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L’impiego della Squadra Navale italiana in previsione della 2 guerra mondiale di Francesco Mattesini

tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: REGIA MARINA
parole chiave: Flotta italiana, nuove costruzioni
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Per chiarire come la Regia Marina italiana aveva organizzato le sue strutture in previsione di una guerra, ed adeguato le sue istruzioni operative per i Comandanti delle Squadre Navali, l’ammiraglio Fioravanzo ha spiegato esaurientemente il comportamento di SUPERMARINA in sede tattica e nei riguardi dei Comandi marittimi e navali esponendolo nel modo seguente: 10A ragione dei troppo evanescenti confini fra la strategia e la tattica SUPERMARINA si è sempre trovata durante il corso delle operazioni in mare davanti a due quesiti: intervenire o non intervenire; e in caso positivo, fino a che momento, fino a che punto e in quale modo intervenire? A questi interrogativi, che implicavano gravi responsabilità di comando e definizione concreta dei rapporti tra l’Alto Comando Centrale operativo e i Comandanti Superiori in mare, SUPERMARINA si è data di volta in volta una risposta che è stata normalmente ispirata al criterio di evitare interferenze nella libertà di decisione di chi era responsabile della manovra pretattica e tattica, limitandosi di massima a fornirgli notizie sull’avversario – ritenute atte a chiarire la situazione – che ricavava dalla decrittazione dei suoi segnali intercettati e dagli avvistamenti aerei”.

Questa esposizione dell’ammiraglio Fioravanzo è però alquanto in contrasto con quanto scritto dall’ammiraglio Angelo Iachino che, tra il 9 dicembre 1940 e il 5 aprile del 1943, ricoprì la carica di Comandante in Capo della Flotta, dopo aver comandato la 2a Squadra Navale.11

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Affrontando il delicato argomento dei suoi rapporti con SUPERMARINA, ed esponendo anche quali fossero i sentimenti riscontrabili nei vari Comandi periferici che, come lui, dipendevano per importanti decisioni dagli ordini, dalle direttive e dai consigli diramati in ogni circostanza, anche per argomenti di minore valore, dall’Organo Operativo dell’Alto Comando Navale, Iachino è stato piuttosto critico. Infatti, pur ammettendo che l’organizzazione di SUPERMARINA era la più logica dal punto di vista teorico, quale Ente per la direzione della guerra navale e per la raccolta delle informazioni, ha lamentato il fatto che a quella “Organizzazione rapidamente organizzata” a terra, avrebbe dovuto corrispondere sulle navi una organizzazione “più elastica”; ciò allo scopo di “permettere al Comando in mare non solo di sfruttare meglio e più rapidamente le informazioni operative, senza aspettare di riceverle di seconda mano da Roma, ma anche di dare disposizioni direttamente, cioè senza perdita di tempo, alle forze aeree e subacquee che prendevano parte all’operazione”.

E nel dare il suo giudizio complessivo sul funzionamento di SUPERMARINA nella condotta delle operazioni navali, egli lamentò di avervi riscontrato varie lacune, soprattutto proprio nell’importante settore dei servizi informazioni e delle comunicazioni alla flotta, che, sebbene migliorati nel tempo, “non riuscirono mai a soddisfare completamente”. Quello che soprattutto l’ammiraglio Iachino contestò all’operato dei Capi della Marina, che si erano succeduti nell’alto incarico della direzione e condotta della guerra navale, in particolare all’ammiraglio Cavagnari, fu la teoria della “Fleet in being” (la flotta in potenza), che consisteva nell’attenersi ad un rigido criterio della difensiva nei confronti di un nemico più forte, per obbligarlo a tenere forze adeguate nel Mediterraneo, a scapito delle operazioni da svolgere in altri mari.12

