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All’alba della fine del COP 28 si riafferma il concetto di sostenibilità delle parti che mette a freno gli estremismi ambientalistici

tempo di lettura: 9 minuti

 

livello elementare

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ARGOMENTO: AMBIENTE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: COP 28
parole chiave: futuro sostenibile

 

Settembre 2023 è stato il quarto mese consecutivo con temperature globali record“, ha affermato la dottoressa Sarah Kapnick, senior scientist del NOAA. “Non solo è stato il settembre più caldo mai registrato, ma è stato di gran lunga il mese più atipicamente caldo di tutti gli altri in 174 anni di mantenimento del clima da parte della NOAA.

Cosa vuol dire?

Significa che al di là di speculazioni gratuite tra negazionisti e fondamentalisti climatici, questo è un fatto che non può essere negato. Come OCEAN4FUTURE abbiamo sempre riportato pragmaticamente i fatti, sottolineando quanto sia importante monitorare il clima per valutare soluzioni sostenibili prima che sia troppo tardi; ma bisogna ora andare oltre, passando dalle parole ai fatti. Ai proclami ideologici (che fanno sempre pensare) devono seguire azioni concrete e ben pesate per mitigare un trend che non possiamo trascurare. Purtroppo gli effetti sugli oceani sono devastanti; immaginatevi una pentola che subisce un calore continuo ed in aumento … anche spegnendo la sorgente di calore, resterà calda per molto tempo e i danni all’ambiente saranno tali da richiedere lunghi, forse troppo, periodi di recupero … nel frattempo gli effetti si protrarranno, con siccità, carestie, epidemie e conflitti causati da un lato dalla necessità di sopravvivenza dei popoli meno fortunati dall’altro dalla corsa per approvvigionarsi le sempre minori risorse. Un’equazione che come vedremo vede separati pericolosamente due aspetti: il benessere “globale” e l’ambiente.

Ogni anno ricorre la Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici; quest‘anno la XXVIII edizione, si è svolta dal 30 novembre al 12 dicembre 2023 all’Expo City di Dubai sotto la presidenza degli Emirati Arabi Uniti. Quasi due settimane di incontri, scambi, ricerche di consenso per assicurare un futuro percorribile e sostenibile. Quest’anno sono stati affrontati quattro temi trasversali volti ad affrontare le cause del cambiamento climatico ed a gestire gli effetti di un pianeta che continua a riscaldarsi: Tecnologia e Innovazione; Inclusione; Comunità e Finanza.  Caposaldi importanti perché a fronte di una situazione di continua emergenza abbiamo bisogno di investire sempre più in tecnologia e innovazione, comprendere le esigenze dei Paesi in prima linea, studiare come poter armonizzare le nostre necessità a fronte di un benessere comune, in particolar modo senza impattare sugli equilibri economici.

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Una situazione complessa

Il 14 settembre 2023 è stato pubblicato il rapporto United in Science 2023, realizzato dall’Organizzazione meteorologica mondiale (WMO) con i contributi di diciotto tra agenzie delle Nazioni Unite e organizzazioni internazionali. Di fatto una prima doccia fredda sugli entusiasmi dei partecipanti: solo il 15% degli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDG) approvati precedentemente, potrà essere raggiunto entro il 2030. Per mantenere il riscaldamento medio globale al di sotto dei 2 °C (accettando un limite minimo del 1,5 °C) le emissioni globali di gas serra dovranno essere ridotte almeno del 30% entro il 2030, con l’obiettivo di azzerare quelle dell’anidride carbonica (CO₂) entro il 2050. Una riduzione delle emissioni che dovrà tener conto che le tendenze delle emissioni globali di gas serra potrebbero aumentare del 9% rispetto ai livelli del 2010 prima del 2030 1. Un aumento confermato il 20 novembre 2023 nel rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente (UNEP) 2

In sintesi, una situazione non confortante: impegni solamente in parte rispettati (15%) a fronte della necessità di aumentare ancora la riduzione delle emissioni di CO2.

