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La politica di Pechino in Africa di Andrea Mucedola

livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: AFRICA 
parole chiave: Cina, Africa

 

la flotta cinese in Africa

In questi ultimi anni la presenza cinese è diventata notevolmente invasiva in tutta l’Africa: grandi investimenti, progetti infrastrutturali, ma anche una capillare diffusione di piccole imprese commerciali locali che stanno penetrando nel tessuto intimo dei paesi africani di fatto “cinesizzando” il continente nero.

Una mancanza di visione dell’Occidente?
La situazione della penetrazione cinese in Africa è sotto gli occhi di tutti. Un piano machiavellico per approvvigionare risorse essenziali nel III millennio, in particolare in un mondo che ha perso la sua bipolarità e si avvia verso un futuro incerto, minato da pressioni demografiche e monopolizzazione delle risorse che vanno a confermare il trend ipotizzato da Samuel Huntington nel suo “The Clash of Civilisations?“.

Anni fa,  ad un congresso di Sicurezza marittima, un membro dell’Unione africana mi disse che la presenza cinese in Africa nasceva da tre semplici fattori economici e politici:

– l’esigenza di materie prime per l’industria cinese;

– di mercato per prodotti manifatturieri cinesi a basso costo;


– di espandere, in un mondo decadente bipolare, l’influenza geoeconomica del dragone rosso al di fuori dell’Asia.

Dietro questa espansione in Africa, che potremmo definire capillare, traspare un disegno ben preciso. La popolazione cinese si avvicina oggi a più di un miliardo e 430 milioni di persone, una pressione che richiede sempre più risorse per la sua sopravvivenza. Secondo i Cinesi, l’Africa è un mercato interessante dove i governi, alla ricerca di investimenti stranieri, cercano una via nuova per sfuggire alle condizioni imposte dalle istituzioni industriali e finanziarie occidentali. D’altra parte, come sottolineato da alcuni osservatori occidentali, la penetrazione di Pechino nel continente nero potrebbe essere vista come un neocolonialismo che si innesca in maniera sottile sulle ceneri mai sopite delle vecchie gestioni. L’Africa offre diamanti, petrolio ma anche le terre rare, necessarie per l’industria elettronica, che sono la vera sfida del futuro. Pechino ha compreso che più della metà dei giacimenti mondiali delle terre rare si trova in Africa e che il loro monopolio darà un arma economica senza eguali alle industrie cinesi che, di fatto, potrebbero strangolare gli approvvigionamenti industriali di molti Paesi occidentali.

Di fatto, da anni la Cina investe in silenzio, da un lato creando posti di lavoro e costruendo ospedali e scuole, dall’altro alimentando governi talvolta “corrotti”, ignorando la tutela e la dignità del lavoro ed il degrado ambientale connesso alle attività delle sue imprese su un territorio che non è il loro. Tutto in cambio di un mercato enorme e ricco. 

Sembrerebbe esistere un disinteresse delle autorità statali che guardano “al poco ma subito“, con una popolazione disillusa di poter cambiare in maniera democratica lo status quo in cui convivono modernità, superstizioni ataviche, corruzione e poteri locali. Questo spiega l’ascesa machiavellica della Cina come attore geopolitico in un teatro in cui una ristretta classe detiene ancora il potere con la complicità di gruppi di potere transnazionali ed ora cinesi.

Africa cinese o Cina africana?

La Cina e l’Africa
L’impegno cinese fu ribadito dal presidente Xi Jinping nel 2013, quando dichiarò che la Cina avrebbe avuto voce in capitolo sullo sviluppo africano nei prossimi decenni. Un’attenzione che non passò inosservata alle potenze occidentali, preoccupate per l’effetto a lungo termine di una strategia geopolitica così grandiosa. Nel 2015, il piano cinese di investire 60 miliardi di dollari US per lo sviluppo africano fu dichiarato pubblicamente. Un processo iniziato da molto tempo nel Corno d’Africa, nel 2006, con la firma da parte dell’ex presidente Hu Jintao di un accordo di esportazione di petrolio, che permise alla China National Offshore Oil Corporation (CNOOC) di diventare l’attore principale nel mercato locale.

piattaforme della China National Offshore Oil Corporation (CNOOC)

Il piano cinese comprese la costruzione di porti e aeroporti per facilitare il trasferimento delle materie prime verso la Cina ed i prodotti lavorati verso ovest. Va menzionata la costruzione di una complessa rete ferroviaria in Kenia da oltre tre miliardi di dollari, salutata dal presidente Uhuru Kenyatta come una svolta per il Paese. Nello stesso tempo furono emessi dalla Cina, a favore dei Paesi africani, prestiti a tassi vantaggiosi, migliori di quelle del Fondo monetario internazionale. Investimenti a cui l’Occidente non fu in grado di reagire, continuando a grattare le briciole di un mondo che stava cambiando velocemente. Fu in questo contesto che la Cina realizzò anche una grande diga in Etiopia ed un’altra idroelettrica nel Nilo azzurro, una struttura quest’ultima che avrà in futuro un grande impatto sulla geografia della regione.

