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Come è stata combattuta la battaglia di Lepanto? Fonti e ricostruzione

Reading Time: 9 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO

parole chiave: Lepanto
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Il 7 ottobre 2021, correva il 450mo anniversario della battaglia di Lepanto. Ho pensato, quindi, che potesse essere di interesse un articolo che proponga una ricostruzione, sintetica, della battaglia, fatta attraverso la produzione storiografica più recente e le fonti “primarie”.

Le fonti
Come fa uno storico a ricostruire una battaglia? E come fa a giudicare la qualità di un libro che propone la ricostruzione della battaglia? Usa le fonti, in primo luogo quelle “primarie”, ossia quelle prodotte dai protagonisti della battaglia o da autori che hanno raccolto le testimonianze dei protagonisti della battaglia. Sulla battaglia di Lepanto abbiamo tre fonti molto accurate e dettagliate. La prima, la più ricca di tutti, è la «Historia delle cose successe dal principio della guerra mossa da Selim ottomano a’ Venetiani sino al dì della gran giornata vittoriosa contra Turchi» del veneziano Gio. Pietro Contarini, pubblicata nel 1572 (l’anno successivo la battaglia). La seconda sono i «Commentari della guerra di Cipro e della Lega dei Principi cristiani contro il Turco» scritti intorno al 1575 da Bartolomeo Sereno, capitano d’arme pontificio che ha preso parte alla battaglia. La terza è una relazione scritta il 7 dicembre 1571 da Girolamo Diedo, consigliere veneziano a Corfù, per l’ambasciatore della Serenissima a Costantinopoli che raccolse le testimonianze degli uomini che avevano partecipato alla battaglia quando la flotta della Lega fece sosta a Corfù.

Le forze contrapposte
La mattina del 7 ottobre 1571 all’imboccatura del golfo di Patrasso la flotta ottomana, comandata da Alì Pascià, e quella della Lega Santa, comandata da Don Giovanni d’Austria, mossero l’una contro l’altra. La prima, che si trovava in condizione di superiorità numerica per numero di bastimenti, contava 218 galee e 51 tra galeotte e fuste; la seconda, che allineava meno bastimenti ma era in vantaggio per quantità di artiglieria, era formata da 203 galee e 6 galeazze (le cifre oscillano a seconda della fonte, ma confermano tutte la superiorità numerica ottomana).

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riproduzione dell’insegna della Lega Santa alla battaglia di Lepanto

La Lega Santa era stata sottoscritta il 25 maggio 1571 dal papa Pio V, dal re di Spagna Filippo II e dalla Repubblica di Venezia, con successivo coinvolgimento della Repubblica di Genova, del Ducato di Savoia, del Granducato di Toscana e dell’Ordine degli Ospitalieri (la «Religione di Malta»). La composizione della flotta rifletteva quella della Lega, con 12 galee del Granduca di Toscana, armate dal Papa come squadra navale dello Stato pontificio, 78 del re Filippo II, 109 di Venezia e 12 degli altri stati, più 6 galeazze veneziane e 30 bastimenti mercantili (navi e galeoni) di varia provenienza. Delle 78 galee del re di Spagna 30 erano della Squadra di Napoli, 24 della Squadra di Genova e 10 della Squadra di Sicilia. Quattro di queste ultime erano di armatori genovesi, come le 24 della Squadra di Genova, che noleggiavano le proprie galee al Re. Erano quindi galee genovesi ma parte della flotta spagnola e navigavano con la bandiera del re di Spagna, non con quella di Genova).

L’ordine di navigazione della flotta della Lega
La flotta era organizzata in quattro squadre, ciascuna identificata da un vessillo diverso – verde, turchino, giallo e bianco – inalberato in una specifica posizione, in modo che l’identificazione fosse possibile anche nel caso in cui le condizioni di visibilità o la distanza impedissero il riconoscimento del colore. Durante la navigazione le quattro squadre si erano disposte in una sorta di lunga fila: in avanguardia la squadra col vessillo verde inalberato «sopra il ventame», al comando del genovese Gian Andrea Doria; subito dietro la squadra con vessillo turchino «sopra il calcese», comandata da Don Giovanni, con i «capitani generali» (ossia gli ammiragli di rango superiore) di Venezia (Sebastiano Venier), del Papa (Marco Antonio Colonna), di Genova (Ettore Spinola), del Duca di Savoia (Andrea Provana di Leinì) e della Religione di Malta (Pietro Giustiniani); poi la squadra con vessillo giallo «alla destra della susta», comandata dal veneziano Agostino Barbarigo; infine, in retroguardia, la squadra con vessillo bianco «sopra la poppa», comandata da Don Alvaro di Bazán, marchese di Santa Cruz.

