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livello medio
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ARGOMENTO: SICUREZZA MARITTIMA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MONDO
parole chiave: pirateria, maritime security, boarding, abbordaggi
Nella storia millenaria dell’arte della “Guerra sul mare” e delle battaglie navali, la tecnica dell’abbordaggio ha sempre mantenuto il particolare aspetto del dover andare, ancorché in alto mare, a ricercare comunque un contatto fisico con il nemico per annientarlo. Infatti, quando lo scontro navale prevedeva l’abbordaggio, dopo una prima fase di combattimento a distanza, generalmente effettuato con un furioso e feroce fuoco d’artiglieria portato con i cannoni di bordo, si passava ad una seconda fase di avvicinamento ed affiancamento delle navi per consentire il vero e proprio assalto effettuato dai marinai che si lanciavano, armi in pugno, sulla nave nemica.

Un team di incursori del Comsubin nel corso di un’esercitazione di contro-terrorismo navale presso la base del Varignano, storica sede dei mezzi di assalto della Marina e sede del Raggruppamento Subacquei ed Incursori “Teseo Tesei” 2013-07-18 © Massimo Sestini
Nella terminologia marinaresca la parola “abbordaggio” significa “accostare tra di loro i bordi di due navi”, ovvero le fiancate. Tale affiancamento dei bordi consentiva anche di poter appoggiare delle apposite tavole di legno che permettevano il passaggio dei marinai da una nave all’altra (“da ponte a ponte”) per poter ingaggiare i combattimenti corpo a corpo con il nemico direttamente sui ponti di coperta, senza dover passare dalle alberature o dai pennoni. Peraltro, nell’antica lingua genovese, “appoggiare” si diceva “arembare”, da cui il termine “arrembaggio”, termine con il quale si intende, più propriamente, quella particolare tattica di combattimento navale che prevede l’assalto, (effettuato con marinai, con fanti di marina o con soldati) di una nave nemica per poi catturarla, depredarla e/o affondarla, a seconda degli ordini ricevuti. La dottrina navale moderna non fa differenza tra “abbordaggio” e “arrembaggio”, ovvero tra “boarding” e “assault”, ed impiega unicamente il termine, più delicato, di “Boarding”, che è lo stesso termine che viene normalmente usato in ambito civile (sia aeroportuale che portuale) per indicare genericamente l’azione di “imbarco”, ovvero il salire a bordo di un aereo o di una nave.
Un gruppo militare specificatamente addestrato ad effettuare un arrembaggio viene internazionalmente definito come “Naval Boarding Party”, ovvero “Reparto/Gruppo d’Arrembaggio Navale”, comunemente chiamato “Boarding Party” (BP/BParty), ed è numericamente costituito da non meno di 12 uomini, mentre un gruppo costituito con un numero di uomini inferiore viene definito “Boarding Team”(BT/BTeam), ovvero “Squadra d’Arrembaggio”. La consistenza dei Team è variabile in quanto nelle squadre possono anche essere presenti, a seconda della missione assegnata, diverse “figure a supporto” (video-operatore per la ripresa dell’intera azione, demolitore con relativa attrezzatura per intrusione/scasso/taglio/sfondamento, esperto di documenti di bordo, esperto di diritto marittimo, infermiere, esperto in cattura di prigionieri, artificiere, cecchino…).
In termini generali, i BParties, dalla fine degli anni 90, sono stati impiegati in differenti scenari ed in missioni sempre più impegnative, da quelle in cui era previsto un puro abbordaggio a quelle di arrembaggio sino ad arrivare a quelle di un vero e proprio assalto. Senza ora addentrarsi nei princìpi relativi alla “libertà dei mari e degli oceani” o nelle complesse pieghe legali e giuridiche del Diritto Internazionale Marittimo in tema di “Sicurezza” (intesa non solo come “Safety” ma anche come “Security”), è opportuno ricordare che la cosiddetta Comunità Internazionale, dopo il famoso attentato dell’11 settembre 2001, ha finalmente deciso di adottare nuove e più incisive misure atte a garantire la cosiddetta “Sicurezza Marittima” consentendo una nuova visione di “difesa preventiva” per poter prevenire, contrastare ed annullare eventuali azioni di terrorismo, sabotaggio, pirateria e dirottamento di navi. In tale ottica, tutte quelle operazioni militari tese a eliminare i possibili rischi o contrastare e colpire le varie minacce provenienti dalle attività inerenti il settore marittimo, dai traffici illegali, dalle attività criminali alla pirateria o al terrorismo, vengono dottrinalmente definite come “Maritime Security Operations” (MSO), ovvero “Operazioni di Sicurezza Marittima”.

