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Quale è la politica degli Stati Uniti a fronte della crescente instabilità nei Caraibi ed in America Latina?

Reading Time: 7 minutes

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX-XXI SECOLO
AREA: CENTRO-SUD AMERICA

parole chiave: Stati Uniti, Panama, Cuba, Centro e sud america

 

L’influenza degli Stati Uniti in America Latina e nei Caraibi ha cominciato a scemare negli ultimi due decenni, quando la strategia del grande Paese nord americano si spostò verso la lotta al terrorismo in Medio Oriente. In realtà, la sua decadenza risale allo “scellerato” Patto Carter – Torrijos che comportò la cessione del Canale di Panama, una vera e propria abdicazione, non sollecitata, inutile e dannosa per tutte le parti, e rispondente al “politicamente corretto” del momento.

Panama: la storia dell’importante canale marittimo che congiunge due oceani
Un passo indietro. Nel 1901 gli Stati Uniti avevano ottenuto dalla Colombia (che comprendeva anche l’attuale Panamá) l’autorizzazione per la costruzione e gestione del Canale per 100 anni. Nel 1903 però il governo della Colombia decise di non ratificare più l’accordo. Scoppiò una rivolta a Panamá e gli Stati Uniti minacciarono di intervenire. Il 6 novembre la Giunta di governo provvisorio della Repubblica di Panamá Philippe-Jean Bunau-Varilla inviato straordinario e ministro plenipotenziario per il governo degli Stati Uniti, con pieni poteri per gli accordi economici e finanziari.

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Buneau-Varilla a sinistra (intrigue) tratta con gli Stati Uniti per i lavori del canale

In realtà Bunau-Varilla non era panamense, ma un cittadino francese coinvolto originariamente nella costruzione del canale ma anche un importante azionista della Compagnie Nouvelle du Canal de Panamá che aveva ancora, nel 1903, la concessione per la costruzione del Canale. Dopo la dichiarazione d’indipendenza del Panama dalla Colombia, Bunau-Varilla si recò negli Stati Uniti per negoziare i termini economici per la costruzione del canale e la modalità di usufrutto e vendita di quella che sarebbe poi diventata la Zona del Canale. Le trattative furono condotte con il segretario di Stato statunitense John Hay e fu infine raggiunto un accordo di comune vantaggio, il trattato Hay-Bunau-Varilla.  In estrema sintesi gli Stati Uniti ottennero:
– la concessione di costruire il Canale;
– la concessione perpetua della sua gestione;
– il possesso perpetuo di una fascia adiacente al percorso del Canale di 10 miglia di estensione su ogni lato.

Di conseguenza all’accordo raggiunto tra Hay e Bunau-Varilla, gli Stati Uniti comprarono le azioni della Compagnie Nouvelle du Canal de Panamá per 40 milioni di dollari.

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i lavori sul canale di Panamá

Sebbene lo stato del Panamá avesse accettato i termini dell’accordo, il trattato divenne presto fonte di continue crisi tra le due nazioni. L’episodio più grave si verificò il 9 gennaio 1964, quando scoppiarono delle rivolte popolari per la sovranità sulla Zona del Canale. Alla fine, nel 1977, gli Stati Uniti concordarono di abolire il trattato e stabilirono un calendario per il ritorno al Panamá della sovranità sulla Zona del Canale (1979) e del pieno controllo del Canale (31 dicembre 1999).

Cui prodest?
Di fatto, da quel momento, gli Stati Uniti non furono più considerati né credibili né affidabili dai Governi latini e Caraibici e si trovano ora a confrontare non solo una soffocante presenza cinese in tutto il subcontinente ma anche la forte e radicata presenza nei Caraibi degli hezbollah. Una componente pervasiva e consolidata, ormai radicata, a seguito della migrazione siro-libanese, soprattutto in Paesi come Brasile, Argentina e Paraguay e poi segnalata, nel corso del tempo, anche in Colombia, Messico, Nicaragua, Paraguay e Perù. Una presenza che sembra essere sostenuta anche da Iran e Turchia. In altre parole una “mano d’opera anti americana” che precedentemente era solo cubana ed ora si somma al resto in un quadro di incertezza generale. Questa situazione, favorita da un’ondivaga politica statunitense, ha portato ad una serie di sfide nel proprio “vicinato” che gli Stati Uniti dovranno presto affrontare.

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Per decenni, gli Stati Uniti avevano dato per scontata l’America Latina come fonte di stabilità e forza, ma oggi si trovano con spine multiple nel fianco. Una negligenza prolungata ed una visione limitata tanto che, dopo le ultime grandi proteste a Cuba, Joe Biden non ha trovato di meglio che accusare i funzionari cubani di “arricchirsi” piuttosto che proteggere la loro popolazione dalla pandemia di coronavirus, dalla repressione e dal declino economico.

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Un’impreparazione politica che, nell’affrontare la recente crisi ad Haiti, ha portato Biden ad esortare il facente funzioni ed i leader politici locali (quali? inesistenti in un governo ritenuto corrotto, dopo decenni di elezioni fasulle e subito annullate o rimandate) ad “unirsi per il bene del loro Paese”. Parallelamente, dopo anni di compiacenza e vista distolta, Biden ha autorizzato e messo in evidenza le sanzioni contro decine di legislatori, giudici e magistrati in Nicaragua, legate non solo alle violazioni dei diritti umani ma anche al traffico di droga. Le stesse misure applicate, in forma mirata e piuttosto inefficace, anche ai soggetti peggiori del regime venezuelano.

