La vita dei militari semplici in servizio nella flotta imperiale romana

Domenico Carro

12 Gennaio 2025
Celano (AQ). Museo del Castello, Collezione Torlonia. rilievo Torlonia n.1. Navi romane in navigazione sul lago Fucino
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERIALE ROMANO
AREA: MEDITERRANEO
parole chiave: miles, nautae, remiges, classiarii

Per quanto concerne i militari semplici, occorre innanzi tutto ricordare che gli equipaggi delle navi romane erano sempre stati suddivisi, fin dalle origini, in tre categorie ben distinte per competenze e specifico addestramento:
i nocchieri (nautae), addetti a tutti i servizi prettamente nautici e marinareschi;
i rematori (remiges), addetti  alla propulsione remica in combattimento o per eventuali altre esigenze di breve durata;
i fanti navali (classiarii), addetti all’uso delle armi negli avvicinamenti alle navi nemiche, negli arrembaggi e nelle operazioni anfibie.
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In epoca imperiale, per tutti questi marinai – che pur dovevano mantenere necessariamente separate le proprie sfere di attività – era invalsa l’abitudine di utilizzare le tre denominazioni come se si trattasse di sinonimi. In particolare, la parola remiges venne prevalentemente utilizzata nei documenti ufficiali (e anche da parte di qualche autore) per indicare non solo i rematori, ma tutto il personale delle flotte. Allo stesso modo, le parole classiarii e classici sono spesso state utilizzate nelle fonti letterarie per indicare gli uomini in servizio presso le flotte, prescindendo dal loro specifico ruolo. Sulle iscrizioni funerarie, per contro, ogni membro di un equipaggio navale si qualificava sistematicamente come miles, ovvero milite, e mai come appartenente ad una delle tre grandi branche dei nautae, remiges e classiarii. Prevaleva evidentemente la fierezza militare sulla smania di distinguersi. D’altronde è indubbio che tutto il personale avesse lo status di militare, com’è stato precisato anche dai giuristi. Un ulteriore elemento di confusione deriva dall’ipotesi che anche i rematori siano stati dotati di armi e addestrati al combattimento, cosa certamente possibile e anche razionale – per ottenere da essi qualche contributo alla lotta, quando fattibile – ma che non poteva avvenire a scapito del loro indispensabile addestramento intensivo alla voga.
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Tuttavia, la difficoltà a distinguere i nocchieri dai rematori e dai classiari, nei testi letterari ed epigrafici antichi, non deve farne dedurre che, in epoca imperiale, quelle vecchie distinzioni fossero state superate e che ogni uomo della marina potesse indifferentemente essere chiamato ad andare a sciogliere le vele sui pennoni, a mettersi al remo o ad affrontare un combattimento all’ultimo sangue contro un nemico. Sarebbe stato perlomeno incoerente, da parte dei Romani, aver prestabilito una serie infinita di specializzazioni per i sottufficiali e nessuna specializzazione per i marinai, trattandoli come una massa informe e indifferenziata da utilizzare per qualunque esigenza. Nella mentalità romana, peraltro, l’addestramento e le esercitazioni erano una necessità ineludibile per poter mantenere delle forze armate efficienti; ed è evidente che non ci si possa addestrare in modo ottimale ad una gamma eccessivamente ampia di compiti. Ne abbiamo d’altronde la riprova in quanto riferì Vegezio, scrivendo che, ancora nel tardo impero (IV-V secolo), ogni comandante di nave da guerra, oltre agli altri compiti nautici, curava l’addestramento quotidiano dei gubernatores, dei remiges e dei milites, sottolineando implicitamente la distinzione fra chi gestiva la funzione nautica, chi remava e chi doveva combattere.

Un’analoga distinzione è desumibile da Tacito, che nel I secolo descrisse la cattura di 24 navi della classis Germanica, dopo il tradimento di una parte dei rematori, che trucidarono i gubernatores e i centurioni, prevalendo su nocchieri e classiari (propugnatores). Non diversamente dovevano essere distinti i classiari da nocchieri e rematori verso la fine del II secolo, quando il giurista Ulpiano precisò che – oltre ai classiarii (sottinteso) – anche i nautae e i remiges erano militari; e quella stessa precisazione era ritenuta ancora valida e utile nel VI secolo, quando venne inclusa nel Digesto del Corpus iuris civilis di Giustiniano. Tutto ciò appare confermare che gli equipaggi delle navi da guerra romane siano sempre stati costituiti, nell’epoca imperiale (in sostanziale continuità con quanto era avvenuto nel periodo della Repubblica), dalle tre predette componenti principali. Esse erano quindi soggette a forme di addestramento differenziato e mirato al loro specifico impiego operativo, com’era peraltro obiettivamente ineludibile per mantenere le navi in piena efficienza.

