Russia vs Ucraina: il fallimento di anni di diplomazia e scenari post guerra – parte I

Andrea Mucedola

28 Febbraio 2022
tempo di lettura: 9 minuti

.

livello medio

.

ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: UCRAINA
parole chiave: conflitto Russia – Ucraina
.

Tutti avremo sentito almeno una volta il detto “corsi e ricorsi storici” del filosofo napoletano Giambattista Vico che, nel XVIII secolo., elaborò una teoria sulla storia umana basata sulla ricorrenza di cicli ben distinti, partendo da un’età primitiva seguita da quella eroica e poi da quella civile. Nella prima le società sono dominate dai sensi e dall’immaginazione, che viene sostituita nel ciclo seguente dal dominio dei più forti che a sua volta si risolve nell’era civile dalla ragione con conseguente uguaglianza tra gli uomini, periodo in cui si sarebbero potuti trovare però due tipi di governo, la monarchia assoluta o la democrazia. Questa ciclicità ci porta a delle considerazioni estremamente attuali. Nonostante i disastri del secolo scorso sembra che stiamo facendo fatica ad uscire dall’era della lotta fra i più forti, non avendo ancora maturato una coscienza del bene comune. La situazione di questi ultimi giorni è assolutamente calzante. La rete è invasa di disinformazione, tra coloro che difendono l’azione di Putin, considerandola una manovra di salvaguardia e consolidamento della difesa della Russia da possibili minacce occidentali, in particolare degli Stati Uniti e della NATO, e altri che ritengono che tale azione, oltre che essere anacronistica, sia un passo indietro dell’Umanità.

Il rischio è che, con la messa in allerta del sistema nucleare russo ordinata da Putin, si spera a livello precauzionale, siamo arrivati ad un punto rischioso per l’Umanità, camminando sul filo di un rasoio che vede da un lato e dall’altro baratri senza fondo che ci farebbero tornare indietro, di fatto saltando l’era della ragione di Vico, e facendoci ripiombare nell’anarchia di un mondo senza più regole. Dopo l’orrore del 11 settembre, stiamo ora vivendo un nuovo capitolo della storia che mette in discussione anni di faticose azioni diplomatiche per un futuro migliore dell’Umanità.

Le ragioni secondo Putin
Nella mia breve analisi partirò dalle motivazioni sollevate dal presidente Putin per giustificare l’invasione dell’Ucraina ovvero:
– l’aumento della pressione della NATO ai confini russi
– storicamente l’Ucraina è una appendice russa;
– l’attuale governo ucraino, per le sue scelte anti-occidentali, cacciò l’ex presidente Yanukovych, filorusso, togliendo alle minoranze russofone del Donbass gli stessi diritti delle altre.

NATO – RUSSIA un rapporto difficile
Per valutare la cosiddetta “pressione” della NATO lungo i confini con la Russia vanno conosciuti i seguenti aspetti:

Il cammino delle relazioni atlantiche
La NATO, nel suo lungo cammino dalla sua costituzione, avvenuta il 4 aprile del 1949 a Washington, con lo scopo di difendere la sicurezza e la libertà dei Paesi firmatari (10 paesi europei, Belgio, Danimarca, Francia, Gran Bretagna, Islanda, Italia, Lussemburgo, Norvegia, Olanda e Portogallo e due oltre oceano, Canada e Stati Uniti), ha subito continue modifiche nella sua politica internazionale. Nei primi anni l’influenza delle potenze occidentali vincitrici della guerra fu predominante e gli Stati Uniti ebbero un certo peso, accettato dagli altri Paesi anche come riconoscimento degli aiuti ricevuti grazie al Piano Marshall. Il divario fra l’Ovest e l’Est diventò sempre più tangibile e reso particolarmente delicato dalla corsa agli armamenti delle due superpotenze.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è nato-.jpg