Ma per comprendere il significato delle contestazioni dell’ex Comandante in Capo della Flotta italiana, sulla validità della tattica della “Fleet in being”, dobbiamo tornare indietro nel tempo allo scopo di conoscere quale fu la dottrina d’impiego adottata dalla Regia Marina all’inizio della guerra. Non avendo ritenuto conveniente la ricostituzione del Comando in Capo dell’Armata Navale, esistente durante la prima guerra mondiale, sciolto negli anni venti, la Regia Marina aveva organizzato la propria flotta di superficie in due squadre, che il 10 giugno 1940 si trovavano distribuite in basi dell’Italia meridionale, in particolare a Taranto, Augusta, Palermo e Napoli, per intervenire a copertura del “Dispositivo del Canale di Sicilia”. Il dispositivo era stato creato con apposite direttive, per coordinare l’impiego del naviglio leggero e dei sommergibili contro forze navali nemiche che intendessero attraversare quel tratto di mare fortemente minato o che cercassero di effettuare pericolose incursioni contro le coste metropolitane meridionali più esposte. I dettagli d’impiego della Flotta italiana erano chiaramente riportati nella Direttiva Navale Aerea n. 1 (Di. Na. 1) del 19 agosto 1939 , in cui in caso di conflitto con Gran Bretagna e Francia, si doveva attenere al seguente concetto operativo:13Guerra di logoramento con atteggiamento difensivo ad occidente e ad oriente, ed atteggiamento offensivo e controffensivo al centro”.

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Inutilmente il Capo del Governo Italiano, Benito Mussolini, tentò di ribaltare tale prudente mentalità d’impiego, che praticamente riduceva le possibilità d’intervento della Flotta italiana alla difesa delle coste nazionali, alla protezione del traffico nelle acque metropolitane e con la Libia, e ad impedire, con lo sbarramento del Canale di Sicilia, la riunione delle flotte nemiche dislocate nei due bacini del Mediterraneo, occidentale e orientale. Il 10 giugno 1940 la Regia Marita entrò in guerra con una grande flotta ma non ancora perfettamente a punto. Il potenziale navale raggruppato nella 1a e nella 2a Squadra Navale, rispettivamente al comando dell’ammiraglio Inigo Campioni e dell’ammiraglio Carlo Paladini – poi nell’agosto del 1940 sostituito, per un angina pectoris, dall’ammiraglio Angelo Iachino – era allora di consistenza nettamente inferiore a quello della coalizione franco-britannica che poteva schierare ben dieci corazzate, tutte pienamente operative, cinque delle quali concentrate, assieme ad una vecchia portaerei (Bearn), nel Mediterraneo occidentale, e altrettante, con un’altra anziana portaerei (Eagle), in quello orientale. La Regia Marina, sulle sei navi da battaglia disponibili, ne aveva efficienti, e quindi perfettamente in grado di combattere, soltanto due, la Giulio Cesare e la Conte di Cavour risalenti alla prima guerra mondiale e rimodernate nel 1937, a cui si aggiungevano altre due corazzate rimodernate del medesimo tipo, l’Andrea Doria e la Caio Duilio, tutte e quattro armate con dieci cannoni da 320 mm, un calibro inferiore a quello disponibile nelle unità delle flotte nemiche.
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Le altre due grandi navi da battaglia di costruzione moderna, la Littorio e la gemella Vittorio Veneto, di oltre 41.000 tonnellate ed armate con nove cannoni da 381 mm, entrate a far parte della 1° Squadra Navale nel maggio 1940, si trovavano ancora in periodo di addestramento; ma avevano problemi per una difficile messa a punto delle artiglierie da 381 mm, specialmente ai calcatoi, che richiedevano il lavoro degli operai delle ditte costruttrici. Pertanto né le “Duilio”, anch’esse nelle stesse condizioni di inefficienza, essendo impegnate nella fase di addestramento, né le “Littorio” poterono partecipare alla battaglia di Punta Stilo del 9 luglio 1940. Pertanto, per ottemperare alla bellicosa direttiva del 31 marzo di Benito Mussolini, “Offensiva su tutta la linea, in Mediterraneo e fuori”, non potendo impiegare in puntate offensive il numeroso naviglio di superficie, costituito da ventidue incrociatori e una cinquantina di cacciatorpediniere, senza l’appoggio delle navi da battaglia, nel primo periodo guerra restavano disponibili, per operare in zone sotto il controllo delle Flotte franco-britanniche, soltanto i 115 sommergibili (otto in Mar Rosso) alle dipendenze del Comando della Squadra Sommergibili. (MARICOSOM).

