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La strategia di SUPERMARINA nei primi sette mesi di guerra di Francesco Mattesini

tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX SECOLO
AREA: REGIA MARINA
parole chiave: SUPERMARINA, Direttive

 

Nelle sue fondamentali direttive generali il comportamento che la Marina avrebbe dovuto mantenere in un conflitto con un avversario dal potenziale superiore era sintetizzato come segue 7: “Alto spirito offensivo deve guidare l’azione della Marina che ha superiorità complessiva di forze, ma ancor più occorre che da questo spirito sia animata la Marina che nel complesso dispone di minori forze. La difficoltà di rimpiazzare in guerra le unità perdute impone ponderazione prima di intraprendere un’operazione; ma la possibilità di perdita non è elemento sufficiente per indurre a rinunciare a un’azione o a interromperla se iniziata.”

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Come si comprende da queste due frasi lo spirito della seconda attenuava molto la portata etica della prima. Occorre ricordare che tutte le marine belligeranti, in ogni periodo della storia, hanno sempre operato per assicurare la protezione delle proprie linee di rifornimento, non trascurando tuttavia di attaccare nel contempo quelle avversarie. Dobbiamo sottolineare che in ogni trattato di storia marittima si è sempre puntualizzato che lo scopo primario di ogni flotta è quello della ricerca e della distruzione del potere navale nemico. Anche le direttive di SUPERMARINA, fissate nella Direttiva Navale Zero (Di. Na. Zero), “Concetti generali di azione in Mediterraneo nell’ipotesi di conflitto ‘Alfa Uno’, edizione 29 maggio 1940”, prevedevano di attenersi a tale logico sistema di impiego. La Di. Na. Zero conteneva le direttive generali e pertanto fissava le modalità di reazione ad eventuali iniziative nemiche, che dovevano concretarsi da parte italiana, mantenendo la tattica difensiva a ponente e a levante e un comportamento offensivo e controffensivo nello scacchiere centrale del Mediterraneo.8

Esponendo nella Di. Na. Zero i concetti d’azione da attuare nel Mediterraneo, SUPERMARINA escluse la possibilità di iniziare le ostilità di sorpresa “per conseguire un iniziale vantaggio sull’avversario“. Prevedendo al contrario “intense ed immediate azioni franco-britanniche dirette ad intaccare la capacità di resistenza italiana”, l’Organo Operativo dell’Alto Comando Navale ritenne che il nemico avrebbe esercitato una forte pressione nei due bacini del Mediterraneo, mentre al centro avrebbe impiegato l’isola di Malta soltanto come base “per le poche unità sottili e subacquee”.

Nella Di. Na. Zero non fu fatto alcun altro cenno al problema di Malta, che pure era stato contemplato nel Documento di Guerra D.G. 10/A2 del novembre 1938, ove era ritenuto elemento fondamentale per mantenere i collegamenti con la Libia la conquista dell’isola. 9 Tuttavia, a partire dal maggio 1940, quando l’entrata in guerra era già stata fissata da Mussolini, fu iniziata la compilazione di un progetto tendente all’occupazione dell’isola che, sviluppato dall’ammiraglio Giuseppe Fioravanzo, fu ultimato a conflitto iniziato, il 18 giugno. Essendo nel frattempo subentrata la presunzione di ritenere l’operazione della conquista di Malta superflua e quindi non necessaria, perché con la resa della Francia l’isola appariva ormai indifendibile, il piano fu abbandonato anche per le difficoltà presentatesi per deficienza di mezzi da sbarco, ed anche perché si fece affidamento sulla capacità dell’aviazione di neutralizzare quell’obiettivo che non presentava allora un grosso pericolo. A Malta mancavano del tutto i mezzi navali, salvo qualche sommergibile, ed i pochi aerei presenti sui tre aeroporti dell’isola (non più di venti), compresi per la difesa aerea soltanto cinque caccia biplani “Gladiator” della Marina che erano stati lasciati ad Hal Far dalla portaerei Furious), erano privi di sufficiente autonomia per attaccare con successo i convogli italiani le cui rotte passavano a distanza di sicurezza.

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La Difesa dei principali obiettivi del territorio metropolitano e delle linee di comunicazione con i possedimenti della Libia e dell’Albania, appariva come l’unico comportamento possibile ad una Marina nettamente inferiore a quella della coalizione nemica. Pertanto si intendevano evitare scontri con forze decisamente prevalenti, e nel contempo cercare di logorare l’avversario con largo impiego di sommergibili e unità leggere e sottili, ed eventualmente intervenire in forze, contando sull’appoggio dell’Aeronautica, agendo per linee interne per impedire la riunione delle forze avversarie attraverso il Canale di Sicilia. Come vedremo, i compiti prettamente offensivi della Flotta, ad iniziare dalla battaglia di Punta Stilo (9 luglio 1940), furono abbandonati dopo alcuni iniziali sfortunati tentativi a favore di un deleterio impiego difensivo dal quale fu poi impossibile districarsi, perché ritenuto l’unico possibile per assicurare le rotte di rifornimento dell’Albania e dell’Africa Settentrionale. La incerta e cauta linea di condotta seguita a questo concetto di strategia era basata sulla tacita convinzione della superiorità inglese, avvalorata ancor più dai primi insuccessi italiani, e dal convincimento, forse in parte più logico, che la Regia Marina avrebbe avuto minori possibilità di rimpiazzare le perdite rispetto a quelle della Royal Navy. I molti piani elaborati nel corso del 1940 danno una chiara idea dello stato di indecisione e di ripensamenti, non sempre logici, esistenti nei responsabili di SUPERMARINA.

