Verso l’installazione e l’impiego operativo di armi ad energia da parte della UK Royal Navy

Gian Carlo Poddighe

20 Aprile 2024
tempo di lettura: 3 minuti


livello elementare
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ARGOMENTO: MARINE MILITARI
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ARMI A ENERGIA DIRETTA
parole chiave: Royal Navy, US Navy, DragonFire

 

Lo sviluppo di sistemi autonomi offensivi di basso costo, operanti in sciami contro bersagli navali e terrestri, ha sotto un certo aspetto accelerato alcuni programmi di impiego di armi ad energia diretta. Ne avevamo parlato in un articolo qualche mese fa, di fatto anticipandone un possibile impiego come sistemi di difesa contro droni e missili. L’ingegner Poddighe fornisce un interessante aggiornamento che sembra segnalare, dopo i test favorevoli avvenuti nel nord della Scozia, la volontà della marina britannica ad installare rapidamente questi sistemi sulle loro navi. Buona lettura.

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Dopo una letterale ed inusuale levata di scudi da parte dei comandi impegnati in Mar Rosso e golfo Persico, ed in particolare nell’operazione PROSPERITY GUARDIAN (con pari tensioni nella US Navy) la Royal Navy ha diffuso nei giorni scorsi un comunicato relativo alla decisione di dotare di armi ad energia le proprie unità, secondo un programma che prevede una prima installazione entro tre anni.

Certamente un risultato non proprio tempestivo, e nessuno ha parlato di gap filler. Armi ad energia che comunque richiedono una certa disponibilità e ridondanza di generazione elettrica a bordo (uno dei talloni di Achille delle recenti unità della RN). Si tratterebbe, in pratica, di una prima risposta (operativa) mirata a contrastare le minacce di droni e missili lanciati dagli Houthi (ma non solo) con sistemi alternativi a missili e cannoni. In pratica, il sistema prescelto, DragonFire, dovrebbe essere operativo a bordo nel 2027, retrofit e nuove costruzioni, integrato agli esistenti sistemi di difesa aerea della Royal Navy, fondamentalmente i sistemi missilistici Sea Viper e Sea Ceptor.

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DragonFire utilizza una tecnologia di combinazione dei raggi innovativa per fornire un raggio laser con maggiore densità di potenza, tempi di disattivazione ridotti e maggiore portata effettiva. Ciò è ottenuto, in parte, attraverso l’uso di decine di fibre di vetro. Il laser e i sistemi di puntamento associati, tra cui una telecamera elettro-ottica e un secondo laser a bassa potenza per l’imaging e il tracciamento, sono montati su una torretta. Secondo quanto riferito, il laser è della classe da 50 kW ed è progettato per difendere obiettivi terrestri e marittimi da minacce come droni, missili e colpi di mortaio. Le sue richieste energetiche potrebbero essere soddisfatte da un Flywheel Energy Storage System (FESS), un’innovazione congiunta tra Regno Unito e Stati Uniti attualmente in fase di sviluppo. – da Wikipedia 

Non solo una nuova risposta operativa, ma una soluzione economica all’attuale “salasso” di impiego di armi ad altissima tecnologia ed estremamente costose contro bersagli spendibili ed a basso costo: è stato calcolato che ciascun “colpo” laser di questo sistema costi tra 10 e 15 Euro e, non essendo basato su probabilità, dispersione del tiro e necessità di multipli ingaggi e tiri, può essere estremamente efficace, concentrando istantaneamente (alla velocità della luce) la difesa su un bersaglio in avvicinamento con un’altissima precisione di intercetto. Non si tratta di una novità assoluta, ma del risultato di almeno un decennio di studi e prove, culminate nei mesi scorsi con test nel poligono delle isole Ebridi (Scozia).

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La messa a punto del sistema d’arma e la sua fornitura, vede il coinvolgimento anche dell’industria italiana in quanto questo programma, gestito dal Defence Science and Technology Laboratory (DSTL), una agenzia esecutiva del Ministero della Difesa britannico creata con lo scopo di “to maximise the impact of science and technology for the defence and security of the UK“, annovera come partner industriali MBDA, Leonardo oltre a QinetiQ.

Giancarlo Poddighe

immagini Royal Navy © Crown copyright

 

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