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Intervista a Luca Cicali dopo 5 anni dall’uscita di “Oltre la curva” parte I di Paolo Di Ruzza

Reading Time: 9 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: SUBACQUEA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Luca Cicali, subacquea

 

Molti di voi ricorderanno la presentazione, nel 2019, di Oltre la curva di Luca Cicali. Oggi ho il piacere di pubblicare un’intervista di Paolo Di Ruzza, già pubblicata sulla bella pagina Facebook Teoria Subacquea. Sicuramente dopo averla letta, se non lo avete già fatto, sarete tentati di acquistare il libro. 

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Ciao Luca, so che sei una persona molto riservata, per cui ti ringrazio di cuore per aver accettato di rispondere a qualche domanda. Come sai adoro il tuo libro, è tra i miei testi sulla subacquea preferiti e sono convinto che dovrebbe affiancare i manuali di corso. Proviamo a capire perché ogni buon subacqueo farebbe bene a leggerlo. Come viene in mente ad un subacqueo non professionista di scrivere un testo così articolato di ben 400 pagine?
In realtà non mi è venuto in mente, nella mente un libro c’era già.  Forse chi ama scrivere sente questa passione sin da bambino, è un modo di esprimere il proprio animo che può restare celato oppure essere rivelato agli altri, come un quadro, una poesia, una fotografia, una qualunque espressione di se.  Quando ero un ragazzo delle scuole medie avevo buttato giù un rudimentale romanzo di fantascienza, finito ormai chissà dove, che non avevo mai avuto il coraggio di far leggere a nessuno. Da allora ad oggi un libro è rimasto nella mente, fino a quando ho avuto voglia di approfondire una passione nascente: le immersioni subacquee.  Girando per le librerie ho trovato molto materiale, ma non ciò che cercavo veramente.  Cercavo un libro nel quale l’autore potesse apparire amico del lettore, suo alleato nella ricerca che parte da una sana, ingenua e fertile ignoranza per scoprire le cose un po’ alla volta, come se si svelasse una magia.  Che usasse il linguaggio delle persone comuni, senza per questo rinunciare a spiegare concetti complessi. Che potesse far nascere nel lettore la soddisfazione per aver compreso qualcosa che prima sembrava difficile, misteriosa, ma era solo stata sempre spiegata male.  E allora, visto che non lo trovavo, ho deciso di scriverlo…. Perché, come ti ho detto, nella mente già c’era, bastava dargli un titolo, aggiungere una copertina e circa 400 pagine… 

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Il titolo lo trovo molto bello. È un invito a superare la comfort zone del No Deco Limit, ad andare oltre, ma con cognizione di causa. Quello che ti chiedo è: perché farlo tramite il tuo libro? Quali secondo te le lacune del sistema didattico basato sui brevetti?
Il titolo, anche se molto breve, è in realtà fatto di due parti.  La prima è molto simbolica ed evocativa, e riguarda la nostra vita. È la parola Oltre. Inizialmente volevo lasciare solo quella. La seconda è più specifica, l’oggetto dell’andare oltre: in questo caso la curva di sicurezza delle immersioni subacquee. Come ricordo nell’introduzione del libro, andare oltre è la sintesi della stessa natura umana.  Andiamo oltre perché siamo esseri curiosi, intelligenti, insoddisfatti e siamo pieni di passione, di voglia di avventura. “Oltre” è il desiderio di aggiungere ogni giorno qualcosa a ciò che siamo, in modo che la nostra vita sia come un albero che germoglia di continuo. Vivere è desiderare, e desiderare è andare oltre. Oltre è una meta, un ideale, una passione, un amore. È un fiume impetuoso e non una pozzanghera di acqua stagnante.  Questa è la grandezza e anche il limite dell’uomo, la strisciante insoddisfazione che ci domina e il rischio che corriamo sempre: dare più importanza a ciò che sentiamo mancarci piuttosto che a ciò che siamo o abbiamo.

Torno più nel merito della tua domanda: penso che la lacuna dei brevetti sia certificare subacquei poco autonomi, ovvero che hanno una preparazione talvolta sufficiente solo a riuscire a seguire una guida sott’acqua e non perderla di vista.  Ma ci sono significative eccezioni a questa modalità, naturalmente. Però qualcosa dovrebbe migliorare, dubito che ciò possa avvenire senza separare le responsabilità di chi insegna dalle responsabilità di chi certifica, altrimenti il conflitto di interessi è insuperabile. È un criterio che vale sempre nella vita. Ciò richiederebbe un intervento legislativo, che però, onestamente, non ritengo auspicabile, perché toglierebbe a questa bellissima attività sportiva molto del suo fascino. Credo che il miglioramento debba nascere dagli allievi subacquei, che devono pretendere di più. Compresa maggiore severità nei loro confronti nel concedere brevetti. Un insegnante esigente è un diritto di un allievo.

