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Monumenti navali di Roma: Il Tempio di Portuno

tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: ROMA IMPERIALE
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Rostri

 

Nella maestosa e sfolgorante bellezza dell’Urbe imperiale, la cui imponenza e sacralità lasciava senza fiato ogni visitatore, gli antichi Romani potevano distinguere molte riconoscibili testimonianze della loro plurisecolare storia navale e marittima, con l’eco di tante gesta importanti che avevano reso grande l’Impero. Perfino quando si recavano al Foro, nel cuore pulsante della Città eterna, essi si vedevano circondati da monumenti ornati con i rostri delle navi catturate ai nemici, dato che questi robusti ed acuminati speroni di bronzo si trovavano fissati in gran numero sulla parete frontale della grande tribuna marmorea – detta, appunto, dei Rostri –, così come su di una candida colonna eretta fra tale struttura e la Curia del Senato, nonché sull’alto basamento del tempio del Divo Giulio, all’opposto lato della piazza. Altri templi ed altre opere architettoniche celebrative, reperibili fra lo stesso Foro, il Palatino, il Campidoglio, il Campo Marzio e lungo il Tevere, ricordavano altri memorabili risultati che Roma poté conseguire con le sue navi e le sue flotte, e che avevano evidentemente inorgoglito non poco i nostri antichi progenitori.

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Il lato nord-occidentale del foro Romano, nello studio prospettico dell’architetto Enrico Becchetti (1893). Ai lati della piazza, da sinistra: la Basilica Giulia e i templi di Saturno, di Vespasiano e della Concordia; a destra, l’arco di Settimio Severo e la colonna rostrata di Caio Duilio; sullo sfondo, da sinistra, spiccano soprattutto il tempio di Giove Ottimo Massimo e le grandi arcate del Tabularium.

Il palese sentimento di fierezza provato dai Romani per le proprie attività navali e per le maggiori affermazioni ottenute in mare risulterebbe ben poco comprensibile se non fosse riferito a dei successi realmente significativi, perlomeno pari per importanza alle celebratissime imprese delle legioni sulla terraferma. Ma sappiamo che queste ultime permangono universalmente note, mentre delle glorie navali si ricordano normalmente solo pochi episodi.

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Il lato sud-orientale del foro Romano, nello studio prospettico dell’architetto Enrico Becchetti (1893). Ai lati della piazza, da destra: la Basilica Giulia, i templi di Castore e Polluce, di Vesta (tempietto tondo) e del Divo Giulio; sullo sfondo spiccano soprattutto i palazzi imperiali sul Palatino, al centro, e il grande tempio di Venere Felice e Roma Eterna, a sinistra

Questo accade perché tutte le operazioni condotte per mare, sebbene riescano a conseguire – con un impegno navale silenzioso, paziente, gravoso, rischioso e protratto – dei risultati strategicamente decisivi, hanno per loro natura un minor impatto mediatico di quello dei successi campali del momento, direttamente visibili ed immediatamente comprensibili. In termini più semplici, è inevitabile che si conosca molto meglio ciò che si è svolto sul terreno, sotto gli occhi di tutti, rispetto a quanto è avvenuto nella solitudine dell’alto mare o su poco frequentati lidi d’oltremare.

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L’area attorno al Palatino con le paludi dei Velabri alimentate dalle acque del Tevere nel VIII secolo a.C., all’epoca in cui la tradizione colloca la fondazione di Roma: rielaborazione grafica di una pianta tratta da G. Cozzo (Il luogo primitivo di Roma, Roma 1935, p. 36)

Per colmare parzialmente questo naturale divario conoscitivo, è opportuno ripercorrere a grandi linee le fasi salienti della storia dell’antica Roma, osservandola più attentamente sotto l’ottica navale e marittima. Lo faremo prendendo idealmente a riferimento certi antichi monumenti emblematici dell’Urbe, tutti legati alle navi, o alle vittorie navali, o alle vittorie belliche ottenute con il concorso determinante delle forze navali. È per questo motivo ch’essi sono stati posti sotto la denominazione generica di “monumenti navali”, anche se vi sono fra di essi alcuni edifici aventi una funzione primaria non celebrativa, ma religiosa.