i Paesi membri della NATO, tra parentesi l’anno di ingresso

Anche l’Unione sovietica creò in Polonia, il 14 maggio 1955, un’alleanza politico-militare tra gli Stati socialisti del blocco orientale, nata come reazione al riarmo e all’entrata nella NATO della Repubblica Federale Tedesca nel maggio dello stesso anno. Sebbene gli sforzi reciproci furono mirati al contenimento dell’avversario sul territorio europeo, i due blocchi combatterono per l’influenza sul piano internazionale, partecipando a conflitti come la Corea, il Vietnam, ed altri conflitti minori ma non meno dolorosi in tutti i continenti. Valvole di sfogo, se non fosse stato per il grande numero di vittime militari e civili, per evitare una terza guerra mondiale. Col senno del poi, dopo la fine della guerra fredda molti meccanismi vennero svelati, in particolare quelli legati ai rapporti dei membri all’interno delle Alleanze.

Quello che emerse fu che mentre la NATO aveva raggiunto un reale rapporto paritario nel suo interno, dove ogni membro aveva gli stessi diritti degli altri, questo non era avvenuto nel Patto di Varsavia che, utilizzando abilmente la disinformazia, aveva sempre accusato l’Occidente di essere al servizio degli Stati Uniti (sudditi). Questo concetto di sudditanza dei membri verso gli Stati Uniti, per mia esperienza diretta, inn sei anni di lavoro alla NATO non lo ho mai apprezzato. Il dialogo fra le nazioni fu sempre corretto e, se vogliamo, fu indirizzato dalla qualità degli staff nazionali partecipanti. Gli Stati Uniti, oltre al loro ruolo di guida nella pianificazione della difesa nucleare, si assunsero ruoli ed impegni che avrebbero dovuto essere a carico degli Europei. Un fattore che alla fine del secolo scorso fu sottolineato dagli Stati Uniti che incominciarono il loro disimpegno dal continente europeo per dedicarsi ad altri teatri operativi. In altre parole, fu chiesto ai paesi membri di contribuire maggiormente alla difesa NATO, cosa che avrebbe comportato ovviamente investimenti importanti.

Il cardine dell’Alleanza: la difesa collettiva
Tra gli articoli più noti del Trattato atlantico è spesso menzionato l’articolo 5 che afferma che, in caso di attacco ad uno o più paesi dell’Alleanza Atlantica, tutti i Paesi membri si impegnano, anche con le armi, a difendere gli aggrediti a salvaguardia della sicurezza dell’Alleanza stessa. In realtà va compreso che, sebbene questo sia un obbligo previsto dal Trattato atlantico, l’effettivo uso delle forze deve sempre essere approvato dai rispettivi Governi. Questo significa che non tutte le forze nazionali sono immediatamente disponibili alla NATO ma solo quelle assegnate temporaneamente per coprire l’organizzazione di impiego.

La NATO, oltre all’intensa attività politica interna, gestita dalle rappresentanze accreditate, organizza periodicamente i Summit, incontri ad alto livello dove vengono discusse le situazioni internazionali e decise le eventuali azioni necessarie per garantire la libertà e la sicurezza dei Paesi membri attraverso i suoi mezzi politici e militari. Per chi non conosce i meccanismi di lavoro, le decisioni sono sempre prese all’unanimità e  qualsiasi Paese firmatario può esprimere il suo veto e bloccare eventuali azioni. Negli ultimi anni, nella visione del comprehensive approach, la NATO ha allargato i suoi interlocutori sia  con la controparte europea che con le organizzazioni internazionali. Questo se da un lato ha diminuito la sua velocità decisionale dall’altro ha garantito una maggiore partecipazione.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è Russia-e-Nato-esercitazioni-parallele-nei-Balcani.jpg

La fine della guerra fredda e la speranza per il III millennio
A seguito del crollo dell’Unione Sovietica, il bipolarismo che aveva caratterizzato la metà del secolo scorso, si dissolse e la NATO si pose il problema della necessità di mantenere tale organizzazione. Furono avviati studi per identificare le sfide future e, nel 1994, nacquero iniziative atte a incentivare un Partenariato per la pace (Partnership for Peace – PfP), accordi di collaborazione basati su relazioni individuali e bilaterali tra la NATO e paesi partner non appartenenti all’Alleanza al fine di garantire i principali diritti internazionali ed il sostentamento umanitario, tutelando i diritti umani nel mondo e promuovendo una cultura di pace fra i popoli.