Per quanto riguarda il ruolo della potenza statunitense nella regione, Biden – con una inversione di tendenza alle sue stesse promesse elettorali – sembra cercare di evitare politiche unilaterali di fronte alle crisi della regione, di fatto in continuità con quanto ha fatto Trump, che aveva peraltro tentato senza successo di confrontarsi con il Venezuela. Biden sembra invece cercare (con prospettive di successo minime) di tessere politiche multilaterali con Paesi alleati e allineati per rafforzare le istituzioni emisferiche come l’OEA, Organizzazione degli Stati Americani, e scaricare sugli stessi eventuali interventi, di fatto visti i precedenti  nessuna possibilità di successo.

Il futuro tetro, e non solo incerto, di Haiti meriterebbe maggiore attenzione come punto di partenza e possibile modello di cambio. L’assassinio del presidente haitiano Jovenel Moïse ha solamente aggravato il clima di incertezza del Paese, una crisi che rappresenta una nuova sfida per gli Stati Uniti. Una sfida, quasi una negazione, al ruolo del Paese nordamericano come protettore della democrazia, che potrebbe essere minacciato dalla crescente instabilità della regione centroamericana.

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Jovenel Moise, presidente di Haiti è stato ucciso il 7 luglio 2021 da alcune persone non ancora identificate che si sarebbero introdotte nella sua residenza privata di Port-au-Prince.

Una potenziale crescita del flusso migratorio verso il Nord America potrebbe scatenare infiniti problemi sia all’interno di Haiti che nei Paesi insulari vicini, aggravando la già grave crisi al confine con il Messico, a maggior ragione dopo aver di fatto sminuito il dispositivo navale, formalmente inter-alleato, dei Caraibi.

La partecipazione degli Stati Uniti alla risoluzione di questa crisi risulta fondamentale quale inversione di tendenza, contrariamente all’opinione di alcuni intellettuali e analisti (compresa Al Jazeera) che sottolineano che Haiti e la regione hanno bisogno di meno interferenze internazionali nei loro affari interni. A tal fine sollevano la lunga storia di interventi stranieri, che hanno scosso Haiti dall’indipendenza del Paese nel 1804, per sostenere che la sovranità regionale non è stata rispettata. Eventi ripetuti che hanno indebolito le istituzioni e contribuito all’instabilità politica. Sebbene l’assassinio del Presidente rappresenti di per sé una crisi, gli eventi fanno parte di una complicata strategia che si prospettava da anni. Ad Haiti (come in quasi tutto il continente, dal Venezuela al Perù con varie sfumature, è in crisi il modello costituzionale, generalizzato dopo costanti cambi verso forme di perpetuazione del potere, ovvero dopo il modello di alternanza che aveva segnato il progresso della seconda metà del ‘900. È evidente che occorrono elezioni libere e trasparenti per determinare un percorso di pace e crescita economica.

A questo punto sorge una domanda: come?
Non si tratta più di vigilare sulle elezioni (e gli USA negli ultimi 25 anni hanno avuto enormi responsabilità e ingerenze in proposito, a cominciare dalla Carter Foundation) ma di organizzarle e gestirle in autonomia (unica forma possibile e ammissibile di “invasione”) secondo un unico, vero ed internazionalmente accettato modello, e non secondo riforme costituzionali truccate che negli ultimi decenni si sono sovrapposte con la compiacente disattenzione non solo della bassa politica interna degli Stati Uniti ma anche della “lontana” Unione Europea. Per i Caraibi, con un’ottica estesa a tutta l’America latina, Biden calcola probabilmente che un ulteriore stretta su certe sanzioni, intorno a certi Paesi e specificamente a Cuba, possa portare alla caduta definitiva di certi gruppi di potere, ed a cambi di leadership.

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“Il costo di investire ora in un’America centrale sicura e prospera è modesto rispetto ai costi di lasciare che la violenza e la povertà si inaspriscano”, scrisse Joseph Biden da vice presidente del Governo Obama. Quale saranno le sue azioni da Presidente?  Fonte AP

Un calcolo, viziato dalla miopia politica, in quanto si dovrebbe invece pensare alle conseguenze non solo nei Caraibi ma nell’intera America latina: un calcolo per scaricare Haiti al suo destino (impegno politico che dovrebbe durare nel tempo ed è stato a suo tempo delegato al Brasile di Lula, con gli effetti che si riscontrano); un calcolo gretto nei confronti di Cuba, in quanto si tratta di un vessillo ideologico e non corrisponde alla realtà quotidiana di chi ci vive e risiede. Lo sa benissimo Biden, insieme ai democratici della Florida, che considerano la situazione a Cuba (ed indirettamente l’instabilità caraibica) una “golden opportunity”, un’occasione d’oro per scardinare il regime. Le conseguenze più probabili sarebbero da un lato legate all’instabilità sociale con un irrigidimento dei regimi esistenti, rallentamento delle attività economiche, soprattutto marittime, un aumento della criminalità per mare e dei flussi migratori, dall’altro una nuova sfida per gli Stati Uniti di mantenere un equilibrio nella Regione. Ci riuscirà? Il problema, come abbiamo visto, viene da lontano e l’eredità di decenni di politica un pò naif, a volte squilibrata, nelle Americhe forse necessiterebbero da parte degli Stati Uniti di scelte ferme e ragionate.

In sintesi, Biden sembra attualmente incapace di fronteggiare una situazione geopolitica alle porte degli Stati Uniti, scegliendo una soluzione che non può essere a breve termine; una situazione di per sé certamente difficile che il partito democratico statunitense vorrebbe però sfruttare per invertire il potere repubblicano sulle comunità latine residenti, che è però considerata dai suoi stessi strateghi insidiosa per le ripercussioni che potrebbe avere sulla politica interna, specialmente in vista delle importanti elezioni di medio termine del 2022.

Gian Carlo Poddighe

 

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