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Il Portus Tiberinus in età arcaica, dopo la bonifica dei Velabri attribuita a Tarquinio Prisco: rielaborazione grafica di una pianta tratta da F. Coarelli (Il Foro Boario, Roma 1992, p. 241)

Le relazioni fra i Romani e la navigazione risalgono all’epoca più arcaica della loro storia, poiché la stessa città di Roma sorse, per così dire, con i piedi nel Tevere. Le acque del fiume, in effetti, espandendosi nelle paludi dei due Velabri, andavano a lambire direttamente le pendici del Palatino e del Campidoglio, colli che furono sede dei primi insediamenti. Le stesse acque, più profonde nell’area dell’odierna Anagrafe, formavano quell’ancoraggio naturale che fu la ragione prima della costituzione dei predetti insediamenti. Da tale posizione, infatti, era possibile sfruttare i commerci che si svolgevano necessariamente in quel crocevia strategico, anche con l’intervento di qualche nave marittima; ed era egualmente possibile gestire la lucrosa attività di traghetto di persone e merci fra le due rive del fiume con piccoli mezzi navali, come zattere, barche e chiatte. La presenza, “sotto casa”, di navi e natanti minori doveva quindi essere uno spettacolo particolarmente familiare per tutti i Romani delle origini. L’antichità della frequentazione dell’ancoraggio è confermata da ritrovamenti di ceramica greca del VIII sec. a.C. e di altri reperti dei due secoli successivi.

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Tempio repubblicano dedicato al dio Portuno, l’antichissima divinità protettrice dei porti: venne eretto nella seconda metà del II secolo a.C., al posto del tempio originario risalente forse al VI secolo a.C., ed era direttamente affacciato sul Portus Tiberinus, il primo porto fluviale dell’Urbe (Roma, Foro Boario)

Nella seconda metà del VI sec. a.C. i Tarquini bonificarono le paludi dei Velabri, realizzando la Cloaca Maxima, ma il Tevere conservò comunque, nei pressi dell’isola, la sua profonda insenatura: questa costituì il primo vero e proprio porto fluviale di Roma, citato da Varrone con il nome di Portus Tiberinus. Data la rilevante importanza attribuita al porto, fin da quell’epoca sorsero attorno ad esso dei frequentati luoghi di culto: i due  templi gemelli di Fortuna e Mater Matuta (in quella che viene ora chiamata “area sacra di S. Omobono”) ed il Tempio di Portuno, il dio protettore dei porti citato da Cicerone e Virgilio. Coerentemente con la sua specifica funzione di protezione, questo edificio era collocato in modo da dominare il Porto Tiberino dalla sua banchina meridionale. Del tempio, tuttora esistente e talvolta erroneamente chiamato “Tempio della Fortuna Virile”, noi vediamo l’elegante aspetto in stile ionico che gli fu conferito nel I sec. a.C., in un rifacimento che ha sostanzialmente conservato la posizione, l’orientamento e le dimensioni dell’edificio originario.

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Tre antichi lingottini di rame (aes signatum) databili fra il V e il IV sec. a.C., con i simboli della navigazione (l’ancora), del dominio del mare (il tridente di Nettuno) e delle navi da guerra (i rostri)

Le navi che si ormeggiavano nell’antico porto erano per lo più delle onerarie utilizzate per l’approvvigionamento alimentare dell’Urbe (l’annona) per via marittima, esigenza vitale per la sopravvivenza di una città circondata da popolazioni ostili. Ma per garantire l’afflusso dei rifornimenti occorreva necessariamente proteggere le navi da carico con qualche nave da guerra. Queste attività navali suscitarono l’interesse dei Cartaginesi, che nel 509 a.C. stipularono con i Romani un trattato navale inteso a prevenire reciproche interferenze nelle aree marittime. Il trattato venne poi rinnovato nel 348 a.C., pochi decenni dopo la stipula di un altro trattato navale fra Roma e Taranto. Ancor prima, nel 394 a.C., una nave da guerra romana era stata inviata da Roma nel golfo di Corinto per portare un’offerta al santuario di Apollo Delfico. Intercettata dai pirati delle isole Eolie, venne prontamente rilasciata e scortata con tutti gli onori, a riprova del concreto rispetto che già riscuotevano le pur embrionali potenzialità navali romane.

Domenico Carro

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