Questi investimenti economici hanno però di fatto alimentato le crescenti tensioni tra Kenya ed Etiopia e numerosi conflitti locali. Nel 2017 fu inaugurata la prima ferrovia internazionale elettrica del continente africano, costata più di 4 miliardi di dollari. Oltre 700 chilometri di rete che collegano Addis-Abeba con la Repubblica di Gibuti, un Paese piccolo ma estremamente strategico in quanto il suo piccolo porto commerciale (destinato a crescere) è divenuto un importante hub tra il sud est asiatico ed il Canale di Suez. Qui i Cinesi hanno realizzato la loro prima base militare all’estero per il supporto di una task force navale cinese nel Golfo di Aden che consistere in due fregate lanciamissili e una nave di rifornimento e circa 700 militari tra cui squadre di rapido intervento delle forze speciali. Ma non solo. La Cina, oltre alla nuova base navale, sta finanziando progetti infrastrutturali per completare i collegamenti da Gibuti ai mercati chiave della vicina Etiopia.

Cinesi a Gibuti photo credit: Xinhua

Perché tanta attenzione verso Gibuti?
Perché Gibuti è uno degli anelli della via della seta, la famosa One Belt One Road, un progetto transcontinentale di trasporti e servizi che attraverserà numerosi Paesi in via di sviluppo, dal Pakistan, allo Sri Lanka, dal Kazakistan all’India, fino al continente Africano. Gibuti è la prima base operativa di coordinamento tra la madre patria e l’Africa. Un porto in cui convoglieranno le  vie commerciali terrestri vitali per il trasferimento dei materiali necessari all’industria cinese. Una piccola task force navale cinese vi si è già installata e, come vedremo, non è che l’inizio.

Investimenti  vs controllo
Nel corso del terzo Forum sulla cooperazione tra Cina e Africa, il presidente cinese Xi Jinping ha annunciato che Cina investirà altri 60 miliardi di dollari nel continente tramite la Exim bank of China, facendo comprendere che, diversamente dal Fondo Monetario Internazionale o dalla Banca mondiale, potrà elargire denaro “senza porre condizioni di tipo ambientale o di tutela dei diritti umani”.

Nel quadro strategico cinese il controllo dei servizi di pubblica utilità (luce, acqua, alimentare) e dei media consentirà alla Cina di governare, più o meno occultamente, favorendo e dando legittimità a governi o fazioni non sempre democratiche. Cosa già avvenuta in passato. Basti pensare al Sudan dove la Cina divenne il principale partner economico prima della guerra in Darfur, ottenendo metalli pregiati e, soprattutto, petrolio in cambio di aiuti, armi  e protezione nelle organizzazioni internazionali, come il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove la Cina spesso pose il veto a mozioni contro la violazione dei diritti umani (Sudan).

Nel rapporto “Il ruolo della Cina in Africa come partner commerciale e militare. Quali scenari nel continente con la crisi globale ed il crescente impatto ambientale? ” Vincenzo Gallo afferma che  “le più strette relazioni sino-africane hanno avuto effetti non trascurabili anche per quanto riguarda il trasferimento di armi cinesi in Africa sempre più sofisticate. I Paesi africani non comprano più solo armi leggere e portatili, ma anche aerei da combattimento, sistemi missilistici e, come nel caso della Nigeria, anche velivoli senza pilota.” fonte  Report

La Cina sta sviluppando strategie a lungo termine per l’esportazione delle materie prime anche in Niger, Nigeria ed in Angola dove gli investimenti superano gli otto miliardi di dollari all’anno solo nel settore petrolifero. Basti pensare che un terzo delle forniture cinesi di petrolio proviene proprio dall’Africa. Un fattore interessante è che in Angola sono migrati oltre 200.000 lavoratori cinesi. Questa penetrazione di massa va a modificare i tessuti sociali degli Stati. Ad esempio, gli investimenti cinesi in Zimbawe hanno fatto si che il governo, nel gennaio 2016, adottò anche il renmimbi cinese tra le monete del Paese, in cambio della cancellazione di un debito verso Pechino di 40 milioni di dollari.

