Tsunami, la furia della natura

Aaronne Colagrossi

29 Marzo 2019
tempo di lettura: 5 minuti

.
livello elementare 
.

ARGOMENTO: OCEANOGRAFIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Oceanografia, tsunami
.

Giappone nordorientale, 11 marzo 2011, ore 14:46. Il cielo è una lastra color grigio, della stessa consistenza del piombo fuso; ha quasi un aspetto funereo quel giorno. Lo tsunami è in arrivo … Improvvisamente, in mare, il fondale sussulta; un blocco di crosta terrestre lungo 430 chilometri si sposta verso est, con traslazioni orizzontali che in alcuni punti raggiungono i 24 metri. Dopo cinque minuti dal termine del terremoto, Miki Endo, un’impiegata comunale di Sendai, preme un bottoncino rosso e accende il microfono; sembra un film di 007, ma non è finzione, è realtà. Gli altoparlanti della città lanciarono l’allarme tsunami e migliaia di persone salirono sui tetti, ma non bastò: la gigantesca onda di maremoto investì la città con i suoi quindici metri di altezza devastandola. L’onda nera carica di detriti, sabbia e fango travolse la costa e tutto quello che trovò sul suo percorso. Il conto di “mastro beccaio” raggiunse i ventimila morti, senza contare i cinquecento chilometri di costa devastata.

Considerando che il Giappone è il paese più preparato per affrontare terremoti e tsunami un simile sisma avrebbe causato molta più distruzione se fosse avvenuto in un’altra zona del mondo. Casi di tsunami sono relativamente frequenti anche se quelli di maggiore intensità sono, per fortuna rari; tra i più recenti quello indonesiano del 2004 dove perirono 230.000 persone.

Da geologo ricevo più o meno sempre la stessa domanda: sono prevedibili i terremoti? La risposta è NO! Non lo sono. Diffidate di tutti gli pseudo-geologi, e/o gli pseudo-tecnici, che affermano il contrario.

tsunami thailandiqa

La maggior parte dei sismologi afferma che ogni anno avviene uno tsunami di importanza rilevante, molti scienziati ritengono che maremoti storici, come quello avvenuto in Grecia 3.500 anni fa, abbia addirittura cambiato il corso della storia dell’Uomo. In antichità venivano attribuiti alla volontà degli dei ma fu lo storico greco Tucidide, nel 430 a.C., il primo ad intuire una connessione tra terremoti e onde di tsunami. La ricorrenza di quest fenomeni ha lasciato un segno indelebile nella stori adi molti Paesi. La gravità del  terribile tsunami di Lisbona, avvenuto nel 1755, pare modificò l’ottimismo del pensiero occidentale dell’epoca. 

Come nasce uno tsunami? 
La parola Tsunami deriva dal giapponese e significa “onda di porto”, o “grande onda”. Gli tsunami non hanno nulla a che vedere con le onde di marea, né con il comune moto ondoso, tanto meno quello derivato da uragani tropicali e da grandi tempeste polari (con onde enormi). Le onde di tsunami, o di maremoto, sono provocate dai movimenti delle masse rocciose che compongono la crosta terrestre sommersa in determinate zone del globo. Queste zone sono dette di subduzione, ovvero aree in cui una porzione della crosta terrestre subduce rispetto all’altra; immaginate di spingere due materassi uno contro l’altro, uno s’infilerà sotto l’altro e lo costringerà a salire. Il movimento genererà uno sconvolgimento locale con rilascio di energia che si accumulerà proprio nelle zone di subduzione formando enormi faglie.

In parole semplici, un terremoto, sottomarino o terrestre, è sostanzialmente un rilascio improvviso di energia accumulata; immaginate di prendere un bastone di legno con le mani e di piegarlo con il ginocchio, il legno si piegherà sino a un certo punto (accumulo di energia) per poi spezzarsi con un sonoro crack: quello sarà il terremoto. Quando però avviene in mare, l’intera colonna d’acqua sovrastante il fondo risentirà della sollecitazione di energia proveniente dal basso; immaginate di colpire un secchio d’acqua sul fondo, l’urto genererà una serie di cerchi concentrici sempre più ampi che si allargheranno verso i bordi. In natura queste sono le onde anomale che possono colpire la costa generando danni e distruzione. 

