Ricerca in mare: non solo grandi navi

Giorgio Caramanna

4 Novembre 2021
tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: OCEANOGRAFIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA

parole chiave: ricerca scientifica, ROV

 

La banchina è deserta, mancano ancora diverse ore all’alba, la fredda luce delle lampade illumina la poppa di una curiosa imbarcazione di circa 12 metri. Lo scafo è quello di un catamarano per garantire velocità sull’acqua, la cabina è spartana: plancia di comando, un tavolo, un forno a micro-onde, ed una toilette. La poppa ospita verricelli ed una piccola gru. Al centro della poppa un curioso “aggeggio” riflette la luce con il suo colore giallo acceso. Assomiglia ad una scatola cui sono stati aggiunti piccoli propulsori ed una telecamera.

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Photo credit Marine Imaging Technologies

È un ROV (Remotely Operated Vehicle) ossia un robot filoguidato usato per prospezioni e lavori subacquei. Uno ad uno i componenti dell’equipaggio arrivano, ognuno ha in mano una tazza di caffè fumante ed indossa indumenti caldi ed impermeabili oltre ad un giubbotto di salvataggio dotato di luce stroboscopica e localizzatore satellitare. Tra poco più di un’ora si partirà per raggiungere, dopo diverse ore di navigazione, un’area di mare a molte miglia dalla costa.

Quella descritta è una scena che si ripete continuamente in molti porti dai quali partono operazioni di ricerca con finalità varie. In questo caso lo scopo è di eseguire una serie di video-transetti per verificare le strutture presenti sul fondale. I video andranno ad integrare ulteriori dati, come immagini sonar e campioni di sedimenti, raccolti da altre imbarcazioni tutte facenti parte del comune progetto di ricerca.

Usualmente la ricerca scientifica in mare impiega grandi navi che rimangono in mare per settimane o mesi. In questi casi si lavora in turni per coprire le 24 ore e si vive a bordo per tutto il periodo della missione. Le navi sono dotate di un buon livello di comfort con cabine, docce, bagni e, in genere, un’ottima qualità di cibo, spesso il cuoco è la persona più pagata di tutti subito dopo il comandante. I costi per tali operazioni sono molto elevati, una nave da ricerca può costare centinaia di milioni con costi di gestione annua dell’ordine di diversi milioni. Vi sono tuttavia situazioni dove, per costi o logistica, usare imbarcazioni più piccole è preferibile. Ad esempio, una barca da ricerca può essere caricata su di una nave cargo e trasportata sul luogo delle operazioni evitando lunghi, e costosi, giorni di navigazione. Una barca può inoltre operare in zone di basso fondale dove una nave, con il suo maggiore pescaggio, non potrebbe.

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Lavorare su una barca da ricerca ha i suoi vantaggi ma anche i suoi problemi. Uno dei vantaggi è che a fine giornata si rientra a terra con la possibilità di passare la notte nel confort di una camera d’albergo o, in alcuni casi, della propria abitazione. Di contro gli spazi limitati di una barca, se paragonati a quelli di una nave, rendono il lavoro più complesso. Inoltre, si è esposti al rumore continuo dei motori e, il ridotto bordo libero, significa che spesso la coperta è bagnata se non allagata dalle onde aumentando il rischio di scivolare soprattutto quando si devono maneggiare strumenti pesanti.

La sicurezza è quindi più che mail al primo posto. Prima di ogni uscita l’equipaggio partecipa ad un briefing con il comandante centrato sulle procedure di emergenza ed eventuale abbandono nave. Il personale che opera in coperta deve indossare adeguati dispositivi di protezione individuale che includono un giubbotto salvagente, scarpe antinfortunistica, ed un localizzatore satellitare. Quest’ultimo è un piccolo apparecchio che se attivato trasmette una richiesta di aiuto, su delle frequenze apposite costantemente monitorate, fornendo latitudine longitudine. Quando si opera al largo in mare aperto il localizzatore è essenziale per garantire il recupero di un eventuale naufrago.

Tra le operazioni più comuni ci sono quelle che richiedono di maneggiare cime e cavi spesso collegati a strumentazioni pesanti che devono esser calate in  mare. Uno dei rischi più seri è quello di rimanere impigliati nelle cime e finire in mare. Per questo motivo gli operatori devono esercitare estrema attenzione e muoversi con cautela. Uno degli accessori più frequentemente a portata di mano  è un coltello di buone dimensioni che possa, in caso di necessità, tagliare rapidamente qualsiasi cima nella quale si sia rimasti impigliati.

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Photo credit Sean Wehelan / WHOI

Le giornate su di un a barca da ricerca sono molto lunghe. Si parte prima dell’alba e si rientra dopo il tramonto. Non è infrequente rimanere in mare per oltre 12 ore continuative. Ovviamente con il passare dei giorni si comincia ad accumulare stanchezza ed il rischio di commettere un errore aumenta. È compito del responsabile della missione di bilanciare le necessità operative con quelle di un adeguato riposo. Anche le condizioni metereologiche possono essere impegnative esponendo gli operatori a pioggia, vento, freddo e mare mosso. Vi sono tuttavia delle belle “sorprese”, ad esempio, spesso si è avvicinati da mammiferi marini. Foche, delfini e balene, sono frequenti “osservatori” delle attività di ricerca. In alcuni casi i delfini interagiscono anche attivamente. Quando si usano sistemi che trasmettono dei segnali ultrasonici in acqua i delfini possono sentirli e tendono a “rispondere” a questi segnali.

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Photo credit Marine Imaging Technologies

Le barche da ricerca sono anche utilizzate come piattaforme dalle quali i subacquei scientifici operano. Molto spesso non è possibile, o conveniente, ancorare e quindi la barca rimane con i motori in moto anche durante le operazioni dei subacquei. Per limitare il rischio di incidenti occorre un’ottima coordinazione e comunicazione tra il team in acqua e l’equipaggio a bordo.

Giorgio Caramanna

 

immagine in anteprima photo credit Sean Wehelan / WHOI

 

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