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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: EPOCA REPUBBLICANA
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Organizzazione della flotta
Dopo la vittoria nella guerra Tarantina, Roma si preoccupò nel vedere che al di là dello Stretto di Messina i Cartaginesi stavano progressivamente insediandosi in molte città della Sicilia e si preparavano ad impadronirsi anche di Messina, alleata dei Romani. Avendo da poco sperimentato il carattere infido dei Cartaginesi, che, sebbene alleati dei Romani, nella recente guerra avevano inviato la propria flotta in aiuto alla città di Taranto, il Senato romano comprese che si rendeva inevitabile un conflitto contro Cartagine, anche se questa era allora la maggiore potenza navale del Mediterraneo. Inizialmente sembrò che la posta in gioco consistesse solo nel possesso della Sicilia, isola troppo vicina alla nostra Penisola per non costituire un grave pericolo se controllata da una potenza nemica. Tuttavia, come si vide poi dall’intero svolgimento del conflitto, i Romani si erano prefissati il conseguimento di uno scopo molto più ambizioso: quello di combattere per il libero utilizzo del mare. In effetti, dopo aver esteso il proprio dominio sull’intera Penisola, Roma non avrebbe avuto più alcuna possibilità di espansione se non avesse avuto piena libertà di movimenti sul mare; anzi, in tal caso, anche la sicurezza della stessa Penisola avrebbe potuto ben presto divenire assai precaria. Non è quindi affatto sorprendente che il Senato, nella sua proverbiale saggezza [23], si sia risolto ad affrontare una sfida apparentemente insostenibile per sottrarre ai Cartaginesi il dominio del mare.

Tenuto conto dell’eccessivo divario di forze per la guerra navale, i Romani agirono con il loro consueto pragmatismo, procedendo con gradualità. Essi raccolsero inizialmente tutte la navi disponibili, unendo alla loro piccola flotta le unità prelevate presso tutte le marinerie italiche [24]. Con la grande flotta in tal modo costituita, i Romani navigarono verso Reggio e, dopo aver effettuato un’abile manovra diversiva per ingannare la sorveglianza della flotta cartaginese, attraversarono lo Stretto di notte e riuscirono a sbarcare a Messina, da cui proseguirono le operazioni in Sicilia. Nel frattempo, essi misero in cantiere una nuova grande flotta costituita dalle poderose quinqueremi, una classe di unità che non era mai stata costruita presso le varie marinerie italiche, ma che venne studiata con il contributo di esperienza fornito dai Siracusani (neo alleati dei Romani) e, secondo quanto si è tramandato, con l’esame di una quinquereme punica arenatasi sulla spiaggia calabrese e catturata dai Romani. Tutti gli equipaggi necessari alle nuove unità vennero formati ex novo e sottoposti ad un intenso addestramento.
È stato inoltre riferito, dal solo Polibio, che per compensare le minori qualità evolutive delle navi romane e la minore esperienza di manovra dei comandanti romani, sulla prora delle nuove quinqueremi sarebbe stata sistemato un attrezzo di nuova invenzione, chiamato corvo, consistente in una passerella mobile dotata di uncino all’estremità per agganciare le navi nemiche e facilitarne l’arrembaggio. Se ne è dedotto che, con questo artifizio, o con le cosiddette mani di ferro di cui parlano tutte le altre fonti (nulla di più dei rampini lanciati per l’abbordaggio), i Romani fossero riusciti a “trasformare la battaglia navale in una battaglia terrestre”: concetto assolutamente aberrante, perché riuscire ad affiancare ed abbordare una nave nemica (che contromanovra per evitarlo), saltare su di essa all’arrembaggio (mentre il nemico reagisce con lancio di frecce, giavellotti ed altri proiettili), e combattere a bordo di essa fino ad impadronirsene (muovendosi negli angusti spazi liberi sui ponti di coperta delle navi e poi anche sotto coperta), è una delle imprese più squisitamente marinare che si possano compiere per imporsi su di una nave nemica in mare. Va inoltre detto che, mentre i corvi fecero una breve comparsa solo nel racconto polibiano delle due prime grandi battaglie navali della prima Guerra Punica, e poi scomparvero, i Romani continuarono sempre a prediligere la tattica dell’arrembaggio rispetto a quella dello speronamento, ritenendo – a giusto titolo – preferibile appropriarsi delle navi vinte e catturarne i relativi equipaggi, anziché mandare a fondo quelle preziose risorse.