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Nella prima parte affronti argomenti di Fisica e di Chimica con una capacità divulgativa stupefacente. Come sei riuscito a modulare così bene la comunicazione? Ti sei ispirato a qualche testo o autore in particolare?
No, questa è una mia impostazione mentale maturata ai tempi dell’università, quando rimasi piuttosto traumatizzato frequentando le lezioni della facoltà di Ingegneria Elettronica. Troppo spesso, mi trovavo a seguire docenti poco inclini alla chiarezza, e a spremermi le meningi su libri ad appunti scritti in modo assolutamente incomprensibile.   Questo era (non so se lo è ancora) un brutto difetto del sistema universitario italiano, ben riflesso nei testi specialistici di alto livello, nei quali sembra che l’autore abbia il timore di sminuire la sua materia e il suo alto sapere se usa un linguaggio più vicino a chi deve capire, imparare. Sembra voler rendere la sua materia inavvicinabile, per issarsi ancor di più sul piedistallo del sapere esclusivo. Una volta, esasperato dagli appunti di un docente, saturi di evoluzioni simbolico-matematiche virtuosistiche praticamente incomprensibili, comprai un testo in lingua inglese sullo stesso argomento, e fu una folgorazione, perché il testo parlava esattamente di come stanno le cose, nulla di più, arrivando a conclusioni ancor più specialistiche e dettagliate rispetto all’altro.

Questa esperienza mi ha segnato, facendomi capire che chi si accinge a spiegare qualcosa deve usare il linguaggio di chi non la conosce, entrare nella sua mentalità e cercare di porgli la materia con semplicità e anche umiltà, perché scrivere deve essere utile a chi legge, e non viceversa. Come sai, ho dovuto inserire un pò di formule matematiche nel libro. Volevo evitarlo, ma è stato impossibile, o per lo meno lo è stato per me, ma ho fatto ogni sforzo per renderle digeribili. Non ho dato ascolto al grande Stephen Hawking, il cosmologo di fama internazionale, che aveva affermato che inserire anche una sola formula matematica in un tuo libro fa perdere subito almeno la metà dei lettori….

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Entriamo un pò più nel tecnico. Tre dei quindici capitoli sono dedicati alle teorie decompressive. A che conclusioni sei giunto? Ovvero: modelli liquidi o a bolle?
Si ho fatto questo sforzo in prima persona prima per capire, poi per spiegare.   Non potevo evitare un argomento del genere in un “viaggio intorno al mondo subacqueo”, ma l’ho fatto più per togliere certezze al lettore che per darne.  Ho cercato di far capire bene quanto grande sia la complessità dei fenomeni fisici e fisiologici che sono in gioco quando respiriamo in un ambiente subacqueo, particolarmente ostile a mammiferi terresti quali noi siamo. Per questo ho voluto passare in rassegna, in certi casi in modo anche un po’ approssimativo, i maggiori modelli decompressivi esistenti. Questo per dare conto di quanto grande sia stato, ed è tuttora, lo sforzo di comprensione dei fenomeni e il tentativo di modellizzarli tramite equazioni note e risolvibili, che permettano la pianificazione di una immersione sicura. E questo comporta che ancora oggi c’è molto da capire.  

Mi chiedi cosa scelgo? Naturalmente, per uno che vuole andare oltre, scelgo il futuro, cioè il modello che non è stato ancora inventato, quello risolutivo.   Ma non voglio eludere la tua domanda: credo che quello del futuro sarà un modello a bolle. Soprattutto perché un modello a bolle non è un modello a sole bolle, ma è un modello che considera opportunamente la fase liquida dell’inerte disciolto, ma tiene conto anche di quella gassosa. E il fatto che gli attuali modelli a bolle non sembrano averci fatto fare un grande passo avanti, (anzi qualcuno ritiene che ci abbiano fatto fare qualche passo indietro in  termini di affidabilità) non ne limita l’importanza. I liquidi sono probabilmente al termine della loro evoluzione, quelli a bolle hanno le gambe giovani e forti per evolversi, farsi strada, ed eventualmente farsi perdonare qualche errore di gioventù.