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Ma nonostante l’ampio schieramento impiegato i loro successi furono limitati all’affondamento dell’incrociatore leggero britannico Calypso, alla petroliera norvegese Orkanger e al piroscafo neutrale svedese Elgo, cui fece riscontro la perdita elevata di sei unità subacquee, a cui se ne aggiunsero altre quattro in Mar Rosso dove fu affondata soltanto una petroliera, la norvegese James Stove. Con la sconfitta della Francia, sotto i colpi di maglio della macchina bellica tedesca, a iniziare dalla fine di giugno restarono nel Mediterraneo, come unico rivale della Marina italiana, le flotte britanniche, ripartite tra Alessandria (Mediterranean Fleet) e Gibilterra (Forza H), che erano praticamente padrone dei bacini orientali e occidentali del “Mare nostrum”. L’inferiorità numerica e potenziale in navi da battaglia rappresentava un deterrente nettamente sfavorevole che non poteva permettere alla flotta italiana di uscire dalle proprie basi per affrontare in forze il nemico. Ne conseguì che durante i tredici giorni di guerra con la Francia, lasciati completamente sguarniti, il tutto si limitò a qualche missione di vigilanza e all’attività del naviglio sottile e dei sommergibili, che continuarono a conseguire gravi perdite e risultati modestissimi; in parte determinati da scarsità di traffico.14 Ma questo concetto rinunziatario non era presente nelle Marine britannica e francese.

Francesco Mattesini

 

Note

10 Giuseppe Fioravanzo, L’organizzazione della Marina durante il conflitto, Tomo I, Efficienza all’apertura delle ostilità, USMM, p. 60-61.

11 Angelo Iachino, Tramonto di una grande Marina, Mondadori, Milano, 1959, p.132-133

12 La “Fleet in being”, una tattica che consisteva nel farsi avvistare dal nemico, per poi attaccarlo soltanto in condizioni accertate di potenzialità favorevoli. Queste potenzialità favorevoli consistevano nel fatto che la Flotta italiana doveva evitare il combattimento alla pari, e ricercarlo soltanto se il numero delle sue navi da battaglia fosse stato marcatamente superiore a quello del nemico. Esempio: 2 corazzate italiane, contro soltanto una britannica. Ciò risulta chiaramente da un Promemoria (n. 5) di SUPERMARINA del 3 gennaio 1941, “Operazioni verso ponente”, da noi inserito nella collana Corrispondenza e Direttive Tecnico-Operative di SUPERMARINA, 2° Volume, 1° Tomo, Documento n. 1, p. 81

13 Archivio Ufficio Storico della Marina Militare (da ora in poi AUSMM), fondo Direttive Navali.

14 Nel corso dell’estate vennero impartiti ai sommergibili ordini operativi non sempre adeguati per agire in settori in cui il traffico britannico, dopo la resa della Francia, era divenuto molto scarso, in certe zone assolutamente inesistente. Infatti, nel maggio 1940, prima ancora che l’Italia entrasse in guerra, la Gran Bretagna aveva abbandonato le rotte del Mediterraneo dirette al Canale di Suez, dirottando tutta la navigazione commerciale e gli approvvigionamenti militari destinati al Medio e all’Estremo Oriente per la più lunga ma più sicura rotta del Capo di Buona Speranza, compiendo praticamente la circumnavigazione dell’Africa. In queste condizioni, fin dai primi di luglio 1940 SUPERMARINA si era resa conto che l’attività dei molti sommergibili operanti nel Mediterraneo sarebbe stata vanificata, anche perché gli unici bersagli rimasti erano costituiti da scarsi convogli fortemente scortati, e dalle maggiori navi da guerra che si muovevano adeguatamente protette da cacciatorpediniere, e con l’appoggio aereo dei formidabili idrovolanti.

 

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