Un’opera capillare a livello politico che non trova adeguato freno da parte delle politiche estere europee e statunitensi per il continente africano. Questa “accidia” ha favorito l’industria cinese che, stante le condizioni geopolitiche in Africa, non ha limitazioni etico morali in merito ai diritti umani o gli standard di lavoro, potendo così assumre alle loro condizioni i lavoratori.

Un grande mercato di risorse che trovano la via per la Cina
In agricoltura, il Benin e i Paesi del Sahel del Burkina Faso e del Mali forniscono fino al 20% del fabbisogno di cotone della Cina, il cacao viene prodotto nella Costa d’Avorio, il caffè in Kenya. Non ultima va menzionata la pesca condotta in maniera eccessiva (overfishing) nelle acque della Namibia, che segue la depredazione, non solo da parte dei cinesi, di quelle somale. Commerci spregiudicati che distruggono le economie locali e favoriscono lo sviluppo di criminalità locali (traffici illeciti, contrabbando e pirateria). Non a caso la Cina ha recentemente esordito come potenza marittima d’oltremare inviando un gruppo navale in missione anti- pirateria per contrastare gli attacchi dei corsari somali alle navi da trasporto che ha in Gibuti un’importante base navale di supporto. La nuova e moderna flotta militare cinese avrà quindi il compito, oltre quello di proteggere il traffico nelle acque territoriali allargate (nine-dash lines), di sorvegliare le rotte strategiche dell’approvvigionamento energetico verso e dall’Africa. 

la complessa rete degli investimenti cinesi in Africa da link

Inoltre, il non rispetto da parte cinese delle politiche stabilite dal Fondo monetario internazionale o dalla Banca mondiale permette una maggiore velocità e agilità nella creazione di partnership con tassi, impensabili nei Paesi occidentali, dell’1,5% da 15 a 20 anni. La Cina ha di fatto lentamente sostituito un mercato lasciato libero dall’Occidente che, dopo averne sfruttato in passato le risorse naturali, si allontanò dall’Africa quando iniziò a percepire la crescita dell’instabilità politica post coloniale. L’Occidente di fatto ha mancato di continuità nello sviluppo politico ed economico di alcuni Paesi del continente nero, non sapendo guardare oltre.

La crescita dell’instabilità sociale
La lotta dei clan africani, in certe aree ancora in corso, ha favorito negli ultimi cento anni conflitti interni sanguinosi, innescando flussi migratori umanitari e, più recentemente, soprattutto economici. Le popolazioni, non avendo maturato il concetto di nazione, rifuggono il desiderio di cercare una stabilità locale e migrano verso aree che i mass media mostrano più appetibili. In realtà molti ricercano un paradiso dove trovare una collocazione più dignitosa a costo zero. Questo non sembra turbare più di tanto gli investitori cinesi, vista la grande quantità di mano d’opera a poco prezzo sul mercato.

Durante l’incontro FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation) del dicembre 2015, svoltosi a Johannesburg, in Sudafrica, il presidente cinese Xi Jinping promise sessanta miliardi di dollari per un accordo triennale in prestiti e assistenza nel continente africano per sostenere lo sviluppo di fabbriche e infrastrutture strategiche per l’esportazione. Grandi opere che secondo i Cinesi avrebbero dato lavoro a moltissimi operai, tra tutte la costruzione di una nuova ferrovia di 1400 chilometri da Lagos a Calabar, avrebbe creato circa 200.000 posti di lavoro, e lo sviluppo di nuovi porti marittimi.

contingente cinese presso il FOCAC (Forum on China-Africa Cooperation)

Numeri importanti ma che, raffrontati all’Africa, sono gocce in un mare tempestoso. Le condizioni di lavoro nei cantieri comportarono un alto costo in termini di vite umane, che fu evidenziato dai mass media come uno sfruttamento colonialista da parte dei cinesi della popolazione locale. La risposta cinese fu l’emissione asettica di una guida di comportamento etico per le società cinesi che operano all’estero.