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Sultano Ahmed Al Jaber, Presidente del COP 28, European Commission – autore foto Claudio Centonze File:Sultan Ahmed Al Jaber, President designate of COP28, at the European Commission – P062345-302827.jpg – Wikimedia Commons

Quest’anno, a presiedere la COP28, è stato nominato Sultan Ahmed al-Jaber, amministratore delegato di Abu Dhabi National Oil Company (ADNOC), fondatore e presidente di Masdar (compagnia statale di energie rinnovabili), ministro dell’industria e della tecnologia avanzata, ex inviato speciale emiratino per il clima. Sebbene la sua nomina sia stata contrastata nel mondo ambientalista, in quanto appartenente alla principale compagnia petrolifera degli Emirati, nella conferenza stampa iniziale Al Jaber ha comunicato che, dopo un anno di riunioni, era stato approvato il Fondo per perdite e danni con un contributo iniziale da parte degli Emirati di 100 milioni di dollari. Questo fondo dovrebbe risarcire i Paesi più colpiti, consolidando le loro economie come risarcimento danni da parte dei Paesi più industrializzati.

Una visione unica? Non proprio

Gli interventi dei vari rappresentanti, pur confermando la situazione, hanno posto in risalto il rapporto necessità vs sostenibilità. Il vertice è stato aperto dal sultano Mohammed bin Zayed Al Nahyan, Presidente degli Emirati Arabi Uniti, che ha comunicato la creazione del fondo ALTÉRRA per il clima con una dotazione di 30 miliardi di dollari, di cui 25 per le strategie climatiche e 5 per gli investimenti nel Sud globale, con lo scopo di attrarre 250 miliardi di dollari di investimenti entro la fine del decennio. Gli interventi successivi hanno sottolineato la gravità della situazione, invitando tutte le nazioni a non perdere più tempo. Pieni di pathos i messaggi di António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite e di re Carlo III del Regno Unito, da sempre sensibile ai temi dell’ambientalismo: «Prego con tutto il cuore affinché la COP28 costituisca un altro punto di svolta fondamentale verso un’autentica azione di trasformazione in un momento in cui, come gli scienziati avvertono da tanto tempo, stiamo già assistendo al raggiungimento di punti di non ritorno allarmanti». Inoltre, Carlo III ha sottolineato che la conferenza “deve impegnare i paesi a triplicare la capacità di energie rinnovabili, raddoppiare l’efficienza energetica e portare energia pulita a tutti, entro il 2030.

Il re di Tonga, Tupou VI, ha ribadito fermamente to che «gli impatti di vasta portata dei cambiamenti climatici e dei disastri sulla sicurezza umana e sulla mobilità provocano ogni anno lo spostamento di oltre 50 000 persone nel Pacifico, a causa di eventi legati al clima e ai disastri»

Il presidente brasiliano Lula da Silva, che nel 2025 ospiterà la COP 30, ha comunicato la riduzione della deforestazione che si azzererà entro il 2030 ed ha chiesto fondi per ricompensare i paesi che la ridurranno.

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha sottolineato l’importanza di fissare «il prezzo del carbonio, elemento centrale del Green Deal europeo»; i Paesi più inquinatori devono risarcire gli altri o rinnovare in tecnologie pulite. Inoltre ha sottolineato come «Dal 2005 il sistema di scambio di quote di emissione dell’Unione europea ha ridotto le emissioni nei settori interessati di oltre il 37% e le sue entrate hanno totalizzato oltre 175 miliardi di euro».

Tra le iniziative va menzionato, nell’ambito del Global Methane Pledge, lanciato dall’UE e dagli Stati Uniti, il fatto che oltre 150 paesi stanno operando per ridurre le emissioni globali antropogeniche di metano del 30% rispetto ai livelli del 2020 entro il 2030. Più prudenti i paesi produttori: il presidente colombiano Gustavo Petro ha comunicato che la Colombia aderirà all’Iniziativa del Trattato di non proliferazione dei combustibili fossili (Fossil Fuel Non-Proliferation Treaty Iniziative). Sinora dieci Paesi hanno aderito ma solo due tra i produttori di combustibili fossili.

A tal riguardo, tra le iniziative in corso, Stati Uniti d’America, Repubblica Ceca, Cipro, Repubblica Dominicana, Islanda, Kosovo e Norvegia hanno annunciato l’adesione a Powering Past Coal Alliance (PPCA), per l’eliminazione graduale del carbone.

John Kerry, inviato speciale degli Stati Uniti per il clima, ha affermato: «lavoreremo per accelerare l’eliminazione progressiva del carbone in tutto il mondo, costruendo economie più forti e comunità più resilienti. Il primo passo è smettere di peggiorare il problema, smettere di costruire nuove centrali a carbone». Altri Paesi, come la Francia, hanno lanciato il Coal Transition Accelerator, per facilitare una transizione sostenibile dal carbone all’energia pulita.

