E’ possibile prevedere in anticipo le variazioni climatiche locali per ridurre le instabilità politiche regionali?

Andrea Mucedola

18 Gennaio 2019
tempo di lettura: 10 minuti

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: PIANETA TERRA
parole chiave: cambiamenti climatici, oscillazioni nord atlantico, flussi migratori
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Un cambiamento climatico può modificare un equilibrio geopolitico?
Un recente studio multidisciplinare ha dimostrato come le variazioni climatiche agirono in passato sui fenomeni migratori che sconvolsero gli equilibri geopolitici. Questa risultanza di fatto conferma quanto espressi in una mia conferenza ad Abu Dhabi (Towards a better future) nel 2014, quando affermai la necessità di considerare anche i cambiamenti climatici tra i fattori in grado di causare situazioni di crisi geopolitiche.

Partiamo dall’inizio
Lo studio ha individuato nell’Oscillazione Nord Atlantica (in inglese NAO, per North Atlantic Oscillation), un fenomeno di circolazione atmosferica localizzato nell’Oceano Atlantico settentrionale, un fattore di spinta dei movimenti migratori euro-asiatici. Come è noto, l’oscillazione Nord Atlantica interessa la depressione islandese ed il noto anticiclone delle Azzorre, generando le forti perturbazioni dell’Atlantico settentrionale. Questi movimenti atmosferici, scoperti negli anni venti del XX secolo da Gilbert Thomas Walker, sono fortemente correlati all’Oscillazione artica con tutti gli annessi e connessi. Nello studio sono state correlate le variazioni dell’oscillazione atlantica con i cambiamenti climatici della storia recente del nostro pianeta, notando che in corrispondenza delle sue variazioni si verificarono fenomeni meteorologici estremi. Un esempio  quelle avvenute tra il I secolo avanti Cristo e il V secolo dopo Cristo alla periferia dell’impero romano, con innalzamenti di temperature e fenomeni di siccità che comportarono la migrazioni forzata dei popoli indigeni.

Mappa dell’Impero Romano nella sua espansione territoriale nel 117 d.C.  Le posizioni sono evidenziate per (a) i Cimbri e Teutoni prima del 117 a.C, (b) i Marcomanni e Quadi prima del 160 d.C., c) posizione ipotizzata per tribù che alla fine sarebbero diventate i Goti prima del 370 D.C., ed il possibile percorso migratorio degli Unni intorno al 400 d.C., e (e) dei gruppi di lingua slava prima del periodo della migrazione (500 d.C.). C’è poca certezza nella collocazione di gruppi linguistici prima del Periodo di Migrazione. Mentre i territori linguistici erano ampi, le popolazioni erano probabilmente concentrate in aree più piccole. Mappa generata in R (3.3.2) 40 utilizzando i riquadri delle mappe di Stamen Design (in CC BY 3.0. Dati di OpenStreetMap, in ODbL) estratto dallo studio in riferimento

In particolare, i ricercatori hanno associato alcune migrazioni, particolarmente invasive per l’Impero romano, con i fenomeni citati nelle fonti e confermati dalle analisi climatologiche dei secoli passati, partendo da quella dei Cimbri e dei Teutoni dal 113-101 a.C., dei Marcomanni e Quadi dal 164 al 180 d.C., dei Goti nel 376 d.C., che furono poi seguite da quelle dei Visigoti, Ostrogoti, Unni e Slavi dal 500 al 600 d.C.. Gli indici climatici di quei periodi indicano con certezza un peggioramento climatico dopo il 200 d.C.   fino alle condizioni gelide della piccola glaciazione avvenuta nel V secolo d.C.

Un breve quadro politico
Al suo apice, l’Impero romano controllava una vasta regione che copriva una grande parte dell’Europa dell’Africa occidentale fino al Medio Oriente. Un territorio enorme che raccoglieva oltre il 20% della popolazione mondiale. Il declino dell’impero romano ebbe luogo a seguito delle invasioni dei popoli esterni che avvennero in due fasi. La prima iniziò nel 376 d.C. con il movimento delle tribù gotiche in risposta alla migrazione degli Unni dall’Asia centrale. L’incapacità di controllare efficacemente questa migrazione portò al collasso la struttura di controllo romana, sempre meno efficiente in un Impero decadente. Le successive ondate migratorie di Vandali, Alemanni, Franchi, Alani e Goti e la conseguente caduta dell’Impero non furono che la logica conseguenza di questo stato di debolezza. La seconda ondata di migrazioni incluse anche popoli di lingua slava e turca, che si sostituirono in determinate aree mutando la connotazione politica dell’Impero ed il paesaggio linguistico dell’Europa orientale.

Nello studio vengono inquadrati quattro eventi significativi di migrazione proto-germanica / germanica in territori associati prima alla Repubblica e poi all’Impero romano.

