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Intervista a Luca Cicali dopo 5 anni dall’uscita di “Oltre la curva” parte II di Paolo Di Ruzza

Reading Time: 11 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: SUBACQUEA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Luca Cicali, subacquea


In questa seconda parte dell’intervista con Luca Cicali, autore di Oltre la curva, entriamo ora in alcuni argomenti sensibili … come il rapporto tra opportunismo commerciale e corretta formazione.

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“Oltre la curva” è rivolto a chi, dalla ricreativa, si avventura nel range 40/56m, profondità tipiche dei corsi Decompression e Nitrox advanced. A proposito di Nitrox, una mia cara amica proprietaria di un Diving mi raccontava che, a volte, c’è una certa ritrosia nell’uso di miscele iperossiche. Cosa ne pensi? La mentalità della best mix deve ancora affermarsi?
Si, penso che tu abbia ragione, è una abitudine non ancora affermata, ma anche a causa di un altro fattore. Sappiamo infatti che per scegliere una miscela Nitrox dobbiamo prima programmare la profondità massima, e adattare ad essa la percentuale di ossigeno in modo che a tale profondità la pressione di ossigeno non superi 1,4 (oppure 1,5) bar. Sappiamo però che, nella stragrande maggioranza dei casi, si raggiungono i centri immersione senza sapere esattamente in quale sito ci tufferemo. A volte le guide del diving lo stabiliscono una volta mollati gli ormeggi, ad esempio in funzione delle condizioni del mare in quel momento. Ecco che l’aria, in tutti questi casi pratici, diventa più elastica da utilizzare, perché consente tutte le profondità dei siti mediamente considerati ricreativi-avanzati (entro cioè i 45-50 mt), verso i quali si può decidere di andare anche all’ultimo momento. Si pensa infatti: …”magari dovrò risalire prima per non andare in deco, ma posso andare più fondo…”. 

Penso che anche per un Diving sia un pò più complicato organizzare immersioni con Nitrox. A parte le attrezzature per la miscelazione, e il personale specializzato per farla, occorre anche selezionare i brevettati per il tuffo, fare miscele omogenee per tutti, verificare che tutti abbiano un computer che gestisce il Nitrox, pianificare il sito di immersione con largo anticipo e verificare le adesioni all’iniziativa, etc. Per contro sottolineo una volta ancora quella che ritengo una grade valenza educativa della miscela Nitrox, ovvero imparare a scegliere la migliore miscela in funzione dell’immersione da effettuare, soppesando o opportunamente i pro e contro della scelta fatta circa la percentuale di ossigeno da utilizzare. Questo training verrà sfruttato anche da coloro che poi decideranno di cimentarsi con immersioni tecniche a profondità ben maggiori: i criteri di base sono gli stessi.

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Il capitolo 10 “Scubalandia” lo trovo fantastico. Descrivi in modo ironico e caricaturale le tipologie più comuni di subacquei. Ammetto di essermi ritrovato in più di una delle categorie a seconda del periodo della mia esperienza subacquea. Il neo brevettato, il super equipaggiato, il super prudente, il super performante, l’inconsapevole ed infine il subacqueo normale. Quale quella che temi di più e perché?
Non c’è una categoria che temo di più, ma una mentalità: quella del compagno occasionale che non si cura di te.  Malgrado le raccomandazioni, le avvertenze, i briefing più o meno accorti, se hai un compagno di immersione che non si cura di te, che non ti sta vicino, che non segue alcuna regola se non il proprio istinto, tu hai perso lo strumento di ridondanza per eccellenza.  Hai perso chi ha il compito di toglierti dai guai qualunque cosa accada che non sia risolvibile in modo banale.  A me questa consapevolezza, anche se poi in immersione molto raramente capita di affrontare emergenze serie, toglie il divertimento. La mia preoccupazione non è solo quella di non essere soccorso o aiutato in caso di necessità, ma anche quella di non essere in grado di dare aiuto in caso che sia il mio compagno ad averne bisogno, magari perché si è cacciato in un luogo irraggiungibile o è sparito alla vista per l’ennesima volta. Scubalandia è un capitolo di alleggerimento, una strizzatina d’occhio a chi, con tutta la mia umana comprensione, cominciava a sbuffare per essere giunto al capitolo 9 continuando a domandarsi quando sarebbe iniziata la ricreazione.

