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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO ROMANO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Classiari, organizzazione dei fari
La posizione delle due caserme di classiari nella Città Eterna ha distratto l’attenzione di certi studiosi dai numerosi compiti professionali logicamente attribuibili ai fanti di marina nella capitale dell’Impero, che pur permaneva strettamente collegata al mare dal Tevere, sul quale continuavano a navigare anche le navi da guerra agli ordini degli imperatori. Un’eccessiva attenzione è stata in effetti rivolta alla ricerca di qualche compito secondario assolvibile dai classiari nei due quartieri dove erano accasermati, come se occorresse giustificare con qualche elementare mansione locale una presenza altrimenti inspiegabile. Ma, visto che siamo entrati in questo argomento, vediamo ora quali possano essere realmente state le altre attività svolte in contesti diversi da quelli prettamente militari. Per i classiari in servizio a Roma, la vicinanza delle loro caserme al Colosseo (per i Misenati) e alla Naumachia di Augusto (per i Ravennati) ha fatto pensare che il ruolo primario del personale delle due flotte pretorie presente nell’Urbe fosse al servizio di quei due luoghi di spettacolo. Vista l’abnormità di questa interpretazione, verifichiamo meglio di che si tratta.

L’Anfiteatro Flavio mostra tuttora, attorno alla parte più alta del suo perimetro esterno, una fitta serie di mensole in travertino poste al di sotto di fori praticati nel cornicione: in quei fori passavano i 240 pali che, poggiati sulle rispettive mensole, sporgevano verso l’alto tutt’intorno al Colosseo. Essi servivano per sorreggere l’immane velario, che riparava gli spettatori dal sole ed era tenuto in tensione da un complesso sistema di cavi, anelli e carrucole, con dei tiranti esterni che arrivavano in basso alle grosse bitte infisse per terra attorno all’anfiteatro. Sebbene il velario fosse costituito da un insieme di spicchi di tela di lino fra di loro indipendenti, la manovra di questi ultimi richiedeva comunque una perizia fuori dall’ordinario, poiché ciascuno spicchio aveva una superficie di gran lunga maggiore di qualsiasi vela mai utilizzata per mare. È quindi perfettamente credibile che la manovra del grande velario fosse stata affidata a chi possedeva una provata destrezza ed esperienza nel maneggiare i cavi e le vele. Ma stiamo parlando di esperienza marinaresca, che era propria dei nocchieri: certamente non l’avevano i classiari, il cui addestramento era focalizzato sull’uso delle armi. Tuttavia, il coinvolgimento dei marinai della flotta per la manovra del velario ci è noto solo da un passo della Storia Augusta formalmente contraddittorio, poiché cita i classiari «che manovravano il velario, nell’Anfiteatro» nel contesto di un episodio in cui l’imperatore Commodo ha sfruttato le capacità antisommossa dei classiari veri e propri, ivi presenti, per compiere una repressione dispotica. In quel caso, quindi, non si trattava di nocchieri, ma la confusione è comprensibile, sia perché l’autore, Elio Lampridio, ha scritto quella biografia due secoli dopo, sia perché non vi era l’abitudine di usare termini distinti per indicare le pur diversissime categorie del personale delle flotte. D’altronde non dovremmo nemmeno sorprenderci eccessivamente, perché, anche oggigiorno, ogni militare della Marina è visto come un marinaio, senza badare alle distinzioni di categorie e specialità, quali i Nocchieri, i Radaristi, i Fucilieri di Marina, ecc. In ogni caso, qualora dei nocchieri Misenensi fossero stati effettivamente utilizzati per il velario del Colosseo, si sarebbe trattato di un compito assolutamente subalterno e secondario rispetto alla loro missione primaria. Risulta peraltro che nel 212 dei classiari hanno fornito un contributo minoritario all’allestimento di uno spettacolo all’anfiteatro da parte dei Vigili.
Quanto ai classiari della flotta pretoria Ravennate, viene normalmente assicurato che la loro caserma, essendo nel quartiere di Trastevere (Regio XIV Transtiberim), era vicina “alla Naumachia”. In realtà le naumachie, a Roma, sono state probabilmente cinque, o comunque almeno quattro. Dopo quella di Cesare, che però era stata allestita nel Campo Marzio, nel 2 a.C. Augusto fece scavare la sua vasta naumachia (lunga 533 m, larga 355) nell’area pianeggiante trasteverina al centro dell’ansa del fiume. Questo stesso bacino venne utilizzato forse anche da Nerone e sicuramente da Tito. Successivamente Domiziano volle realizzare una nuova naumachia – vicina al Tevere e dotata di gradinate per gli spettatori – e lo stesso fece Traiano, che inaugurò la propria naumachia nel 109 d.C.. Oltre un secolo dopo, Filippo l’Arabo e suo figlio fecero scavare nuovamente un bacino al di là del Tevere nell’imminenza delle celebrazioni per il primo millennio di Roma (247 d.C.). Gli spettacoli di combattimenti navali, che si tennero in queste strutture appositamente realizzate oppure anche in altri edifici di spettacolo (anfiteatri e teatri) erano eventi alquanto rari, visto che i primi tre (organizzati da Cesare, Augusto e Claudio) sono avvenuti a distanza di circa mezzo secolo l’uno dall’altro, mentre quelli successivi – scarsamente documentati – sono stati mediamente intervallati di circa un trentennio. È evidente che, per degli impegni ripetuti con frequenza pluridecennale, avrebbe avuto ben poco senso mantenere in permanenza in una caserma trasteverina dei classiari dedicati alle naumachie.