Dopo la prima onda possono susseguirsi altre onde gigantesche che flagellano la costa per ore fino allo scarico di tutta l’energia e possono viaggiare per migliaia di chilometri e attraversare interi oceani. L’onda di tsunami in mare aperto è innocua, essendo a volte alta anche pochi centimetri ma viaggia a velocità incredibile, dell’ordine di oltre 500 chilometri orari, con lunghezze d’onda (tra una cresta e l’altra) di centinaia di chilometri e con un periodo che può arrivare a dieci minuti tra un’onda e l’altra. Lo tsunami diventa però pericoloso in prossimità della costa dove il fondale si rialza. 

tsunami_la-furia-della-natura_2004_1-768x379

Ricostruzione dell’altezza dell’onda anomala del 2004 durante la propagazione nell’oceano Indiano e in parte dell’Atlantico meridionale.

Lo tsunami dell’11 marzo 2011 colpì, specularmente, anche la costa della California ma con danni limitati (un uomo fu travolto dall’onda ed affogò). Lo tsunami indonesiano del 26 dicembre 2004, provocò vittime un pò ovunque nell’oceano Indiano: uccise 60.000 persone in India e nello Sri Lanka e colpì molti paesi dell’Africa orientale. Dopo questa catastrofe senza precedenti recenti, diversi stati hanno avviato una collaborazione per installare un sistema di rilevazione degli tsunami; tali sistemi funzionano con la misura delle variazioni di pressione provocate dal passaggio dell’onda anomala in oceano nei pressi di boe di rilevamento. Attualmente vi sono una sessantina di boe dislocate negli oceani.

Tuttavia, non è detto che il sistema delle boe sia infallibile; durante il terremoto giapponese dell’11 marzo 2011, le boe segnalarono una magnitudo di 7.4 Richter ma le analisi successive calcolarono una magnitudo di 9.

tsunami_allert_system-768x655

Una delle sessanta boe posizionate negli oceani per il rilevamento degli tsunami. Questa appartiene alla rete di allarme dell’Australia.

Ciò significa che con una magnitudo di 7.4 i giapponesi allertati attendevano un’onda anomala di altezza pari a circa tre metri (al di sotto del frangiflutti anti-tsunami alti cinque metri); con una magnitudo 9; invece lo tsunami raggiunse un’altezza di 15.5 metri. Questo errore di calcolo strumentale costò la vita a migliaia di persone che, con una corretta informazione, sarebbero potute scappare sulle alture dell’entroterra.

Strano a dirsi, ma la maggior parte dei geologi giapponesi non considerava la regione di Sendai particolarmente a rischio da un punto di vista sismico; agli inizi del duemila un gruppo di geologi nipponici aveva effettuato uno studio (pubblicato nel 2001) su alcuni depositi sabbiosi e argillosi dove si distinguevano chiaramente delle tsunamiti (depositi sedimentari generati da antichi tsunami), appartenenti a potenti maremoti occorsi nella regione di Sendai con una cadenza di circa 900 anni in un arco temporale di circa 4.000 anni. Per ironia della sorte lo studio terminava con un monito degli autori sulla pericolosità dell’area. Evidentemente poco raccolto.

tsunamite

Depositi sedimentari dove è possibile distinguere un livello di tsunamite, appartenente a un grande terremoto del passato.

Altri studi del genere sono stati portati avanti lungo le coste occidentali degli Stati Uniti d’America, nelle Filippine, nelle Sonda e in Indonesia. I risultati sono allarmanti: secondo i paleo sismologi, considerando un range temporale che varia tra i 200 e i 700 anni di cadenza, queste zone furono sistematicamente colpite da grandi onde di maremoto. Purtroppo la cadenza ha un valore statistico molto basso per cui non è possibile prevedere quando eventi simili si ripeteranno.

Che si può fare? Niente! Siamo oltre sette miliardi di abitanti sulla Terra di cui la maggior parte vive lungo le zone costiere. L’unica prevenzione è il monitoraggio attivo di questo fenomeni.

Aaronne Colagrossi

 

PAGINA PRINCIPALE - HOME PAGE
(Visited 1.728 times, 1 visits today)
Share

Lascia un commento

Share
Traduci l'articolo nella tua lingua