Toccante il messaggio di Papa Francesco, riferito in sua vece dal Cardinale Pietro Parolin, Segretario di Stato vaticano, che ha sottolineato come “la devastazione del creato è una offesa a Dio”, un forte messaggio che resta nel solco dell’enciclica “Laudato Si” alla vigilia della COP 21 di Parigi, e dell’esortazione Laudate Deum alla vigilia di questo appuntamento.

Interessante e critica ancora una volta la posizione dell’India, oggi la nazione più popolosa del mondo, che sottolinea il fatto che dovrà fare affidamento sul carbone per soddisfare il proprio fabbisogno energetico e che la priorità del Paese resta la riduzione della povertà, che richiede un maggiore utilizzo di energia. Per quanto sopra è essenziale una maggiore azione comune sul cambiamento climatico. Va premesso che l’India è il terzo produttore mondiale di carbonio, responsabile del 7,3% delle emissioni globali di gas serra nel 2022, generate da 1,43 miliardi di persone, pari al 18% della popolazione mondiale ma le sue emissioni pro capite nel 2022 sono state equivalenti a 2,76 tonnellate di anidride carbonica, meno di un sesto delle emissioni pro capite degli Stati Uniti e 24 volte inferiori a quelle del Qatar, il più grande emettitore pro capite del mondo.

Una posizione ferma che mette l’assemblea di fronte a due realtà.

La presidente del consiglio dei ministri italiano Giorgia Meloni ha annunciato che l’Italia si impegna a versare 100 milioni di euro al Fondo per perdite e danni e che il Fondo italiano per il clima, che ammonta a 4 miliardi di euro, sarà destinato per il 70% all’Africa. Inoltre ha confermato che l’Italia sta facendo la sua parte nel processo di decarbonizzazione, sottolineando la necessità di «una sostenibilità ambientale che non comprometta la sfera economica e sociale, una transizione ecologica non ideologica». In parole semplici … un cammino sostenibile.

Simon Stiell, Capo Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (IPCC) delle Nazioni Unite per il clima, ha affermato che l’attuale bozza del testo è “un mucchio di liste di desideri e pesanti prese di posizione ed ha lanciato un accorato appello ai negoziatori affinché mantengano vivo l’obiettivo di una soglia di riscaldamento globale di 1,5°C fissata dall’Accordo di Parigi, evitando deviazioni e tattiche politiche che tengano in ostaggio l’ambizione climatica”. Sebbene ci siano progressi nella riduzione delle emissioni e dei costi delle energie rinnovabili, resteranno critiche le perdite nei paesi in via di sviluppo (stimate superiori a 400 miliardi di dollari all’anno in aumento) per cui il nuovo fondo per perdite e danni, gestito della Banca Mondiale, dovrà farsene carico per evitare l’aumento dell’instabilità sociale, erogando denaro ai paesi in via di sviluppo grazie ai fondi elargiti dai paesi più sviluppati, dalle economie emergenti e dai produttori di combustibili fossili.

Ma l’India non sembra remare nella stessa direzione, difendendo l‘uso dei fossili e, in particolare, del carbone (di cui è il maggiore produttore mondiale) a fronte delle necessità di sopravvivenza del suo pese, il più popolato del mondo. Nonostante l’India abbia firmato un impegno in materia di energia rinnovabile e un impegno ed a sviluppare sistemi sanitari a basse emissioni di all’ultimo G20 di agosto, di fatto, il tenore di vita medio dell’India è molto inferiore a quello degli Stati Uniti e del Qatar, con 210 milioni di persone che vivono in povertà secondo i parametri delle Nazioni Unite per cui, essendo un combustibile fossile a basso costo facilmente disponibile nel paese, è essenziale per alimentare il suo sviluppo economico. Per quanto sopra, l’India non ha firmato alcuna dichiarazione che menzioni la decarbonizzazione, incluso il Global Renewables and Energy Efficiency Pledge, che mira a triplicare la capacità di generazione di energia rinnovabile entro il 2030 e chiede la fine di nuovi investimenti nel carbone. Inoltre, secondo Anjal Prakash 4, ricercatore presso l’Indian School of Business di Hyderabad, l’India ritiene che i negoziati COP siano sbilanciati a favore dei Paesi economicamente più abbienti e sta anche investendo in misure di decarbonizzazione a livello nazionale prevedendo di aumentare la quota di elettricità prodotta da energia solare ed eolica al 35% entro il 2032 (rispetto al 10,6% nel 2022) e quella da combustibili non fossili (compresa l’energia idroelettrica) dal 43% al 50% entro il 2030. In sintesi, secondo Gayathri Vaidyanathan, l’India non prenderà in considerazione la possibilità di riduzione di emissioni assolute fino a diventerà un’economia ad alto reddito 4.