Più che un giornaletto satirico su subacquei un pò naif, questo capitolo è una tiratina di orecchie ai loro istruttori, che hanno rivolto lo sguardo altrove mentre firmavano il diplomino. Per i quali però ho una buona disposizione di fondo: fanno un mestiere complicato per tanti aspetti, hanno delle forti responsabilità, una attività stagionale, e devono fronteggiare la richiesta pressante, insistente, continua, di fare tutto presto e con costi al minimo, perché tutto al giorno d’oggi tutto deve essere facile, semplice, alla portata di tutti.

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Nello stesso capitolo 10 riproponi i tuoi dubbi sulle tempistiche per ottenere un brevetto. Ovviamente l’opportunismo commerciale mal si sposa con la corretta formazione. Secondo te quale potrebbe essere un freno ai brevetti mordi e fuggi?
A questa tua domanda, sinceramente, non so rispondere. O meglio, forse avrei qualcosa da suggerire ma onestamente non auspicherei una simile soluzione, come ho già avuto occasione di dire. Ti spiego: il brevetto mordi e fuggi è una roulette russa, a volte neanche tanto consapevole, tra istruttore e allievo.  Il primo non vuole perdere un cliente, il secondo non vuole spendere troppo e impegnarsi troppo in una attività che non sa neppure se gli piacerà o meno. Ne scaturisce un compromesso neanche troppo definito, ma che comporta di fatto costi stracciati e preparazione scarsa. Cioè rischio per l’incolumità propria e di altri.  Mi pare evidente che l’unico argine a simili comportamenti, che per fortuna non sono assolutamente generalizzati ma esistono, è una regolamentazione dei brevetti subacquei. Quindi l’aspirante diver dovrebbe sostenere un esame simile a quello della patente automobilistica, presentandosi ad un esaminatore diverso da chi gli ha impartito lezioni teoriche e pratiche.  Se vuole superare un simile esame, ha tutto l’interesse a prepararsi bene.

Perché dico che non auspico questo?
Perché ingesserebbe irrimediabilmente il mercato di questo sport, ridurrebbe drasticamente il numero di appassionati, alzerebbe a dismisura i costi, burocratizzerebbe e formalizzerebbe tutto il processo di certificazione, e, cosa più critica, dovrebbe adottare il “codice della strada” da applicare, ovvero tabelle decompressive, (quali?),  computer (si, no , forse, per forza, quale?) , i limiti di profondità, di tempo di fondo, in un babele di leggi e regolamenti da far invidia al codice degli appalti. E poi sono tristemente convinto che in questo paese, purtroppo, si sceglierebbero regolamenti e criteri più nozionistici che pratici e prescrizioni più di maniera che di sostanza, per non parlare di come far evolvere tali leggi e regolamenti per adeguarli alla evoluzione tecnologica e alle nuove scoperte medico-scientifiche sulla fisiologia iperbarica…

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Di recente ho pubblicato un post su Ratio deco e Memo deco. A parte le differenze sostanziali, hanno in comune il superamento dell’utilizzo del computer. Soprattutto nella Memo deco si arriva a rifiutare il computer anche come backup. È tollerato solo in gauge. Condividi il fatto che un computer possa essere fuorviante o meno adattabile di un metodo mnemonico? Perché non affidarsi a tecniche del genere?
La risposta a questa domanda meriterebbe un libro. Peraltro ho già provato ad approfondire questo argomento con alcuni articoli pubblicati sull’ottimo sito di Andrea Mucedola, Ocean4future. Proviamo a procedere con ordine perché tra utilizzo del computer e affidabilità delle varie teorie decompressive è facile fare confusione.

Il computer è uno strumento: misura qualcosa, elabora ciò che misura sulla base di un algoritmo e restituisce un risultato, (esorto tutti a approfondire cosa è un algoritmo, sono sufficienti le prime 10 righe della voce su Wikipedia). Quindi un computer di per se non è in antagonismo con questa o quella teoria decompressiva, in quanto esso segue fedelmente l’algoritmo implementato, che è lo specchio del modello decompressivo utilizzato.  Coloro quindi che ritengono i computer subacquei inaffidabili o inutili, anziché fare la guerra al computer dovrebbero chiedere di implementare nel computer i modelli che ritengono invece sicuri ad affidabili, spiegando bene in quali aspetti sono migliori e fornendo dati, prove, test, verifiche oggettive a supporto. 

