi hanno portato a concludere che si tratti invece di una delle tre navi lubecchesi e più precisamente la Josva che nell’incisione della cronaca di Pender è l’unica raffigurata molto a nord di Visby.

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Per spiegare il fatto che la nave sia naufragata a così grande distanza da Visby è stata avanzata l’ipotesi che il suo equipaggio all’inizio della tempesta sia riuscito a spiegare qualche vela e ad allontanarsi dalla riva navigando di bolina, ma che successivamente non sia riuscito a virare per intraprendere un nuovo bordo e perciò il bastimento sia stato trascinato alla deriva fino a Brissund, dove si schiantò contro il bassofondo antistante la riva. Nel 2007 nell’area fu recuperato un grande cannone di ferro forgiato a retrocarica completo del suo affusto ligneo monoblocco (figure. 3 e 4). Il cannone era coperto di concrezioni e fu necessario un lungo ed accurato lavoro per ripulirlo e successivamente separarlo dall’affusto (fig. 5).

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Del cannone è stata realizzata una copia “funzionante” in grandezza naturale che è stata utilizzata per tiri dimostrativi ed è ora esposta in un museo.

Aldo Antonicelli
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in anteprima mappa che mostra le diverse battaglie navali della Guerra dei Sette Anni del Nord, ad esempio la battaglia di Bornholm del 1563 (a sinistra), la battaglia di Öland del 1564 (in alto), la battaglia di Gotland del 1565 (al centro), le perdite nella tempesta vicino a Gotland 1566 (a destra) e un’altra battaglia del 1567. Rappresentazione contemporanea della Guerra delle Tre Corone – Autore Gasparis Ens Lorchensis Gotland 1563-1570.jpg – Wikimedia Commons 


Note

1 Le navi danesi che naufragarono furono: Samson, Hannibal, Merkurius, Akilles, Engelen (4), Floris, Solen, Køgehøgen, Papegøjen, Gribben, Engelske Fortun and Hertug Adolfs Pinke – autore 

2 Quelle lubecchesi: Morianen, Josva and Meerweib.

3 “The Chronicle of King Friderich the Second” cit.

4 Da non confondersi con l’omonima nave lubecchese Engelen (o Engel come è denominata in alcuni testi) che partecipò al combattimento del 1654 in cui esplose la svedese Mars e che a sua volta affondò per esplosione o incendio l’anno successivo.

(3) Rune Fordal, “The disaster at Visby”, cit.

Fonti

R.C. Anderson, Naval Wars in the Baltic, Londra 1910.
Dick Harrison, Storm knäckte danska flottan 1566, Populär Historia, https://popularhistoria.se/…/storm-knackte-den-danska….

Dal sito web HUMA, Heritage Underwater Maritime Archaeology Gotland, http://www.magotland.se/eng.:

– A. Adolfsson e R. Fordal, “The Visby Sea Disaster of July 28th 1566”.
– R. Fordal, “The disaster at Visby 1566, a maritime archaeological project”.
– “The Funeral that buried a fleet”.
– “The Chronicle of King Friderich the Second – Seven Years of Feud with Sweden” by Peder H. Resen (1680)”, Speech by Gunnar Svahnström at the memorial service in Visby church on July 28th 1966 in the memory of the Danish-Lübeck fleet that wrecked outside Visby on July 28th 1566.
– “An afternoon in the name of maritime archaeology”.
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