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Guerra e strategia nel Mediterraneo del Cinquecento – parte IV

Reading Time: 4 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVI SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Ottomani, impero asburgico
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Navi o galee?
Quale tipologia nautica è la protagonista di questo conflitto? L’avete già intuito perché l’ho citata più di una volta: la galea. Perché è lei la protagonista? Sappiamo che la storiografia navale – mi riferisco in primo luogo a quella anglosassone e nordica, con alcuni italiani (soprattutto contemporaneisti) che le sono andati dietro – guarda allo sviluppo della nave in età moderna come al futuro, alla modernità navale, perché solo la nave permetterà lo sviluppo della potenza di fuoco. La galea invece è considerata un retaggio del passato, un bastimento anacronistico per l’età moderna, come anacronistiche sono le realtà che continuano a farvi ricorso. Sappiamo che Lepanto (1571) viene spesso presentata come l’ultima battaglia tra galee, quasi che sia un atto di chiusura di un’epoca passata che finalmente lascia il posto alla modernità fatta di navi irte di cannoni. Il Mediterraneo del Cinquecento era quindi un ambiente retrogrado, sclerotizzato sull’utilizzo di una tipologia navale antiquata? O ci sono dei motivi per cui le genti del Mediterraneo puntavano soprattutto sulla galea per combattere. Intanto vediamo di capire se il Mediterraneo era retrogrado, ossia era indietro rispetto alle potenze oceaniche. Abbiamo detto che la flotta spagnola era sintesi del navale iberico e di quello genovese. Orbene, la flotta genovese nel Quattrocento era evoluta all’insegna del binomio nave e galea (fig. 7).

fig. 7

La comparsa della nave nella guerra sul mare, ossia come unità inserita nelle flotte da battaglia, è una novità quattrocentesca (o al limite tardo Trecentesca), e i genovesi ne sono protagonisti. Le flotte da battaglia genovesi del Duecento e del Trecento erano formate da galee. Ma nella battaglia di Bonifacio (1410), in quella di Ponza (1435) e in quella del Bosforo (1453) già le navi sono protagoniste. E nel corso del tardo Quattrocento e del Primo Cinquecento le testimonianze di flotte miste non mancano. Le vediamo qui: la flotta che ha soccorso Otranto nel 1482 (o riunita per soccorre Otranto l’anno precedente); la flotta genovese che affronta quella francese di Luigi XII (primo Cinquecento); la flotta di Andrea Doria impegnata nella presa di Corone (1532). Ma già a Corone le navi sono protagoniste della presa della fortezza, ma non fanno parte della squadra da battaglia. Doria ne ha noleggiate quasi 40 per fornire supporto logistico alle sue 40 galee. Sono le galee la squadra di battaglia. Il motivo è di ordine tattico, ed emerge dai documenti. Le esperienze del tardo Quattrocento e del Primo Cinquecento avevano evidenziato come le flotte da battaglia formate da galee e navi avessero difficoltà ad operare, per problemi di coordinamento. Navi e galee erano troppo diverse per operare assieme. L’unica battaglia combattuta nel Cinquecento tra navi e galee assieme, la Prevesa (1538), lo conferma. Qui la flotta della Lega ispano-veneziana è superiore per numero alla flotta del Barbarossa, ma quest’ultima è formata solo da galee e galeotte, mentre il Doria galee e navi, molte navi. Ed è proprio la difficoltà di far operare navi e galee insieme che permette al Barbarossa di cavarsela e di strappare un pareggio (che alla luce della superiorità numerica viene visto come una sconfitta da veneziani e spagnoli). Quindi le flotte omogenee in battaglia operano decisamente meglio di quelle miste. Perché quindi non usare solo navi e mettere da parte le vecchie ed inutili galee. Perché nel Mediterraneo le cose stanno diversamente rispetto a quanto accade negli oceani.

Qui, nel Mediterraneo, la galea è (ancora) meglio della nave come capital ship, come bastimento da battaglia. La nave ha dalla sua un maggior numero di cannoni e un maggior raggio d’azione rispetto alla galea. Ma i cannoni sono, nel Cinquecento, ancora di piccolo calibro rispetto a quelli, in minor numero, che la galea ha a prora. Il raggio d’azione maggiore è un vantaggio relativo in un teatro operativo ricco di porti e approdi come il Mediterraneo. Viceversa la nave ha dei svantaggi capitali nel Mediterraneo. Dipende dal vento: e le flotte operano nella buona stagione quando bonacce sono frequenti. È poco adatta alla navigazione sotto costa: e la guerra navale mediterranea ha come ambiente operativo principale proprio il sotto costa, ossia le acque a ridosso delle coste. Più volte gli ammiragli spagnoli e genovesi sottolineano le qualità della galea, la sua flessibilità operativa, una flessibilità che le è conferita dal basso pescaggio e dal fatto di aver “piedi e ali”, ossia remi e vele, di poter navigare sia grazie al vento (e la galea lo fa ogni qualvolta ve n’è la possibilità, per risparmiare i rematori) sia grazie ai remi quando il vento è sfavorevole, quando manca del tutto, o quando la necessità di manovrare in spazi stretti impedisce di sfruttare le traiettorie obbligate della navigazione a vela.

Emiliano Beri
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emiliano beriProf. Emiliano Beri
NavLab – Laboratorio di Storia marittima e navale
CEPOC – Centro interuniversitario di studi “Le Polizie e il Controllo del Territorio” 
DAFiSt – Dipartimento di Antichità, Filosofia e Storia Università degli studi di Genova Via Balbi 6 – 16126 Genova
e
miliano.beri@unige.it
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Bibliografia essenziale:
Braudel, Civiltà e Impero del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Einaudi 1986
Pellegrini, Guerra santa contro i turchi. La crociata impossibile di Carlo V, Il Mulino 2015
Pacini, «Desde Rosas a Gaeta». La costruzione della rotta spagnola nel Mediterraneo occidentale nel secolo XVI, F. Angeli 2013
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PARTE I
PARTE II
PARTE III
PARTE IV

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