La sequenza degli eventi principali del conflitto è impressionante. Dopo il primo sbarco romano in Sicilia (264 a.C.), vi furono: la vittoria navale di Milazzo (260 a.C.) conseguita da Caio Duilio; la presa di Sardegna e Corsica (259 a.C.), per sfruttare subito lo sconcerto del nemico, ed al fine di ottenere un miglior controllo del Tirreno; vittoria navale di Ecnomo (256 a.C.), al termine della più grande battaglia navale dell’antichità, per numero di navi e di uomini imbarcati; primo sbarco romano in Africa (256 a.C.), condotto da Marco Attilio Regolo; vittoria navale di Capo Ermeo (256 a.C.) e recupero delle legioni dall’Africa; due spaventosi naufragi provocati da tempeste (255-253 a.C.); blocco navale di Lilibeo (250 a.C.); battaglia navale di Trapani (249 a.C.), l’unica persa dai Romani, per un eccesso di fiducia del loro comandante in capo. Seguì una fruttuosa pausa delle maggiori operazioni navali dei Romani, che studiarono nel frattempo una significativa miglioria delle proprie costruzioni navali, misero quindi in cantiere un nuovo tipo di quinqueremi veloci, ne addestrarono con il massimo impegno i relativi equipaggi navali, consentendo alla nuova flotta romana di intercettare il nemico navigando contro mare e contro vento in una situazione meteo fortemente deteriorata e di surclassare i Cartaginesi nella perizia marinaresca e nel combattimento, riportando così la decisiva vittoria navale delle Egadi (241 a.C.), che pose fine al conflitto.
Questa prima Guerra Punica venne così vinta al termine di un gigantesco sforzo organizzativo, finanziario, cantieristico, addestrativo ed operativo, ed a prezzo di perdite ingenti (circa 800 navi da guerra, di cui oltre 600 affondate dalle tempeste), avendo tuttavia inflitto al nemico cinque sconfitte navali (contro una sola subita) e la perdita di circa 530 navi da guerra (di cui più della metà vennero catturate dai Romani). L’obiettivo strategico venne pienamente conseguito, con la chiara acquisizione della supremazia navale e del dominio del mare nel bacino occidentale del Mediterraneo. I Cartaginesi, non essendo più in condizioni di mantenere i collegamenti navali con l’Africa, furono costretti a rinunziare a qualsiasi pretesa sulla Sicilia; subito dopo, approfittarono della loro nuova posizione di padroni incontrastati del mare, i Romani fecero loro ratificare anche la rinunzia alla Sardegna ed alla Corsica. I commentatori moderni hanno trovato molte difficoltà a spiegare il successo romano in una guerra prettamente marittima contro l’espertissima potenza navale punica, ed hanno finito con l’ammettere che i Romani dimostrarono di aver superato i Cartaginesi nella capacità di combattere le battaglie navali [25] e nella pura abilità nautica [26], divenendo, con la perseveranza, dei provetti marinai [27]. Tutto questo è certamente vero, ma il reale merito dei Romani fu quello di aver perfettamente compreso le logiche del potere marittimo ed aver pertanto individuato fin dall’inizio la strategia più appropriata per sconfiggere il nemico [28].
Domenico Carro
Note
[23] A proposito delle straordinarie qualità del Senato di Roma, Tito Livio scrisse che ne «seppe cogliere il vero aspetto solo colui che lo definì un consesso di re» (Liv., IX, 17, 14).
[24] Il compito di radunare tutte queste navi venne affidato a quattro provveditori della flotta, detti questori classici, una magistratura appositamente istituita per tale esigenza contingente (Ioan. Lyd., Magistrat., I, 27, 1).
[25] “Whatever historical moral may be drawn from the story of the first Punic war, the fact remains that a nation of landsmen met the greatest maritime power in the world and defeated it on its own element. In every naval battle save one the Romans were victors. … No great naval genius stands above the rest, to whom the final success can be attributed. Rome won simply through the better fighting qualities of her rank and file and the stamina of her citizens.” (Stevens 1920)
[26] “Few wars are more interesting and instructive than this – the first Punic War. … Carthage could only be attacked by sea, and her sea efficiency was superior to that of any other nation. Yet she failed. The cause of that failure was surely her lack of ‘ Fitness to win.’ … her unfitness to win led her into a neglect of efficiency, so great that in the final fight she was proved inferior to the Romans in purely nautical ability.” (Jane 1906)
[27] “the Romans by dogged perseverance at length made themselves such skillful sailors that they brought the First Punic War to a close with a naval battle in which they defeated the enemy through sheer ship handling.” (Potter 1981)
[28] Un “grande fattore che consentì la vittoria finale di Roma è l’innegabile comprensione che i Romani, e in particolare il Senato, avevano dell’importanza e delle caratteristiche del potere marittimo. All’inizio della Prima Guerra Punica Roma impostò subito la costruzione di una flotta militare quale la città non aveva mai avuto; a Sparta, durante la Guerra del Peloponneso, occorsero vent’anni per capire che se voleva sconfiggere Atene avrebbe dovuto farlo in mare.” (Flamigni 1995).
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