.
livello elementare
.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Tripoli, Marina sarda, Barbareschi, Mameli
Dopo il Congresso di Vienna, pur essendo l’Europa in pace, i Paesi costieri del Mediterraneo (o che trafficavano nel suo interno) dovettero fare i conti con le attività corsare attuate dal Marocco, dalla Grecia e dai porti di Algeri, Tunisi e Tripoli.

Gli Stati della penisola italiana avevano poche risorse finanziarie e poche navi per difendere le proprie coste e navi mercantili per cui, secondo una prasse ormai secolare, avevano stipulato accordi con le reggenze musulmane d’Africa. Queste, formalmente sottoposte all’autorità dell’impero Turco, erano di fatto autonome e, data la povera economia, si finanziavano con azioni corsare a danno soprattutto degli Stati rivieraschi della penisola.
I Borbone, mentre lentamente cercavano di ricostruire una flotta militare, avevano stipulato con Tripoli degli accordi che si rivelarono però inutili e dispendiosi, di fatto non sorretti da adeguate forze navali di dissuasione; una mancanza che permise ai Barbareschi, anche sotto falsa bandiera, di continuare a depredare le coste meridionali fin dentro il golfo di Napoli.

Mappa della Sardegna, pubblicata da Coronelli (1650-1718) nel suo Corso Geographico
I Savoia, con l’annessione della Liguria, ereditarono Genova, uno dei più importanti porti del Mediterraneo, e vi trasferirono da Villafranca, nella contea di Nizza, la base navale della loro flotta. Per contrastare le scorrerie dei corsari che risalivano il Tirreno, depredando le coste liguri, dettero avvio nel cantiere della Foce alla costruzione di due grandi fregate “all’americana” di cui una finanziata dai commercianti liguri. Per migliorare la qualità dei quadri autorizzarono la costituzione della Regia Scuola di Marina, voluta dall’ammiraglio Des Geneys, che iniziò ad operare a Genova proprio dal 1816. La Regia Scuola di Marina fu una delle storiche Scuole navali che, nel 1881, si fusero nella Reale Accademia Navale di Livorno.

L’Ammiraglio Giorgio Andrea Des Geneys è una figura centrale nella storia navale di quegli anni; già Comandante della flotta sarda negli anni in cui il Regno si era ridotto alla Sardegna, a causa dell’occupazione francese della parte continentale del regno. Des Geneys ebbe una notevole carriera, culminata con la nomina amassimo vertice, in uno strano connubio, della Reale Marina e dei Reali Carabinieri. L’ammiraglio era figura ben nota per la sua abilità marinaresca e si era in precedenza distinto in molte azioni navali. Nel 1786 abbordò e catturò una nave barbaresca con la fregata San Vittorio e, dopo averne assunto il comando, la condusse in un porto sardo. Tre anni dopo, nel luglio 1789, intercettò e catturò un tre alberi tunisino e, ancora nel settembre 1804, catturò due navi armate tunisine. In seguito, nel giugno 1806, catturò un’imbarcazione con ventisette tunisini che furono poi scambiati con altrettanti sardi ridotti in schiavitù.
Nel luglio 1811, una sua flottiglia catturò due delle tre navi corsare intercettate al largo di Capo Teulada e, nel 1813, soccorse alcuni pescatori della tonnara dell’isola di San Pietro, aggrediti dai barbareschi, riuscendo a evitarne la cattura.
Nell’estate del 1815 una flotta di corsari tunisini, composta da tre fregate, tre gabarre, tre brigantini, tre sciabecchi e altre sei navi minori, attaccò i villaggi sulla costa a sud di Salto di Quirra. Si spinse poi in Gallura, dove però fu respinta e, a metà ottobre, arrivò nel golfo di Cagliari dove tentò degli sbarchi, dirigendosi infine a Sant’Antioco. Fu l’azione più produttiva in quanto, presentatasi sotto falsa bandiera inglese, riuscì a sbarcare i suoi corsari, assalendo e prendendo il forte che era a protezione della cittadina. Al saccheggio dell’abitato seguì la distruzione di tutto ciò che non era predabile. Furono catturati 158 sudditi del re di Sardegna e trasportati a Tunisi dove furono venduti come schiavi.