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Io considero il computer subacqueo uno strumento rivoluzionario, che ha consentito da quando è comparso l’esplosione del numero di appassionati, il 90 % dei quali fa immersioni ricreative, senza decompressione, spesso non oltre i 30 metri di profondità. Questa vasta platea di appassionati ha quindi bisogno di una macchina affidabile, semplice da gestire, che dia sicurezza con margine ampio, e che sia in grado di eliminare la scomodità dell’utilizzo delle tabelle e il rischio di sbagliare ad esse associato. È evidente che, vista la platea alla quale è rivolto, il computer privilegi la sicurezza e quindi utilizzi profili molto prudenti, che penalizzano, talvolta eccessivamente, comportamenti ritenuti a rischio.  Ma per un semplice appassionato senza particolari pretese di diventare un profondista recordman cosa è meglio? Rischiare di perdere qualche minuto di troppo in una tappa di sicurezza o di beccarsi una embolia? Ma anche l’esperto può beneficiare del computer, che oggi esiste in modelli molto evoluti e più di nicchia, capaci di ricevere in input una pianificazione realizzata a tavolino e guidare  il subacqueo  in immersione in base ad essa.

Alcuni di essi permettono di scegliere l’algoritmo tra VPM, Buhlmann,, RGBM, etc.  Resto però apertissimo alla discussione, che è vero cibo per la mente, quando serena, civile e fatta portando dati e raffronti oggettivi.  Passando alla Ratio/Memo deco, come hai visto non ne ho fatto menzione nel mio libro. Il motivo è semplice: per spiegare bisogna prima capire.   E le mie ricerche su questi temi sono state largamente infruttuose, non ho trovato sufficiente materiale per imbastire una spiegazione razionale e basata su dati scientifici. E questo un pò mi insospettisce.  Può darsi che ciò sia dovuto, come alcuni dei sostenitori affermano, al segreto professionale, l’unica strada che permetta di garantire la remuneratività di quanto sviluppato.  Ma mi sembra una tesi debole, soprattutto perché molto spesso, alle obiezioni o alle richieste di chiarimento viene risposto in modo dogmatico; e se si insiste, magari mettendo in dubbio le posizioni drastiche sull’uso del computer, i post dei social network vengono inondati di insulti, intolleranza, sentenze inappellabili e volgarità.  Ma un altro elemento va considerato: si può essere riservati sui dettagli tecnici di una teoria o di un algoritmo, non lo si può essere sui risultati pratici. 

Il grande Robert Hamilton disse una frase che divenne famosa: “ciò che funziona, funziona!”. Cioè, se una cosa funziona, anche senza dover capire o spiegare cosa c’è dietro, essa funziona ugualmente.  È verissimo, ma ovviamente bisogna proprio essere certi che funzioni se vogliamo trascurare il perché, e quindi avere accesso ai risultati dei test, che devono essere a prova di bomba quando parliamo di sicurezza della vita umana. E sulla raccolta e interpretazione dei dati di test si apre il grande scenario della statistica, con tutte le sue complessità e risultati a volte anti-intuitivi, ma non per questo da trascurare. Si afferma inoltre che solo chi frequenta un corso specialistico sulla materia ed è un subacqueo con personale esperienza in immersioni tecniche ad alta profondità può capire o argomentare sui dettagli della teoria in questione.  Rispetto a ciò mi limito ad osservare che Albert Buhlmann non ha mai stretto un boccaglio tra i denti, ed è nato e vissuto in Svizzera, una terra che non ha sbocchi al mare. Infine, c’è la tesi che afferma che l’uso del computer addormenti la mente.  Premesso che se questo fosse lo scotto da pagare alla sicurezza sarebbe comunque un baratto conveniente, ma questa controindicazione, per quanto possibile, non è certamente scontata. Dipende dall’atteggiamento che abbiamo. Se siamo persone curiose e desiderose di capire, il computer subacqueo è un alleato della mente. Molti applicativi software per personal computer consentono di rivedere o simulare una immersione evidenziando l’evolvere del livello di saturazione dei veri compartimenti, in quali di essi la tensione è in accumulo, in quali è in rilascio, in quali è stato superato il limite max di sovrasaturazione , quale è il compartimento guida istante per istante, come settare i gradient factor. Insomma, se uno vuole c’è molto da imparare… 