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Essi, dopo aver messo a punto, su proprie esigenze, o su richieste provenienti dal Comando Supremo e dagli Stati Maggiori delle altre Forze Armate, i più disparati progetti operativi, consistenti in puntate offensive della flotta, bombardamenti costieri, sbarchi ecc., quasi mai riuscirono a tradurli in interventi risolutori. E ciò perché la loro preoccupazione fu sempre rivolta, in ogni occasione, anche la più favorevole, a schivare un eventuale insuccesso tattico e ad evitare perdite. Su questo comportamento rinunciatario influì in parte, con il passare dei mesi, anche la consapevolezza di un’errata scelta del materiale navale; essa ebbe negativi riflessi soprattutto nell’imprecisione delle maggiori artiglierie per le quali risultò difficile la messa a punto dei calcatoi delle corazzate tipo “Littorio”, ed anche a causa delle cattive cariche di lancio, mal dosate, a cui si aggiunse la mancanza di apparecchiature tecniche adeguate, quali: il radar, l’ecogoniometro, i telemetri a grande luce notturna, binocoli più efficienti come i tedeschi Zeiss, proiettori a finestra che non mostravano la loro luce al nemico nel momento in cui venivano puntati sull’obiettivo, tutti strumenti particolarmente utili nei combattimento notturni. Infine, a partire dall’estate del 1941, si sarebbe aggiunto il problema di una sempre più marcata deficienza di nafta, con riflessi negativi soprattutto nel campo dell’addestramento, che occorreva assolutamente adeguare a quello decisamente elevato del nemico, per non esserne travolti. In questa situazione i responsabili di SUPERMARINA mantennero una linea intransigente nella ricerca del combattimento, che ritenevano fosse solo nell’interesse degli inglesi, anche quando questi ultimi dirigevano verso il Mediterraneo Centrale in condizioni di inferiorità potenziale e numerica chiaramente manifesta.

Francesco Mattesini

 

Estratto da LA FALLIMENTARE STRATEGIA DELLA “FLEET IN BEING” DELL’AMMIRAGLIO DOMENICO CAVAGNARI.pdf | Francesco Mattesini – Academia.edu

 

Note

7 Francesco Mattesini, Corrispondenza e Direttive Tecnico-Operative di Supermarina, Volume Primo – Primo Tomo, USMM

8 Le direttive strategiche, compilate tra il 1935 e il 1940 dall’Ufficio Piani dello Stato Maggiore della Regia Marina, erano contenute in una prima serie di documenti con caratteristica “Di.Na.” (Direttive Navali-Aeree) seguite da un numero distintivo, ciascuna dedicata ad un particolare gruppo di forze e servizi, e da una seconda serie di Documenti con caratteristica “D.G.” (Documenti di Guerra), ciascuno dedicato ad un particolare argomento operativo. Vi erano poi le “O.G.” che riguardavano l’impiego dei sommergibili.

9 Il D.G. 10/A2, compilato durante la crisi del 1938, contemplava, su richiesta degli Stati Maggiori dell’Esercito e dell’Aeronautica, un progetto di massima per il trasporto in Libia, a mezzo di convogli fortemente scortati, di un grosso contingente di truppe e di equipaggiamenti necessari oltremare, prima di una possibile entrata in guerra e nel periodo immediatamente successivo. Vi erano previsti la celerità dei trasporti, impiego dei mezzi aerei e navali, possibilità dell’offesa nemica, nei riguardi della quale, per assicurare la traversata di ciascun convoglio, sarebbe occorso conseguire “il temporaneo dominio del mare” per la durata di ciascuna operazione. Pertanto il D.G. 10/A2, appariva come un vero e proprio piano di guerra perché fissava obiettivi e direttive nei riguardi di un probabile imminente conflitto contro la Francia e l’Inghilterra. Nei riguardi di Malta l’“occupazione” era considerata necessaria per assicurare l’incolumità di una qualsiasi operazione in grande stile italiana, programmata per il rifornimento della Libia, dal momento che la sola neutralizzazione di quella piazzaforte britannica, da assegnare all’Aeronautica, non avrebbe dato “identico risultato”. Parole profetiche!

 

 

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