| Il console napoletano di quel tempo in Tunisia riferì che i corsari erano riusciti complessivamente a predare circa 500 persone nella spedizione lungo le coste italiane. |
L’incursione a Sant’Antioco suscitò un certo clamore in tutta Europa tanto che l’Inghilterra inviò in Africa una potente squadra navale al comando dell’ammiraglio Exmouth, per costringere i tre Bey di Tunisi, Algeri e Tripoli a cessare le attività corsari. A questo punto, il Bey di Algeri, Umar ben Muhammad, firmò un trattato con cui assicurava ai Paesi rivieraschi mediterranei la libertà di commercio. Ugualmente fece il Bey di Tripoli, Yusuf Karamanli, che accettò anche la creazione di un Consolato del Regno Sardo a Tripoli.
Ma la tregua durò poco
Dopo nuovi assalti algerini, a fine agosto del 1816, la flotta inglese, unitasi alla squadra navale dell’ammiraglio olandese Van Capellen, si diresse attaccò Algeri, bombardandola per nove ore ed affondando tutte le navi presenti. Le difese della città furono rase al suolo e venne occupata militarmente, imponendo ai barbareschi, a nome del Re di Sardegna, una convenzione che garantisse la cessazione degli atti di pirateria.
L’azione della flotta sarda
Nel 1822, una squadra sotto il comando di Des Geneys, composta dalle fregate Maria Teresa e Commercio di Genova, dai brigantini Nereide e Zeffiro e dalla goletta Vigilante, visitò i porti di Tunisi, Algeri e Tangeri, costringendo il rinnovo dei trattati commerciali con tali Paesi.
Nel febbraio 1825 il console del Regno Sardo a Tripoli, si ammalò e per curarsi fu autorizzato a rientrare e venne surrogato nel suo incarico dal vice console Foux. Il Bey di Tripoli maliziosamente interpretò tale surrogazione come sostituzione del console e chiese il pagamento di cinquemila piastre, dono previsto a ogni cambio di console secondo il concordato del 29 aprile 1816, che era stato sottoscritto con l’ammiraglio inglese Exmouth, ricordo per conto del Regno di Sardegna. Ne ottenne solo mille per cui il Bey ordinò il sequestro di tutti i beni sardi che si trovavano a Tripoli, dichiarando guerra, il 7 agosto, al Regno di Sardegna ed inviando, il 23 dello stesso mese, diversi corsari a caccia delle navi sarde.

Carlo Felice di Sardegna, olio su tela di Jean-Baptiste Isabey, ~1821, Museo del Prado a Madrid
Il Re Carlo Felice incaricò allora il Comandante della Regia Marina, l’ammiraglio Des Geneys di inviare la Divisione navale sarda a Tripoli per accompagnare i nuovi Agenti Consolari nei porti di Corfù, Alessandria d’Egitto, Beirut, Cipro, Rodi, Smirne, Dardanelli e Salonicco, e naturalmente di catturare le navi nemiche incontrate. Le istruzioni erano però di agire con moderazione in sostegno alla diplomazia e, solo in caso di intransigenza, di minacciare il blocco navale di Tripoli. Se ciò non avesse portato risultati, Des Geneys avrebbe potuto user la forza dando inizio alle ostilità.
La Divisione navale sarda era costituta da due fregate (Commercio di Genova 44 cannoni e Maria Cristina 44 cannoni), da una corvetta (Tritone 20 cannoni), un brigantino (Nereide 14 cannoni) e da quattro bastimenti mercantili da trasporto. La Divisione fu affidata al comando del Capitano di vascello Francesco Sivori, comandante della fregata Commercio di Genova.
Il 5 settembre partì da Genova il Cristina diretto a Tunisi per imbarcare una missione Turca e restare in attesa delle altre navi, seguito, il giorno dopo, dal Tritone per una prima attività di contrasto dei corsari tripolini, in attesa, davanti alla città, del resto della divisione navale. Il 10 settembre partirono da Genova la fregata Commercio e il Nereide e quattro mercantili con a bordo i vari consoli.