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Il Capitolo 11 è più di altri il motivo per cui penso che “Oltre la curva” dovrebbe essere un libro di testo fin dall’OWD. Soprattutto la parte sugli erogatori è da leggere con attenzione. Qualche tempo fa ho chiesto ad un paio di marchi famosi di indicarmi il WOB (Work Of Breathing) dei loro erogatori, visto che nelle specifiche non è descritto. È come vendere un’auto senza specificare i cavalli. Quindi ti chiedo: dove ottenere le informazioni per selezionare l’attrezzatura (soprattutto gli erogatori)? Come hai ovviato a questo “ermetismo” tecnico? Quanto impattano, a tuo avviso, le mode negli acquisti?
Si, questo è un punto dolente. Però siccome è vero che raramente, molto raramente, si riesce a trovare una tabella con le caratteristiche tecniche di un erogatore che includa i dati dello sforzo inspiratorio ed espiratorio, che possa guidarci nell’acquisto, vuol dire che siamo purtroppo abituati a decidere sulla base di altre considerazioni.   Non so bene quali in realtà, ma faccio delle ipotesi: la prima è il brand.   Sappiamo quali sono le marche più reclamizzate, quelle più acquistate e quelle che sono le migliori nell’immaginario collettivo subacqueo. A scanso equivoci la scelta ricadrà tra quelle.  Poi il prezzo.  Cerchiamo spesso il prezzo più alto che possiamo permetterci, perché ci sembra garanzia di qualità.  Poi il consiglio del collega, che è spesso ispirato e convinto nel ritenere il proprio modello un ”unicum” per prestazioni.   Probabilmente così facendo compreremo un buon erogatore, ma non è detto che sia quello di cui abbiamo bisogno, potrebbe avere prestazioni che per il tipo di immersioni che facciamo non servono, e quindi abbiamo pagato qualcosa che non usiamo. Oppure non essere proprio all’altezza, e quindi metterci a rischio, e il maggior rischio che si corre con un erogatore insufficiente o troppo duro da muovere è il più subdolo: l’ipercapnia. In realtà con una ricerca mirata e assidua è possibile trovare qualche dato in più, almeno per le marche più note, ma occorre impegno e perseveranza.  

C’è da dire che se questi dati sono difficilmente disponibili vuol dire purtroppo che non vengono richiesti alle ditte costruttrici dagli utenti.  E comunque la moda esiste anche nelle attrezzature subacquee. Sappiamo che seguire la moda non è altro che tentare di estendere io nostro ego tramite le cose che portiamo addosso o che possediamo, ed è un comportamento solo in parte consapevole, ineliminabile, che si applica a mille altri aspetti della vita.  In ogni caso gravi rischi non ne corriamo, tutti gli erogatori devono superare i test previsti dalla normativa europea, purtroppo non siamo messi in condizione di fare comparazioni tra modelli basate su dati oggettivi. Anche in questo campo, la nostra sana sete di dati e riscontri non viene appagata…  Fortunatamente i rischi maggiori sono sul portafoglio…

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Da appassionato di materie scientifiche ho amato l’ultimo capitolo con gli approfondimenti. Mi trovo più a mio agio quando c’è qualche formula da capire, però è nel capitolo precedente che ho trovato una vera chicca: Leggende subacquee. Ce ne puoi parlare?
Le leggende subacquee sono quelle certezze dure a morire che orbitano attorno ad ogni attività umana.  Ovviamente il breve paragrafo che tu citi è un’altra piccola sezione di alleggerimento, per strappare un sorriso ed evitare di prendersi troppo sul serio.  Parliamo quindi di tutte quelle convinzioni più o meno stratificate nel tempo che vengono accettate così come sono, un po’ come i proverbi. E quindi saturazione e desaturazione come sinonimi di discesa e risalita, la strana sigla EAN, il bicchiere di Martini e la gestione della narcosi, l’assetto come sinonimo di spinta di galleggiamento, l’aria sparata dalla bombola per pulire l’ingresso del primo stadio, etc.   Lo spunto di riflessione che ne scaturisce e che ragionare è sempre meglio di accettare passivamente, e un atteggiamento curioso è sempre quello più stimolante ed appagante. Insomma, anche Braccio di Ferro ha dovuto riconoscere che gli spinaci non contengono ferro, se non in percentuali minime e soprattutto in forma non ben assimilabile dall’organismo.

Grazie ancora Luca, spero che “Oltre la curva” diventi presto il libro più letto dai subacquei.

Paolo Di Ruzza

 

E noi aggiungiamo, quale miglior strenna da acquistare per Natale? Un libro per tutti, neofiti e vintage diver che leggendolo potranno porsi delle domande e capire che oltre la curva si può ma con “virtute e conoscenza”.

 

 

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