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Marco Antonio Colonna, opera di Giovanni Coli e Filippo Gherardi, storie della battaglia di lepanto, 1675-78

L’ordine di battaglia della flotta della Lega
Nell’ordinanza di battaglia in linea di fronte (una galea a fianco dell’altra), assunta dopo l’avvistamento della flotta nemica, la squadra verde prese posizione a destra («corno destro»), verso sud, al largo; la gialla a sinistra («corno sinistro»), verso nord, sotto costa; la turchese al centro («battaglia»); la bianca in riserva alle spalle del centro («soccorso»). Le sei galeazze si schierarono a gruppi di due davanti a ciascuna delle tre squadre di prima linea, per scompaginare l’ordine di battaglia della flotta ottomana, prima della mischia, col fuoco delle loro potenti artiglierie (un’azione, questa, che risultò fondamentale ai fini della vittoria). Le navi mercantili avrebbero dovuto prendere posizione a copertura di entrambi i corni, per evitare che le squadre di galee venissero aggirate sui fianchi, ma, avendo perso il contatto col resto della flotta a causa del vento contrario, non presero parte alla battaglia.

L’ordine di battaglia della flotta ottomana
La flotta ottomana assunse una formazione simile a quella della Lega (tre squadre in prima linea e la riserva alle spalle del centro), con un’unica differenza di rilievo: il centro e i due corni della flotta della Lega si mantennero allineati fra loro mentre i due corni della flotta ottomana assunsero una posizione avanzata rispetto al centro, dando allo schieramento una configurazione a mezzaluna che denunciava il proposito di sfruttare la superiorità numerica per annientare la flotta nemica con una manovra avvolgente, di aggiramento dei fianchi, a nord, sotto costa, e a sud, verso il mare aperto. Il corno sinistro, la «battaglia» e il corno destro della flotta della Lega si trovarono a fronteggiare, a specchio, le analoghe squadre della flotta ottomana: il corno destro comandato da Mehmet Soraq, Pascià d’Egitto, posizionato sotto costa; la «battaglia» guidata dal gran ammiraglio (kapudan pasha) Alì Pascià al centro; il corno sinistro agli ordini di Uluç Alì, Pascià di Algeri, verso il largo. La riserva, «soccorso», era al comando di Murad Dragut.

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Fig. 2: l’azione delle due flotte in battaglia

La battaglia
Il passaggio dall’ordine di navigazione a quello di battaglia, ossia dalla fila alla linea di fronte, era un’operazione complessa, soprattutto nel caso di due flotte di così grandi dimensioni: richiese non meno di tre ore e fu completato solo parzialmente. Le squadre di Barbarigo e Don Giovanni da una parte, e di Mehmet Soraq e Alì Pascià dall’altra, si schierarono in linea di fronte, ma i corni del Doria e di Uluç Alì continuarono a navigare in fila verso sud, con in testa le rispettive galee capitane (le unità su cui erano imbarcati i due comandanti), procedendo grossomodo lungo due rotte parallele.

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Fig. 3: l’azione delle due flotte in battaglia

A nord Mehmet Soraq tentò di aggirare il corno del Barbarigo, per poi investirlo anche frontalmente, ma l’abile contromanovra delle galee posizionate all’estrema sinistra del corno, guidate in prima persona da Barbarigo, e l’efficace azione delle galeazze, neutralizzarono il pericolo facendo pendere, in questo settore, l’ago della bilancia dalla parte delle forze della Lega. Al centro le due «battaglie», sostenute dai «soccorsi» del Santa Cruz e di Murad Dragut, si scontrarono frontalmente in una mischia furiosa, che si concluse con l’annientamento delle forze ottomane.

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Fig. 4: l’azione delle due flotte in battaglia

A sud le squadre di Doria e di Uluç Alì continuarono a muoversi in parallelo, fino a quando il comandante ottomano cambiò rotta, puntando verso nord-ovest, per penetrare nel varco che separava la coda del corno del Doria dalle galee della «battaglia» di Don Giovanni. Uluç impegnò in questa azione solo metà delle galee e galeotte al suo comando, lasciando l’altra metà a fronteggiare il Doria, per scongiurare la possibilità di essere attaccato sul fianco e alle spalle.

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Fig. 5: l’azione delle due flotte in battaglia

Fu un’azione efficace ma tardiva: Uluç assalì con successo un gruppo di galee del corno del Doria rimaste isolate nel varco, e investì anche diverse unità schierate all’estrema sinistra della «battaglia» (tra cui la capitana della Religione di Malta), ma lo fece nel momento in cui lo scontro tra il grosso delle due flotte si era già risolto a favore delle forze della Lega. Le squadre di Mehemet Soraq e di Alì Pascià (entrambi caduti in combattimento) erano già state annientate, tanto che Don Giovanni e il Santa Cruz poterono concentrare parte delle proprie galee contro la nuova minaccia, dopo aver tagliato le cime con cui stavano già rimorchiando le galee nemiche catturate (questo particolare è citato nella lettera di Onorato Caetani, generale delle fanterie imbarcate sulle galee del Papa, descrive la battaglia).