Nereide
Durante il trasferimento si ebbe conferma da alcuni mercantili che il Bey di Tripoli si dichiarava in guerra col Regno Sardo. Dopo quattordici giorni di navigazione, il 24 settembre, tutte le unità della Divisione si riunirono al largo di Tripoli.
Il mattino seguente il Tritone si avvicinò a due miglia dal porto segnalando di voler contattare il console inglese. Poco dopo, sopraggiunse una galiota latina a tre alberi, battente bandiera inglese, con a bordo il viceconsole sardo e il viceconsole inglese. Messi al corrente delle richieste di Sivori, il diplomatico inglese suggerì un incontro con il Pascià Bey nel proprio consolato, essendo territorio neutrale. Il 26 settembre Sivori scese a terra e, ricevuto dal console inglese Warrington, si recò al consolato inglese; intanto le navi della divisione si ancorarono fuori vista dal porto. Inizialmente il Bey Jussuf inviò a parlamentare il generale Haggi-Mohamed che apparve propenso a trovare un accordo, rinviando la definizione delle clausole al mattino successivo. Ma il giorno successivo Sivori si vide consegnare una nota con cui si avanzavano richieste più esose di quelle contenute nel trattato precedentemente in vigore. Richieste esagerate, inammissibili e alle quali Sivori replicò che se entro quattro ore non avesse ricevuto richieste più accettabili avrebbe iniziato le ostilità. Non avendo ottenuto risposte, allo scadere dell’ultimatum, considerato poco proficuo un bombardamento navale, Sivori decise di organizzare un assalto notturno contro le navi del Bey ormeggiate in porto.
Le principali unità Barbareschi presenti erano ormeggiate sotto la protezione dei cannoni dei quattro forti e consistevano in un brigantino da dodici cannoni ormeggiato sotto il palazzo del Bey, due golette da sei cannoni nel porto militare e diversi sciabecchi armati nel porto mercantile. Alla fonda, presso l’imboccatura del porto c’era anche un brigantino militare olandese, incaricato di trattare col Bey per conto del suo governo.
Tenuto il consiglio di guerra con i comandanti delle navi, nel pomeriggio del 27, cominciarono i preparativi per l’incursione. Il piano prevedeva l’assalto alle navi, la loro cattura e rimorchio fuori dal porto o, in alternativa se ciò non fosse stato realizzabile, renderle inutilizzabili incendiandole. A questo scopo furono predisposte delle fascine di erica impregnate d’olio, battifuoco (acciarini), bottiglie d’acqua ragia e bottiglie piene di polvere da sparo. Il segnale di rientro era il lancio di due razzi dalla barca del comandante della spedizione.
Nell’azione si utilizzarono le imbarcazioni di servizio delle navi: le barcacce più capienti armate con una carronata (un tipo di cannone navale ad avancarica a corta gittata) mentre le lance dotate ciascuna di un cannoncino. Gli assaltatori furono 260, e il comando venne assegnato al Tenente di vascello Giorgio Mameli, padre dell’autore dell’inno nazionale italiano. Mameli era nato a Cagliari da nobile famiglia sarda nel 1798. Amante del mare, si era arruolato come mozzo nella marina del re di Sardegna e fu imbarcato sopra una “mezza Galera” comandata da un suo zio, prendendo parte a vari scontri con gli sciabecchi barbareschi che infestavano il Tirreno. In uno di questi fatti d’armi diede prova di grande valore, meritandosi speciali elogi. Percorse rapidamente la carriera nella ricostituita marina di Vittorio Emanuele I. Promosso contrammiraglio nel 1849 fu eletto deputato al parlamento sardo ma, dopo la morte eroica di Goffredo, lasciò la vita militare e la politica, ritirandosi a vita privata. |
La prima squadra ebbe come obbiettivo il brigantino nemico ed era composta dalla barcaccia della fregata Commercio di Genova. Fu in quell’occasione che Giorgio Mameli, congedandosi dal comandante Sivori che lo incoraggiava, disse: “Signor Comandante se, da questo luogo fra poco Ella non vedrà cessato il fuoco de’ nemici, dica pure: morto è Mameli”. La barcaccia e la lancia del Cristina furono assegnate al sottotenente di vascello Millelire e al guardiamarina Carlo Persano. Nomi che ricorreranno in seguito nella storia navale del Regno di Italia.