Parallelamente, il 28 maggio 2002, venne avviata una collaborazione simile con la nuova Russia, intesa a favorire la fiducia comune al fine di ottenere una pace duratura e un disarmo bilaterale. In quegli anni una nuova sfida si era affacciata nei teatri del mondo, legata alla lotta al terrorismo e alla criminalità organizzata. A fronte del riconoscimento non scritto che molti di questi fenomeni fossero frutti aberranti di errori del passato la NATO, non senza distingui, si adoperò per valutare le nuove politiche. Un forte contributo fu dato dai nuovi partner che, seguendo un iter lungo e non semplice, a seguito della loro richiesta di entrare nella NATO, furono esaminati attentamente per verificarne l’affidabilità democratica. Quello che emerse furono realtà fino ad allora citate nei giornali ma ora confermate da contatti quotidiani nei corridoi di Bruxelles. I Paesi ex sovietici raccontarono il periodo del Patto di Varsavia, la mancanza di libertà decisionale, in particolare restarono meravigliati quando furono chiamati a votare alle decisioni comuni (cosa impensabile oltre cortina). Furono anni importanti in cui l’Alleanza fu impegnata in operazioni sotto egida ONU. Nel marzo del 2009 la Francia annunciò, dopo 43 anni, di voler rientrare nel Comando Militare Integrato dell’Alleanza da cui era uscita a causa delle rivalità gaulliste con gli americani nel periodo della Guerra Fredda.

In estrema sintesi, per quanto sopra, la NATO continua a confrontarsi democraticamente con i Paesi membri e tutti coloro desiderosi di affrontare insieme le sfide alla sicurezza comune e garantire un progresso democratico. La favola che sia un’espressione della politica americana è una delle tante fake news, spesso con matrici antimilitariste, che si ritrovano sui media.

Le nuove sfide
Dopo l’11 settembre 2011, la NATO si domandò se la sua struttura militare, già in corso di ristrutturazione, fosse effettivamente adeguata a rispondere alle nuove sfide alla sicurezza collettiva. Terrorismo, conflitti etnici e religiosi, traffico di droga, instabilità e degrado ambientale furono identificate come le nuove sfide alla sicurezza collettiva.

Va sottolineato che all’epoca non furono identificati attori ben definiti con i quali confrontarsi ma una galassia di entità, solo apparentemente legate da fattori religiosi, in cui gli interessi finanziari in gioco erano spesso maggiori dei redditi lordi delle nazioni in gioco. In un mondo sempre più competitivo, si identificò un profondo divario tra gli Stati tradizionalmente legati a processi più lenti, basati su mature e continue rivalutazioni delle esigenze dei propri tessuti sociali, ed altri proiettati verso uno sviluppo tecnologico a spirale legato al concetto del “Quick Wins” americano. Ciò nonostante le discussioni portarono ad importanti valutazioni con la definizione delle sfide del III millennio (Multiple Future paper) a cui l’Alleanza avrebbe dovuto confrontarsi.

Ancora una volta nessun Paese fu inserito specificatamente nella valutazione del rischio e si ricercò una comunione di intenti. Ci furono talvolta contrapposizioni tra le due sponde dell’Atlantico che non influirono però sulle decisioni dell’Alleanza che restò indipendente e ferma nel suo principio di democrazia, sottolineando la necessità di una strategia globale mirata ad armonizzare i processi evolutivi mondiali e nello stesso tempo a creare strutture idonee a consentire il mantenimento di un livello di sicurezza adeguato.