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Occorre comunque effettuare, per scrupolo, un’ultima verifica, perché alcuni studiosi particolarmente autorevoli hanno valutato che vi possa essere stata una tendenza a ridurre sempre più le differenze fra i rematori e i classiari, fino ad avere degli uomini idonei a ricoprire indifferentemente sia l’uno che l’altro ruolo, come sembra sia avvenuto in epoca bizantina in occasione della spedizione navale ordinata da Giustiniano contro i Vandali. In effetti, lo storico Procopio di Cesarea scrisse proprio che, sulle navi da guerra in partenza per quella missione erano imbarcati 2.000 Bizantini, tutti con il duplice ruolo di rematori e combattenti. Leggendo solo questa informazione, sembrerebbe una prova inconfutabile … ma conviene andare un pò più in profondità, per dissipare ogni dubbio in proposito. La spedizione navale in partenza da Costantinopoli nel 533 era finalizzata a riconquistare il Nordafrica a partire da Cartagine, di cui i Vandali si erano impadroniti da quasi un secolo (nel 439). Questo popolo era divenuto abilissimo nello sfruttare il mare per compiere azioni di pirateria e incursioni sulle coste: quella più memorabile sfociò nel sacco di Roma del 455, effettuato da Genserico che con le sue navi risalì il Tevere fino alla Città Eterna. Tuttavia i Vandali, nonostante altri due clamorosi successi da essi conseguiti sulle forze navali degli imperi d’Occidente (254) e d’Oriente (255), non ebbero modo di acquisire né le conoscenze né le esperienze necessarie per poter sostenere delle battaglie navali contro flotte bene addestrate. Questo deve perlomeno essere stato il convincimento dei Bizantini, visto che essi inviarono contro  Cartagine un convoglio di 500 navi onerarie (sulle quali erano imbarcati 45.000 uomini e 5.000 cavalli), con la scorta di 92 navi da guerra veloci (dromoni) sulle quali erano imbarcati i predetti 2.000 “rematori-combattenti”. Va in effetti osservato che questi primi dromoni bizantini erano unità particolarmente leggere e sottili, se si considera che esse imbarcavano, in media, poco meno di 22 uomini destinati al remo e al combattimento; si trattava dunque di navi molto più piccole delle liburne romane ed erano propulse da una sola fila di remi, cioè da 10 o al massimo 11 remi per parte. Sembra evidente che su unità di tali infime dimensioni vi fosse posto solo per i rematori e che questi, all’occorrenza, sarebbero stati anche utilizzati per qualche improbabile combattimento in mare. Pertanto, data l’estrema anomalia di queste navicelle rispetto a tutti i tipi di unità da guerra utilizzati dai Romani, il raffronto fra i compiti dei rispettivi equipaggi risulta scarsamente significativo. D’altronde, nel caso specifico, nessuna nave dei Vandali ostacolò la navigazione della flotta bizantina, che poté raggiungere Cartagine senza dover effettuare alcun combattimento per mare.

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Poi gli equipaggi vennero fatti sbarcare per utilizzarli nelle operazioni terrestri: quindi dobbiamo intendere che quei 2.000 Bizantini imbarcati sui dromoni non erano destinati a fare i “rematori-combattenti” a bordo, ma solo i rematori a bordo e solo i combattenti a terra, secondo un criterio di impiego degli equipaggi adottato molte volte anche dai Romani sull’esempio di Scipione in Spagna. La suddivisione delle funzioni dei rematori e dei combattenti a bordo rimase comunque chiara anche nella marina bizantina, come si vide meno di venti anni dopo (nel 551) nella battaglia navale da essa vinta nelle acque di Senigallia. In quel caso, per poter liberare Ancona dall’assedio dei Goti, le navi da guerra bizantine presenti a Salona (evidentemente più capienti dei piccoli dromoni inviati a Cartagine) imbarcarono i migliori soldati ivi disponibili e con essi affrontarono la flotta nemica in combattimento per mare. La descrizione di quella battaglia navale mostra chiaramente il contemporaneo impegno dei rematori e dei combattenti nei rispettivi ruoli: i primi fecero effettuare alle unità delle continue evoluzioni per sorprendere, scompaginare, speronare o abbordare le navi dei Goti; i secondi si prodigarono nell’uso delle armi, scagliando dardi e frecce a distanza o combattendo direttamente contro i nemici con spada e lancia quando le navi si trovavano affiancate. Questo dovrebbe togliere ogni dubbio residuo sulla persistenza di una netta separazione fra il maneggio dei remi e l’uso delle armi, trattandosi di due esigenze per lo più contemporanee in battaglia navale, così come nella maggior parte delle altre operazioni in mare aperto o contro costa.
Domenico Carro
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estratto dal saggio Classiari di Domenico Carro – Supplemento alla Rivista marittima aprile-maggio 2024 – per gentile concessione della Rivista Marittima, dedicato alla memoria del figlio Marzio, corso Indomiti, informatico visionario e socio del Mensa, prematuramente scomparso

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