Secondo il Libro Bianco cinese intitolato “La cooperazione economica e commerciale Cina-Africa” (dicembre 2010) i principi e gli obiettivi della politica cinese in Africa sono i seguenti (fonte La penetrazione cinese in Africa di Daniele Cellamare e Nima Baheli, edito dall’Istituto di studi politici San Pio V, Roma):

sincerità, amicizia ed uguaglianza. La Cina aderisce ai Cinque Principi della Coesistenza Pacifica, rispetta la scelta indipendente per lo sviluppo dei paesi africani e sostiene lo sforzo degli stessi per diventare più forti attraverso l’unità. 

beneficio reciproco e prosperità comune. La Cina sostiene l’impegno dei paesi africani per lo sviluppo economico e la costruzione delle nazioni, svolge la cooperazione in varie forme nello sviluppo economico e sociale, promuove la comune prosperità della Cina e dell’Africa. 

sostegno reciproco e stretto coordinamento. La Cina intende rafforzare la cooperazione con l’Africa presso le Nazioni Unite e negli altri sistemi multilaterali, sostenendo le proprie esigenze e le proposte di entrambi, continuando a promuovere presso la comunità internazionale la necessità di prestare attenzione alla pace ed allo sviluppo in Africa. 

imparare gli uni dagli altri per ricercare lo sviluppo comune. La Cina e l’Africa impareranno ed attingeranno reciprocamente le esperienze di governo e sviluppo, rafforzeranno gli scambi e la cooperazione in materia di istruzione, scienza, cultura e salute. La Cina sosterrà gli sforzi dei paesi africani tesi a rafforzare le proprie capacità ed esplorerà insieme a questi paesi la strada dello sviluppo sostenibile.

Per assurdo, il flusso migratorio verso l’Europa da molte regioni della Africa nera è in qualche modo facilitato dal disagio sociale che si viene a generare a seguito degli investimenti cinesi. Questi di fatto non aiutano la popolazione che subisce un maggiore sfruttamento, la perdita delle economie interne sostituite dalle piccole attività commerciali cinesi, e un aumento della miseria delle fasce più povere, fattore che favorisce la migrazione delle masse verso l’Occidente.

Un cambio di tendenza o un’abile mossa politica?
Al di là delle belle parole, di fatto i coinvolgimenti passati di Pechino sono ben documentati: armi, aerei da caccia, veicoli e altre attrezzature militari nello Zimbawe, l’appoggio di governi coinvolti in massacri di massa (Zimbawe e Sudan per il Darfur). L’interesse cinese sembra essere quello di acquisire sempre più crediti per catalizzare in seguito interi settori industriali. Va notato che il land grabbing non sembra essere di particolare interesse per i Cinesi.  Significativo anche il fattore immigrazione: sembra che siano migrati in Africa più Cinesi negli ultimi dieci anni che Europei negli ultimi 400; in particolare in Nigeria vivono oggi più Cinesi di quanti Inglesi durante il periodo dell’Impero Britannico.

In Paesi con economie così fragili, la penetrazione cinese, con la vendita di oggetti di basso costo e valore, ha modificato le meccaniche commerciali, indebolendo ancor più quelle indigene. Fonte di preoccupazione è il forte indebitamento dei Paesi, di fatto in crescita costante e senza speranza di recupero. Secondo la China-Africa Research Initiative della John Hopkins University, il debito accumulato dai Paesi africani nei confronti della Cina, dal 2000 al 2016, ammonta a 124 miliardi di dollari. Questo viene visto come un modo per portare i Paesi africani verso l’insolvenza per poi acquisirne in toto le risorse strategiche. Significativo che in alcuni Paesi africani il processo di cinesizzazione si è mosso anche nel campo dei media che hanno iniziato a pubblicare articoli in cinese mandarino, in pratica sostituendo lentamente la lingua inglese. 

Conclusioni
In sintesi, la Cina sta perpetuando da anni una sottile politica di affermazione in Africa attraverso la penetrazione nel tessuto economico e politico del continente nero. L’impegno finanziario cinese in Africa fa parte di un astuto piano strategico di controllo e sfruttamento delle risorse da attuarsi attraverso una complessa rete commerciale basata su hub marittimi per il controllo delle rotte verso la madre patria. Al fine di garantire la sicurezza dei suoi traffici commerciali Pechino sta sviluppando una flotta marittima di eccellenza, per assicurarsi le risorse necessarie in patria, mettendo in atto un’efficiente sea control delle vie marittime lungo la One Belt One Road.

Che cosa potrebbe comportare? Probabilmente una sempre maggiore competizione economica con l’Occidente che, in assenza di unità di intenti, dovrebbe accettare suo malgrado il nuovo mercato economico. Inoltre, lo sviluppo di situazioni di instabilità locali sia a livello terroristico che criminale, e, non ultimo, l’aumento dei fenomeni migratori delle popolazioni più povere verso l’Europa. Tutti fattori destabilizzanti delle economie occidentali che sono a tutto vantaggio del Dragone rosso mentre l’Occidente continua a guardare.


Andrea Mucedola

 

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