Dagli estremi confini verso il cuore dell’impero
La prima grande migrazione interessò i Cimbri e i Teutoni provenienti dalla penisola dello Jutland che si spinsero verso l’Italia settentrionale, sconfiggendo a più riprese le legioni romane nel 112 a.C., nel 109 a.C. e nel 105 a.C.. I Romani, sotto Gaius Marius (157-86 d.C.) riorganizzarono le legioni e risposero con una fortunata campagna militare contro Cimbri e Teutoni nel 101 a.C.. La riorganizzazione delle legioni necessitò di allargare il servizio militare alla plebe, potenziando il potere dei comandanti militari. Nel giro di pochi anni, i generali marciarono su Roma per prendere il potere. La conseguente instabilità che ne derivò erose le norme democratiche della Res Pubblica finché il potere non fu centralizzato da Ottaviano con la riorganizzazione della Repubblica in un Impero.

Il secondo evento avvenne dopo circa due secoli di relativa stabilità, quando numerose tribù germaniche, tra cui i Marcomanni ed i Quadi, attaccarono con violenza inaudita il confine settentrionale. Le tribù attraversarono il fiume Danubio e penetrarono a sud, fino ad Aquileia, sulla costa settentrionale del Mare Adriatico. L’imperatore Marco Aurelio (121-180 d.C.) alla fine respinse gli invasori e suo figlio, Lucio Aurelio Commodo (161-192 d.C.) finalizzò gli accordi di pace. Di fatto la guerra fu sanguinosa e dimostrò l’inefficienza dell’autorità militare di Roma, con conseguenze economiche significative per le casse dell’impero. Il periodo seguente ne risentì con una sequenza di episodi di ricorrente instabilità che ebbero termine con Diocleziano (244-312 d.C.) che riorganizzò con la forza l’Impero.

In realtà secondo Ammianus Marcellinus, nel 376 d.C., i popoli gotici chiesero il permesso di attraversare il Danubio, nel confine sud dell’Impero Romano, in risposta alla migrazione degli Unni. L’incapacità di nutrire tutti i rifugiati all’interno dei confini portò ad una rivolta, ed i Goti incominciarono a razziare i villaggi. Fu l’inizio della terza migrazione. L’imperatore d’Oriente Flavio Giulio Valente (328-378 d.C.) cercò di fermarli militarmente ad Adrianopoli ma i Romani furono sconfitti. Senza nessun freno, le tribù gotiche continuarono quindi a spingersi all’interno dell’Impero fino al grande saccheggio di Roma nel 410 d.C. Di fatto l’invasione dei Goti distrusse definitivamente l’egemonia romana in Occidente che fu seguita dalla migrazione delle tribù germaniche in Gallia, Tracia, Iberia e Nord Africa mentre l’ultimo imperatore romano, Romulus Augustulus fu deposto nel 476 d.C. da Odoacre. In seguito, un quarto periodo migratorio europeo interessò le tribù slave, che si spostarono sia nelle aree precedentemente popolate dalle popolazioni germaniche sia in quelle orientali dei Traci e Daci. In contemporanea, altre migrazioni avvennero nell’area meridionale della Gran Bretagna a causa  dell’invasione degli Angli e dei Sassoni. E’ importante comprendere che tutte queste migrazioni trasformarono il paesaggio politico e culturale della tarda antichità e costituirono la base delle attuali differenze linguistiche. Questo mescolarsi di popoli diversi non provocò solo importanti impatti culturali ma anche la diffusione di malattie, un tempo endemiche solo nelle aree di origine, che vennero poi portate in tutta l’Europa. Sotto un certo aspetto questa conseguenza perniciosa accadrà, biunivocamente, secoli dopo con la colonizzazione delle Americhe quando malattie diffuse in Europa raggiunsero il nuovo mondo ed altre, come la sifilide, si diffusero in Europa.

Cambiamenti climatici e politici: una relazione nota ma complessa da analizzare
La teoria che questi mutamenti geopolitici fossero stati influenzati dai cambiamenti climatici era stata postulata già nel XVIII secolo però mancava una chiara connessione tra clima e migrazioni individuali. Per quanto concerne le migrazione del V-VI secolo dopo Cristo, vi sono dei riscontri climatologici che hanno confermato che in quei periodi vi furono fenomeni meteorologici estremi con aree decisamente fredde ed altre soggette ad una maggiore aridità. I dati palinologici in tutta Europa indicano che vi fu un avanzamento delle terre boschive ed una diminuzione delle colture di cereali dovute al freddo intenso. Questo periodo migratorio avvenne in contemporanea con il fenomeno climatico chiamato LALIA (Late Antique Little Ice Age) che spinse i popoli per necessità di sopravvivenza verso occidente con gli esiti che ho accennato. Possiamo quindi affermare con una certa sicurezza che l’oscillazione nord atlantica (NAO) fu un driver climatico per le migrazioni storiche in Europa per quasi sette secoli.