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Hai deciso di scrivere il libro dopo un corso che ti ha abilitato fino a 54m. Immagino fosse in aria. Nel testo dedichi un paragrafo all’aria profonda, definendola una “miscela insalubre”. Come si conciliano le due cose? Quale pensi sia il limite corretto per l’utilizzo di questa miscela?
Si, l’aria profonda è una miscela insalubre, tutti sappiamo perché. Bisogna quindi stabilire quando va considerata profonda al punto di essere così insalubre da non utilizzarla. Senza stare a fare calcoli e dissertazioni troppo articolate direi che il limite sensato è 40 metri, o poco più. Quindi direi aria o Nitrox fino a 40 metri, poi trimix. Il mio limite personale è di 55 metri, che confesso talvolta di raggiungere con aria, poi per me basta, e questa ovviamente è una scelta personale.  Per chi ha un “Oltre” che è oltre il mio, occorre impiegare miscele ternarie, senza se e senza ma, opportunamente calibrate in funzione della profondità e varie altre considerazioni.

Ma non facciamoci illusioni, oltre i 30 metri ogni metro di profondità e ogni minuto in più di tempo di fondo rosicchiano qualche punto di affidabilità a qualunque algoritmo decompressivo si stia utilizzando. Un aspetto particolarmente sottovalutato nelle immersioni profonde è la densità del gas respirato, che provoca situazioni insidiose e ci mette sotto la minaccia dell’ipercapnia.  L’eccesso di anidride carbonica in immersioni profonde è di gran lunga meno considerato, a torto, rispetto al rischio di narcosi e alla tossicità dell’ossigeno sul sistema nervoso centrale.  Osservo comunque che la profondità ha anche la forte valenza simbolica di una sfida.  È l’andare Oltre per eccellenza, un pò come la velocità per un motociclista.  E quindi chi affronta immersioni a profondità record sa bene quali sono le difficoltà e i rischi, e riesce quindi ad attenuarli con l’esperienza , la prudenza e il buon senso. Ma è comunque una persona motivata ad accettarli, e in questo ognuno ha le proprie soglie personali, per qualunque attività sportiva.  Malgrado io osservi personalmente i limiti anzidetti, non mi sognerei mai di considerare chi va “ancora più oltre” semplicemente uno spericolato.

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“Oltre la curva” è rivolto a chi, dalla ricreativa, si avventura nel range 40/56m, profondità tipiche dei corsi Decompression e Nitrox advanced. A proposito di Nitrox, una mia cara amica proprietaria di un Diving mi raccontava che, a volte, c’è una certa ritrosia nell’uso di miscele iperossiche. Cosa ne pensi? La mentalità della best mix deve ancora affermarsi?
Si, penso che tu abbia ragione, è una abitudine non ancora affermata, ma anche a causa di un altro fattore. Sappiamo infatti che per scegliere una miscela Nitrox dobbiamo prima programmare la profondità massima, e adattare ad essa la percentuale di ossigeno in modo che a tale profondità la pressione di ossigeno non superi 1,4 (oppure 1,5) bar. Sappiamo però che, nella stragrande maggioranza dei casi, si raggiungono i centri immersione senza sapere esattamente in quale sito ci tufferemo. A volte le guide del diving lo stabiliscono una volta mollati gli ormeggi, ad esempio in funzione delle condizioni del mare in quel momento.  Ecco che l’aria, in tutti questi casi pratici, diventa più elastica da utilizzare, perché consente tutte le profondità dei siti mediamente considerati ricreativi-avanzati (entro cioè i 45-50 mt), verso i quali si può decidere di andare anche all’ultimo momento. Si pensa infatti: …” magari dovrò risalire prima per non andare in deco, ma posso andare più fondo…”. 

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Penso che anche per un Diving sia un pò più complicato organizzare immersioni con Nitrox. A parte le attrezzature per la miscelazione, e il personale specializzato per farla, occorre anche selezionare i brevettati per il tuffo, fare miscele omogenee per tutti, verificare che tutti abbiano un computer che gestisce il Nitrox, pianificare il sito di immersione con largo anticipo e verificare le adesioni all’iniziativa, etc. Per contro sottolineo una volta ancora quella che ritengo una grade valenza educativa della miscela Nitrox, ovvero imparare a scegliere la migliore miscela in funzione dell’immersione da effettuare, soppesando o opportunamente i pro e contro della scelta fatta circa la percentuale di ossigeno da utilizzare. Questo training verrà sfruttato anche da coloro che poi decideranno di cimentarsi con immersioni tecniche a profondità ben maggiori: i criteri di base sono gli stessi.

fine parte I  – continua

 

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