La Naumachia di Diocleziano secondo una ricostruzione immaginaria settecentesca. Incisione ad acquaforte originale tratta dall’opera Voyage pittoresque ou description des royaumes de Naples et de Sicile di Jean Claude Richard, Abbé de Saint-Non (4 volumi, 1781-1787). Autori dell’incisione sono Jean Duplessi Bertaux e Robert Daudet, su disegno di Jean Baptiste Charpentier.
Il carattere assolutamente eccezionale di quelli spettacoli è desumibile anche da quanto avvenne per la naumachia ideata da Augusto: per quella occasione affluirono a Roma moltissime persone provenienti da ogni parte d’Italia, mentre gli stessi cittadini dell’Urbe si riversarono in massa al di là del Tevere, tanto che si rese necessario istituire un servizio di sorveglianza in città per non lasciare il campo libero a ladri e rapinatori. Ma quale avrebbe potuto essere il ruolo dei classiari in uno spettacolo di naumachia? Le descrizioni degli eventi programmati nell’Urbe sono molti stringate, riferendo al massimo i nomi delle flotte contrapposte e il numero di navi e di combattenti imbarcati. Tuttavia questi combattenti precettati per un pubblico spettacolo non erano certamente dei classiari, ma dei figuranti che agivano come tali: dei gladiatori – schiavi o professionisti – o dei condannati. Quest’ultima soluzione fu adottata per la grande naumachia voluta da Claudio nel lago Fucino nel 52 d.C., la sola di cui abbiamo qualche dato più preciso. In quel caso, infatti, gli equipaggi che dovevano imbarcare sulle quadriremi e triremi partecipanti al combattimento navale erano costituiti da diciannovemila uomini, tutti criminali condannati a morte. Lo specchio d’acqua da utilizzare per la battaglia era solo una porzione dell’ampio lago: esso era stato delimitato da un cordone di navi da guerra e altri natanti armati di catapulte e baliste, presidiati da classiari e pretoriani, per evitare che i condannati potessero navigare liberamente verso la sponda opposta e darsi alla macchia. In quel contesto molto particolare, dunque, i classiari agivano sulle proprie navi per contribuire alla tutela della sicurezza e della legalità. Un’analoga esigenza non avrebbe potuto presentarsi per le naumachie cittadine. Per esse, l’eventuale ruolo dei classiari non avrebbe potuto essere che molto più limitato.

Avendo dunque visto che il contributo dei classiari allo svolgimento dei pubblici spettacoli imperiali – al Colosseo e nelle naumachie – fu soltanto episodico e marginale, come avvenne anche per le forze terrestri, rimangono da citare altre attività non militari occasionalmente assegnate al personale delle flotte. Occorre premettere che i Romani hanno sempre considerato necessario mantenere i militari costantemente in attività, per evitare gli effetti deleteri dell’ozio. Tale criterio, la cui applicazione è maggiormente visibile per le forze terrestri, ha talvolta consentito l’esecuzione di lavori che suscitarono stupore o ammirazione, come i seguenti esempi: le navi che in epoca repubblicana Scipione Nasica aveva fatto costruire dai suoi legionari, pur non avendone bisogno; il canale navigabile lungo 34 km fra il Reno e la Mosa fatto scavare da Corbulone dopo aver ricevuto da Claudio l’ordine di interrompere le sue vittoriose operazioni in Germania; il completamento degli argini sul Reno, portato a termine dal governatore della Germania inferiore, mentre il suo collega della Germania superiore avviava il progetto – purtroppo abortito – di scavo di un canale di collegamento fra la Mosella e la Saona, per consentire la navigazione interna dal Mediterraneo al mare del Nord. Anche i classiari sono stati impiegati in analoghi lavori (586). Quello di gran lunga più noto è il Vallo di Adriano, la prima linea fortificata lunga 117 km a difesa della provincia di Britannia dalle incursioni da nord, costruzione alla quale hanno in parte contribuito gli uomini della classis Britannica. Oltre a questa opera immane, eretta a scopo di difesa, un altro lavoro eseguito dai classiari in ambito militare è stato il rifacimento del ponte mobile, in legno, sul canale navigabile fra il porto di Miseno e l’omonimo lago, sotto la direzione del comandante della flotta, Flavio Mariano (nel IV secolo). Nella stessa area, i Misenati potrebbero aver contribuito, all’epoca di Costantino, all’importante restauro cui fu sottoposto l’acquedotto del Serino, che alimentava anche la Piscina Mirabile. È inoltre noto il coinvolgimento di classiari, unitamente a degli ausiliari, nei lavori relativi ad un’opera di pubblica utilità durante il principato di Antonino Pio: lo scavo di una galleria per un acquedotto nell’area del porto di Saldae (odierna Bugia, in Algeria) nella Mauretania Cesarense. Si tratta, come si vede, di eventi piuttosto rari e geograficamente diradati, resi possibili solo dall’assenza di altre esigenze operative. Inoltre, dato il loro carattere occasionale, inconsueto e atipico, le predette attività non appaiono configurare un’ulteriore funzione collaterale dei classiari, mentre sono certamente un buon indizio della loro versatilità.
Domenico Carro
estratto dal saggio Classiari di Domenico Carro – Supplemento alla Rivista marittima aprile-maggio 2024 – per gentile concessione della Rivista Marittima, dedicato alla memoria del figlio Marzio, corso Indomiti, informatico visionario e socio del Mensa, prematuramente scomparso
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