Conclusioni

Qualche sprazzo di luce a fronte di una politica basata su una concreta pragmaticità, rifuggendo da ogni premessa ideologica o morale, ovvero questa una realpolitik di nota memoria. Riusciranno i grandi della Terra a trovare una soluzione a equazioni che vedono da un lato la sopravvivenza del pianeta e dall’altro il mantenimento squilibrato del suo benessere? Si continuano a ostracizzare soluzione meno impattanti come il nucleare a favore di altre che hanno una resa energetica ancora insufficiente. Quello che non si valuta sufficientemente sono gli altri fattori che influenzano il clima della Terra in modo periodico e non periodico. I parametri orbitali della rivoluzione terrestre cambiano quasi ciclicamente su una scala multi millenaria (variazioni di eccentricità, inclinazione assiale e precessione dell’orbita terrestre), come interpretato da Milanković, e cambiamenti nella la geometria dell’orbita influenza la quantità di insolazione. I fattori non periodici della variabilità climatica della Terra includono eruzioni vulcaniche e collisioni con grandi oggetti extraterrestri, ad esempio gli asteroidi. Un importante fattore climatico è l’acqua nelle sue tre fasi dove gli Oceani occupano un ruolo fondamentale. Le attività nella biosfera sono responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni di CO2, il cui contributo globale è stato valutato del 96% del ciclo globale del carbonio, il resto, il 4%, sono emissioni umane. Il problema è che queste attività sono maggiori a temperature più elevate, poiché la velocità delle reazioni biochimiche aumenta con la temperatura, il che porta ad un aumento delle emissioni naturali di CO2.

Ci troviamo di fronte ad un problema di chicken vs egg, il rapporto tra la gallina e l’uovo ovvero tra la l’aumento della temperatura e quello del CO2. Si tratta di un processo unidirezionale o bidirezionale? 3

Come sappiamo una maggiore concentrazione di CO2 nell’atmosfera rende la biosfera più produttiva a causa del cosiddetto effetto di fertilizzazione del carbonio, con conseguente inverdimento della Terra che provoca un’amplificazione del ciclo del carbonio, al quale anche gli esseri umani contribuiscono attraverso le colture e le colture con una gestione non ottimale del territorio. In parole semplici, l’aumento del CO2 provoca un aumento delle temperature e viceversa. Per questo motivo è spesso ingenuo aspettarsi risposte complete ai problemi legati a questi sistemi altamente complessi dove le variabili non sono ancora ben chiare.

Bisogna comunque attenersi ai fatti: la temperatura sta salendo e stiamo avvicinandoci ad un punto di non ritorno per cui dobbiamo contemporaneamente continuare a monitorare le variazioni del clima ed agire per mitigare tutte le cause possibili in maniera sostenibile in quanto imposizioni (tra l’altro non accettate da Paesi demograficamente più importanti per ragioni soggettive) possono comportare chiusure mentali e pericolosi squilibri sociali.

In un mondo multipolare, dove gli interessi delle nuove superpotenze si accavallano con pericolose alleanze, ci possiamo domandare se a qualcuno interessa veramente il futuro del pianeta, ricordando visioni distopiche che, finora, hanno trovato spazio solo nella letteratura e nel cinema.

 

Note

1 secondo un rapporto della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC) del 14 novembre 2023, basato sui contributi di 195 paesi aderenti

2 Emissions Gap Report 2023: Broken Record – Temperatures hit new highs, yet world fails to cut emissions (again), secondo il quale le emissioni globali di gas serra sono aumentate dell’1,2% dal 2021 al 2022, raggiungendo un nuovo primato di 57,4 gigatonnellate di anidride carbonica equivalente (GtCO₂e).

3 Rapporto “On Hens, Eggs, Temperatures and CO2: Causal Links in Earth’s Atmosphere”- autori Demetris Koutsoyiannis, Christian Onof, Zbigniew W. Kundzewicz e Antonis Christofides https://doi.org/10.3390/sci5030035

4 “India and climate: what does the world’s most populous nation want from COP28?”, autore Gayathri Vaidyanathanhttps://www.nature.com/articles/d41586-023-03866-x

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