Il primo passo fu certamente la cooperazione ed il dialogo internazionale fra tutte le organizzazioni coinvolte, comprese quelle di sicurezza, e quindi l’esecuzione di un approccio coordinato top-down al fine di creare la cornice di sicurezza desiderata coinvolgendo nel processo decisionale anche ii paesi al di fuori dell’Alleanza. Le basi di questo approccio di questo tipo furono poste al termine del Summit di Praga del 2002 in cui furono approvati gli impegni sulle capacità future della NATO (Prague Capabilities Commitments) per ottenere una Alleanza più forte, preparata e capace per assicurare la sicurezza comune. In questo cammino la NATO ricercò nuovi partner fra cui l’Europa Unita, con la quale già dal Summit di Washington aveva stabilito importanti relazioni (Berlin Plus) al fine di armonizzare le diverse strutture civili e militari rendendole più compatibili, e la Russia, identificata come un comune partner per la lotta globale al terrorismo, la gestione delle crisi ed il controllo della proliferazione delle armi di distruzione di massa.

Questa comunione di intenti, un tempo considerata improbabile, era cominciata a diventare una realtà quando le forze NATO e russe avevano operato congiuntamente in Kossovo (operazione KFOR) nel 1999, per fermare la cosiddetta “pulizia etnica” da parte della popolazione serba nei confronti della minoranza albanese. In quella circostanza la Russia giocò un ruolo diplomatico vitale per ultimare il conflitto ed aprì nuove aree di comune interesse come la cooperazione per la riforma della Difesa, un programma di ricerca e soccorso per sommergibili sinistrati (ricordo il drammatico incidente del Kursk il 12 agosto del 2002) e la cooperazione scientifica per la ricerca nella protezione ambientale.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è nato-russiaa.jpg

Con lo schieramento congiunto di truppe NATO e russe non solo la guerra fredda poteva considerarsi definitivamente finita ma anche la sua era: un nuovo spiraglio di cooperazione si apriva. Dopo l’11 settembre 2001 la NATO e la Russia incominciarono a riunirsi periodicamente realizzando numerose conferenze per armonizzare le policy comuni ed identificare un cammino comune. Basti nominare la dichiarazione dopo l’incontro di Roma (Rome Declaration), in cui fu deciso di intensificare la cooperazione nell’area specifica includendo lo sviluppo di uno studio congiunto per determinare la minaccia terroristica nella regione euro-atlantica. La creazione del NATO–Russia Council fu un chiaro esempio, sviluppando aree di cooperazione congiunte in campi, fino ad oggi mai immaginati o sperati, di comune interesse.

Improvvisamente il vaso di cristallo si incrinò
Tutto sembrò scorrere nel giusto modo, nonostante alcuni eventi discutibili culminati nell’intervento russo in Georgia del 2008. Le motivazioni russe, inclusi i metodi repressivi impiegati, raffreddarono i rapporti con l’Alleanza che decise di sospendere ogni cooperazione pratica nel 2014, dopo l’annessione della Crimea. Tuttavia, l’Alleanza convenne di mantenere aperti i canali di comunicazione nel Consiglio di partenariato euro-atlantico per consentire lo scambio di opinioni, in primo luogo proprio sulla crisi in Ucraina. Per quanto se ne dica, avvennero diverse riunioni del Consiglio NATO-Russia (come concordato al Summit di Varsavia nel luglio 2016, tre nel 2017, due nel 2018 e due nel 2019). L’ultima riunione si svolse il 12 gennaio 2022.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è russi-sbarcano-in-crimea.jpg

marinai russi sbarcano in Crimea, 2014 – credit ministero difesa russo

Fine parte I – continua

Andrea Mucedola
.

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo
.

PAGINA PRINCIPALE
.

PARTE I PARTE II
.

(Visited 692 times, 1 visits today)
Share

Lascia un commento

Share
Traduci l'articolo nella tua lingua