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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA ROMANA
PERIODO: REPUBBLICA E IMPERO ROMANO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: storia navale romana, arrembaggio
Dal sorriso beffardo di Burt Lancaster nel film Il corsaro dell’isola verde allo sguardo tenebroso di Johnny Depp nella saga Pirati dei Caraibi, molti sono stati gli stili adottati per caratterizzare in modo leggero ed accattivante l’accozzaglia di turpi canaglie che infestarono con la pirateria le acque delle Antille. Quei fuorilegge, reinterpretati dal cinema in chiave avventurosa e romanzesca, hanno affascinato generazioni e generazioni di spettatori soprattutto per l’audacia e la destrezza marinara ostentata nell’arrembare i galeoni spagnoli e trarne ricchi bottini. Se costoro ci hanno sempre dato la netta sensazione di impersonare la quintessenza dell’arte navale, data la loro estrema sicurezza e disinvoltura nel raggiungere e catturare qualunque nave, del tutto all’opposto ci sono stati descritti gli antichi Romani, formidabili combattenti sulla terraferma, ma presunti imbranati a bordo delle navi.

Eppure sappiamo che Roma sconfisse per mare Cartagine, la maggiore potenza navale dell’epoca, e conquistò poi per via marittima la maggior parte del proprio sconfinato impero, dopo aver battuto, una dopo l’altra, anche le poderose ed esperte flotte di tutti i maggiori regni ellenistici del Mediterraneo. La spiegazione che ci è sempre stata data, con irritante semplicismo, si è basata su di una strampalata capacità che veniva attribuita agli antichi Romani: quella di riuscire a «trasformare la battaglia navale in una battaglia terrestre».
Questa espressione colpisce l’immaginazione come un ossimoro sorprendente e mnemonico, visto che essa continua ad essere ripetuta saccentemente da chiunque abbia almeno qualche reminiscenza scolastica della storia antica. Eppure, si tratta di un paradosso concettualmente aberrante e fuorviante, innanzi tutto perché nessuna forza umana potrebbe mai costringere un evento navale a svolgersi entro schemi che non tengano conto dell’incoercibile potenza del mare e dei venti. Inoltre, la forza delle legioni romane nei combattimenti terrestri si giovava soprattutto di spazi di ampio respiro: per la scelta di una posizione iniziale favorevole, per l’appropriato schieramento di tutti i reparti, per la costruzione di eventuali fossati e terrapieni, per l’assunzione delle formazioni più rispondenti, per la manovra della fanteria, per le cariche della cavalleria, per il movimento delle grandi macchine da guerra, degli elefanti, e così via. Poiché, viceversa, le anguste superfici disponibili a bordo, irte di ostacoli, non consentivano movimenti di reparti armati in ordine chiuso, ma solo azioni in ordine sparso e combatti-menti individuali, risulta evidente che nessun raffronto sia possibile fra le tattiche vincenti dei Romani nelle battaglie terrestri e quanto essi abbiano potuto fare sullo stretto ed oscillante ponte di coperta di una polireme nemica. Pertanto, se vogliamo meglio capire come interpretare quell’espressione, dobbiamo verificarne la genesi.

All’origine del malinteso sul modo di combattere dei Romani sul mare vi sono le Storie di Polibio, l’unica fonte antica – fra quelle pervenuteci – che descriva con una certa ampiezza il duro confronto navale fra Roma e Cartagine nel corso della prima Guerra Punica. Fin dall’inizio del racconto dell’approntamento delle prime quinqueremi romane, lo storico greco ha voluto sottolineare la novità dell’impresa asserendo che i Romani si stavano predisponendo a scendere in mare per la prima volta, non avendo avuto, fino allora, alcuna conoscenza delle cose marittime. Si tratta di un’affermazione poco credibile, e comunque storicamente inesatta, verosimilmente motivata dal desiderio di far maggiormente apprezzare i Romani per il loro nuovo e formidabile impegno navale, rispetto al quale ogni precedente andava considerato trascurabile. La narrazione polibiana prosegue con la descrizione della passerella mobile ch’egli chiama “corvo”, attribuendone l’ideazione e la realizzazione ai Romani giunti in Sicilia con le nuove quinqueremi prima ancora dell’arrivo di Duilio. Quest’ultimo assunse poi il comando della flotta romana e la condusse in battaglia navale nelle acque di Milazzo contro la forza navale punica: la vittoria gli arrise, secondo Polibio, grazie ai predetti “corvi”, che consentirono ai Romani di agganciare ogni nave nemica che si avvicinava e di far passare i soldati su di essa per ingaggiarvi “una battaglia del tutto simile a un combattimento di fanteria”.

Questa similitudine, piuttosto impropria, è stata accolta in modo acritico dalla larghissima maggioranza degli storici successivi, che, fin dall’antichità, l’hanno riprodotta integralmente o con qualche parziale parafrasi, propalando all’infinito la tesi della rozzezza marinara dei neofiti Romani, che non avrebbero mai potuto sconfiggere le navi nemiche se non con l’espediente di costringerle ad un combattimento “terrestre”.
Ora, quando si parla di questioni navali, occorre conoscere ed utilizzare la corretta terminologia marinara, poiché il ricorso a parole improprie ha l’effetto deleterio di una interferenza semantica, generando una distorsione della percezione della realtà storica. Nel caso specifico occorre ricordare che, nella nostra plurisecolare tradizione marinara, l’azione di passare dalla propria nave su di un’unità nemica per andare a catturarla, dopo aver neutralizzato il relativo equipaggio, non si chiama “combattimento terrestre” né “combattimento di fanteria”, ma “arrembaggio”.
Pertanto, per poter pervenire ad una valutazione del modus operandi dei Romani sul mare, occorre mettere a fuoco la loro concezione dell’arrembaggio a partire dalla I Guerra Punica, iniziando da un necessario approfondimento sul controverso “corvo”, raffrontando poi l’arrembaggio con lo speronamento, esaminando quindi arrembaggio ed “arrembatori” insieme ai risultati da essi conseguiti nel campo navale e marittimo, e pervenendo, infine, alle conclusioni. Lo farò nei prossimi articoli.
fine I parte – continua
Domenico Carro
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