La seconda squadra fu incaricata di catturare le golette ed era formata da tre lance: due del Cristina (comandate dal STV Pelletta e dal STV Bargagli) e una del Commercio di Genova (STV Todon del Battaglione Real Navi). La terza squadra doveva occuparsi degli sciabecchi e impedire l’arrivo di aiuti alle navi attaccate ed era basata sulla barcaccia del Tritone (STV Chigi e GM Scoffiero), su quella del Nereide (STV Tanca) e sulla lancia del Commercio di Genova (GM Tholosano). Una lancia del Tritone (GM Malaussena) venne inviata ad avvisare la nave olandese dell’attacco in corso prima di recarsi in supporto alle altre.

Corvetta Tritone
Per ingannare le forze nemiche venne simulato lo sbarco di truppe per attaccare la città con quattro lance dei trasporti, comandate dai guardiamarina Dodero e Dinegro. Questo attacco diversivo era necessario per ritardare l’avvistamento degli attaccanti dato che, per entrare nel porto e portare l’attacco, si doveva o passare davanti alle batterie dei forti o utilizzare un passaggio periglioso tra gli scogli sotto costa.
Alle undici di sera tutte le barche si radunarono a poppa del Nereide per essere prese a rimorchio; mezz’ora dopo mezzanotte il brigantino le rimorchiò davanti al passaggio di levante, a due miglia dall’obbiettivo: questo per evitare i rischi d’incaglio sugli scogli.
Gli assaltatori si addentrarono nel porto in silenzio, vogando con gli scalmi e i gironi dei remi fasciati. Superato il primo forte, alle ore due e trenta, venne dato l’allarme da una sentinella ottomana. I forti, le navi e le truppe barbaresche, dalle mura e dalla spiaggia, aprirono un fuoco vivace, continuo ma per fortuna infruttuoso, grazie all’oscurità della notte che nascondeva le imbarcazioni sarde.
La prima squadra giunse rapidamente sotto il brigantino e, a breve distanza, fece fuoco con la carronata e coi cannoncini. Da li a poco iniziò l’abbordaggio; primo ad irrompere sulla coperta nemica fu il secondo nostromo Giovanni Bottini, detto Capurro e con lui Tazza, Persano ed il timoniere Belledonne seguiti da tutti gli altri marinai. Il Capurro venne mortalmente ferito ma i Tripolini vennero decimati dalla mitraglia, e sopraffatti. Alcuni si gettarono a mare, altri a bordo, opponendo resistenza, vennero passati a colpi di sciabola. Contemporaneamente la seconda squadra assalì una goletta, impadronendosene ma, a causa del vento che ne impediva il rimorchio, venne incendiata.
La terza squadra si perse per l’oscurità poco dopo l’ingresso in porto. Chigi e 22 marinai, sulla barcaccia del Tritone, nonostante fatti segno da colpi di fucile da parte di un bovo corsaro (piccolo veliero mercantile), assaltarono e incendiarono alcune imbarcazioni mercantili e due sciabecchi ancorati alla punta della dogana, dopo aver costretto gli equipaggi a gettarsi a mare.
Dalla Porta Dogana accorsero cinquecento soldati nemici che i marinai sardi, dopo averli fatti avvicinare, investirono con la mitraglia della carronata e con fitti colpi della moschetteria, costringendoli alla fuga. La barcaccia del Nereide, comandata da Tanca, assalì ed incendiò l’altra goletta con l’appoggio della scialuppa della fregata Commercio (guardiamarina Tholosano) e quella del Tritone (guardiamarina Malaussena) sopraggiunti in supporto.