Golfo Persico settentrionale (13 giugno 2005) – Con un dhow sullo sfondo, i marinai assegnati alla nave da pattugliamento costiero USS Chinook (PC 9) si fanno strada attraverso le acque che circondano i terminali petroliferi iracheni a supporto delle operazioni di sicurezza marittima (MSO). Le MSO stabiliscono le condizioni per la sicurezza e la stabilità nell’ambiente marittimo, integrando gli sforzi antiterrorismo e di sicurezza delle nazioni della regione. Le MSO negano inoltre ai terroristi internazionali l’uso dell’ambiente marittimo come sede di attacco o per trasportare personale, armi o altro materiale. Foto della Marina degli Stati Uniti di Aaron Ansarov, fotografo di prima classe (PUBBLICATA) US Navy 050613-N-4309A-053 With a dhow in the background, Sailors assigned to coastal patrol craft USS Chinook (PC 9) make their way through the waters surrounding the Iraqi oil terminals in support of Maritime Security Operati.jpg – Wikimedia Commons
Le MSO sono operazioni navali che prevedono una ampia varietà di missioni di tipo sia “military” (militari) che “constabulary” (di polizia). Le military sono inerenti l’Antiterrorismo, la Protezione di Forze Operative o di naviglio mercantile, l’Antipirateria, attività di Intelligence e attività di “Presenza e Sorveglianza” mentre le constabulary vanno dalla repressione di attività criminose o criminali all’applicazione di regole di Diritto Internazionale Marittimo (per esempio l’esercizio del “diritto di visita” o del “diritto di inseguimento”). Nell’ampio contesto delle MSO, sono annoverate anche le Maritime Interdiction Operations (MIO), Operazioni di Interdizione Marittima che, a seconda delle necessità, degli obiettivi da conseguire, degli interessi da difendere e dai livelli collaborativi o coercitivi che si presentano, possono ritenersi anch’esse di natura military o constabulary.
Per inciso, l’Interdizione marittima non va confusa con l’Interdizione navale classica, che identifica invece varie attività belliche tese a rallentare, arrestare o distruggere le forze nemiche (o i loro rifornimenti) prima che arrivino nella zona della battaglia. Le MIO di cui si sta parlando sono invece nate inizialmente come operazioni di sorveglianza del traffico marittimo commerciale volte a realizzare embarghi navali coercitivi mediante l’applicazione di determinate misure/azioni di interdizione. Successivamente, si sono ampliate come operazioni volte a contrastare sia atti di “terrorismo marittimo d’alto mare”, impiegando unità navali d’altura (ovvero “navi militari” e quindi di Marina), che atti di terrorismo marittimo costiero, impiegando unità costiere (quindi della Guardia Costiera e/o della Polizia).
Le MIO, se attuate a seguito di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU assumono la definizione di “Maritime Interception Operation”. I BParties sono pertanto diventati l’idoneo strumento militare impiegato per attuare queste operazioni finalizzate ad interdire alla navigazione zone particolari di mare o identificare il naviglio sospetto, fermarlo, visitarlo, ispezionarlo e, eventualmente, catturarlo e dirottarlo in porti sicuri per procedere o ad ulteriore ispezione o al definitivo sequestro. In ragione di quanto appena detto, il BParty viene spesso denominato anche, con il termine concettualmente più ampio e più tecnico, di “VBSS”, ovvero “Visit, Board, Search and Seizure” (visita, abbordaggio/arrembaggio, ricerca/ispezione e cattura/sequestro). I Boarding Parties/Teams risultano quindi essere la componente tattica sostanziale per l’assolvimento di tutte quelle missioni in cui sia previsto, o diventi necessario per diversi motivi, salire a bordo di una nave o di un natante.
fine parte I – continua
Marco Bandioli
articolo pubblicato originariamente su Difesaonline (foto: web)
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