In breve tempo Uluç venne impegnato da forze via via crescenti e infine accerchiato per il sopraggiungere, alle sue spalle, delle galee del Doria. Si salvò a stento, con forse 40 tra galee e galeotte (anche qui le fonti riportano cifre diverse), incuneandosi tra le galee di Don Giovanni, Venier e Colonna.

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Gian Andrea Doria

La leggenda nera sul Doria
Fu una vittoria eccezionale, ancora più significativa perché l’ultimo successo sul mare contro gli ottomani risaliva a quasi quarant’anni prima, quando nel 1533 la flotta ispano-genovese di Carlo V, comandata da Gian Andrea Doria, aveva sconfitto nelle acque di Corone la flotta di Solimano il Magnifico, al comando di Lüfti Pascià, in condizioni di inferiorità numerica (40 galee per il Doria, 60 per Lüfti Pascià. Dal 1533 la Spagna e Venezia nelle battaglie navali contro gli ottomani avevano subito solo sconfitte: Prevèsa 1538, Ponza 1552 e Gerba 1560. Alla prima partecipò anche Venezia, nelle altre due fu solo la flotta spagnola ad affrontare gli ottomani. 

Il racconto comune della vittoria celebra le gesta dei comandanti della Lega, tranne di uno, Gian Andrea Doria, a cui in passato è stato attribuito un comportamento ambiguo, codardo, finalizzato a non combattere per non mettere a repentaglio le sue galee. Oggi grazie al lavoro di analisi delle fonti sappiamo che non è così. La Historia del Contarini e i Commentari del Sereno sottolineano che la manovra del Doria, condotta con «buon disegno» (Contarini) e «a ragione» (Sereno), evitò che la flotta della Lega venisse aggirata e presa sul fianco e alle spalle dalla squadra di Uluç Alì, perché la squadra di Uluç Alì era in forte superiorità numerica rispetto a quella del Doria (66 galee e 28 galeotte per Uluç, 53 o 54 galee, seconda delle fonti, per il Doria).

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Marcantonio Colonna

Alcuni ufficiali della flotta accusarono il Doria di codardia, in particolare lo fece Marco Antonio Colonna, col suo entourage, ma si trattò di un’accusa strumentale motivata dal fatto che Doria e Colonna erano avversari nell’ottenere posizioni di comando e governo nel sistema di potere della Spagna, ed erano schierati in due «partiti» contrapposti nella politica spagnola. In particolare, Capponi nel suo libro su Lepanto, sottolinea la natura strumentale delle accuse e Nicoletta Bazzano, nella sua biografia su Colonna, ci parla della competizione tra i due e dell’uso della narrazione della campagna di Lepanto come strumento di propaganda da parte del Colonna, per ben figurare agli occhi di Filippo II e, aggiunge Capponi, per denigrare l’avversario politico.

Non è tutto, c’è un’ultima fonte rilevante. È l’unica lettera scritta da un ammiraglio veneziano dopo la battaglia, in cui la battaglia viene descritta. Era cosa consueta farlo, ma nell’Archivio di Stato di Venezia queste lettere mancano. Una però la abbiamo, ed è conservata non a Venezia ma all’Archivio di Stato di Torino (sezione Corte, Materie Militari, Imprese, busta n. 1). È la lettera scritta l’8 ottobre da Antonio Canal, Provveditore d’Armata (pressappoco quello che è ora un ammiraglio di squadra) della flotta veneziana. Canal ha scritto questa lettera per raccontare la battaglia al duca di Savoia (ecco perché si trova a Torino). In questa lettera Canal dice che il Doria ha combattuto «valorosissimamente». Detto da un veneziano, considerando il secolare cattivo sangue che correva tra Veneziani e Genovesi, questo giudizio, espresso da un eroe della battaglia, è molto significativo.

Emiliano Beri

 

Bibliografia essenziale in italiano:
J. Beeching, “La battaglia di Lepanto”, Bompiani 2000

N. Capponi, “Lepanto 1571”, Il Saggiatore 2008

A. Barbero, “Lepanto. La battaglia dei tre imperi”, Laterza 2010

Immagine in alto: affresco con le flotte schierate in ordine di battaglia e impegnate nella mischia (Musei Vaticani, Sala della Carte Geografiche)

Figg. 2, 3, 4, 5: l’azione delle due flotte in battaglia (schemi tratti da: Manuel Rivero Rodrìguez, La batalla de Lepanto, Silex, Madrid 2008).

 

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