Epilogo
Alle quattro di notte tutte le navi nemiche erano in fiamme e l’obbiettivo era stato raggiunto. Mameli lanciò due razzi e diede il segnale del rientro; dall’altro lato i Barbareschi, disturbati dai piovaschi, continuarono a sparare inutilmente contro gli attaccanti che avevano ormai guadagnato l’uscita del porto ed erano stati raggiunti da una lancia del Tritone con un medico per prestare i primi soccorsi ai feriti. Alle cinque tutte le imbarcazioni rientrarono alle proprie navi. Nell’azione si contò una sola perdita umana e sei feriti (di cui uno, un soldato del Real Navi, morì in seguito).
Al sorgere del giorno la Divisione sarda si allontanò dalla costa per prepararsi a sferrare un nuovo attacco ma, nel pomeriggio, un brigantino olandese si presentò sottobordo al Commercio di Genova. Dopo essersi complimentato per la brillante azione il comandante olandese chiese quale fossero le intenzioni della Squadra sarda, facendo comprendere un suo tentativo di mediazione con il Bey. Sivori, in maniera pragmatica, lo mise al corrente che, in caso di non accordo, si sarebbe proceduto al bombardamento.
All rientro in porto il comandante olandese si presentò quindi dal Bey che, la mattina seguente, dovette riconoscere la piena validità del precedente trattato con il Regno di Sardegna, rinunciando a tutte le sue ultime richieste. Grazie a quella azione l’accordo fu quindi raggiunto, e la bandiera sarda venne nuovamente alzata sul palazzo del consolato sardo, salutata da 29 salve di cannone della piazza e da 21 della Divisione navale sparate in contemporanea al rientro del console sardo nel suo incarico.
Il comandante Sivori, accompagnato dal suo Stato Maggiore e dagli ufficiali delle altre navi, fu invitato a fare visita al Pascià Bey: la cerimonia si svolse con grande solennità e gli equipaggi ricevettero gratifiche dal Bey che, a sua volta, fu però trattato con tutti i riguardi dovuti alla sua carica. Il console riprese le trattative ed ottenne il rinnovo della sospensiva delle azioni corsare, senza che avvenisse il pagamento di alcun tributo da parte sarda.
| Si venne a sapere, in seguito, che gli Olandesi avevano trattato e pattuito col Bey un tributo annuo di cinquemila piastre per avere le stesse concessioni. |
Seppellito il Capurro con solenni funerali, alla presenza dei consoli e a spese del Bey, la squadra ripartì, verso Alessandria d’Egitto, per proseguire nella sua missione.
Dopo questa azione la corsa non cessò del tutto
Nel 1825, dopo i fatti di Tripoli, la Regia Marina Sarda intervenne anche a Tunisi, ottenendo dal locale Bey la restituzione di una nave da carico sequestrata senza valida ragione; nel luglio 1826 il brigantino Nereide venne assalito da corsari greci, impegnati nella guerra di indipendenza, ma fu salvato dalla fregata Maria Cristina e dalla corvetta Tritone con le quali stava dirigendo verso Odessa; nel 1830 la fregata Maria Teresa partecipò ad una azione contro il Bey di Tunisi che aveva cretao nuovamente problemi alla navigazione commerciale.
Con il bombardamento dell’agosto 1830 e la definitiva conquista di Algeri da parte delle truppe di Carlo X di Borbone, Re di Francia, cessò finalmente la corsa algerina. Un mese più tardi anche il Bey di Tunisi sottoscrisse un trattato nel quale rinunciava all’attività corsara, seguito, pochi giorni dopo, da quello di Tripoli.
Trattati che ebbero ancora screzi fino al marzo 1833 quando la squadra navale Sarda effettuò una missione congiunta con la marina borbonica contro il Bey di Tunisi a seguito della cattura di una feluca sarda. In seguito a questa azione il Bey si decise a cedere definitivamente nelle sue aspirazioni ed a rendere omaggio alla bandiera sarda. Si concluse così la millenaria lotta delle marinerie italiane contro la pirateria Barbaresca.
Gianluca Bertozzi
Fonti
Piero Carpani, I cannoni del Tritone, articolo pubblicato sulla Rivista marittima
wikipedia
PAGINA PRINCIPALE - HOME PAGE