Analizziamo ora più da vicino il fenomeno dell’oscillazione nord atlantica (NAO – North Atlantic Oscillation)
Come ho accennato il NAO deriva dalla differenza di pressione atmosferica tra la cella ad alta pressione esistente sulle Azzorre e quella di bassa pressione islandese. Ora come allora, queste due celle di pressione creano un condotto per venti umidi che facilitano lo sviluppo delle tempeste in tutta Europa; esse  modificano la circolazione zonale con condizioni più umide in Europa centrale e condizioni più secche nel Mediterraneo quando il NAO è positivo, o condizioni contrarie quando il NAO è negativo. Dalle analisi climatologiche, è emerso che vi furono oscillazioni del NAO in contemporanea con le migrazioni europee storiche nell’antichità, con dei minimi intorno al 150 a.C., 190 a.C., 375 a.C.. e 500 a.C.. Poiché le condizioni di siccità in certe aree persistettero per decenni, l’incentivo alla migrazione fu decisamente elevato.

Nella Fig. 2 (di seguito riportata) si evince come in ogni periodo in cui il NAO aumentò (da 0 a 1) avvennero  delle significative migrazioni germaniche o proto-germaniche. Queste valutazioni climatologiche trovano riscontro con le fonti antiche dove i cronisti dell’epoca riferirono le gravi condizioni di siccità nei territori esterni, che spinsero le tribù a migrare oltre i confini romani (vedi Fig. 3).

Analisi bayesana del punto di cambio di NAO, probabilità e resoconti storici di siccità e carestia con eventi di migrazione primaria. Figura generata in R (3.3.2) – Fig. 2 da studio citato

Spostamento storico (1900-2014 AD) nell’indice di sensibilità alla siccità Palmer auto-calibrato (scPDSI) dall’indice NAO che varia da 1-2 a un indice NAO compreso tra 0-1. Le aree vicino al Mediterraneo vedono uno spostamento verso condizioni più umide mentre l’Europa centro-settentrionale si spostano verso condizioni più aride. Mappa generata in R (3.3.2) utilizzando i riquadri delle mappe di Stamen Design (in CC BY 3.0. Dati di OpenStreetMap, in ODbL) e record scPDSI storici – Fig. 3 da studio citato

Ma non fu sempre così
Non sempre a fenomeni climatici estremi ci furono risposte similari. Sebbene siano driver importanti la risposta sociale dipese anche dalla solidità sociale dei Paesi che vi si contrapponevano. Questo fattore è molto interessante e ci pone un nuovo interrogativo: I modi in cui una società risponde alle variazioni delle condizioni climatiche influenzano il fenomeno migratorio?
Di fatto i cambiamenti climatici sono solo fattori di spinta che contribuiscono alle migrazioni e se i Paesi che subiscono la migrazione reagiscono con coerenza e decisione l’impatto sociale può essere mitigato. Dove non esiste coesione e comunione di intenti, la migrazione, anche quella più pacifica va a scardinare il tessuto connettivo della società, non portando ad un integrazione ma alla contrapposizione di diverse culture. Va da sé che azioni preventive devono essere effettuate sia nei Paesi di origine che nei propri confini al fine di armonizzare gli sforzi comuni e ridurre l’impatto sociale.

Questi fenomeni climatologici non sono protagonisti solo del passato ma si stanno ripetendo, sempre più invasivi, anche ai giorni d’oggi.
In tempi recenti la siccità, che ha colpito la Siria dal 2007-2010, ne influenzò la produttività agricola locale e, di conseguenza, vi fu un aumento dei prezzi alimentari che colpì le fasce più povere. L’instabilità che si generò contribuì alla contrapposizione interna e portò alla successiva guerra civile e alle crisi migratoria dei rifugiati. Ovviamente ci furono altre cause ma concomitanti al problema economico. Un altro esempio è l’effetto devastante della siccità nei Paesi arabi, poi interessati dalla primavera araba. L’indisponibilità degli alimenti di base colpì i centri di produzione alimentare, portò all’aumento dei prezzi dei generi alimentari, esacerbando la tensione politica interna esistente e causando l’indebolimento dei poteri politici.

In sintesi, la relazione tra cambiamenti climatici, disponibilità alimentare e flussi di approvvigionamento influenza l’aumento dell’instabilità sociale, colpendo in primis le fasce più deboli.
Il “successo” del fenomeno migratorio è direttamente proporzionale alla capacità di risposta degli Stati che lo subiscono.

un’interessante tabella che mostra gli effetti economici e geopolitici in relazione alle variazioni delle temperature che influenzarono la disponibilità alimentare da studio citato

Prevedere  in anticipo le variazioni climatiche locali per ridurre l’instabilità regionale
In sintesi, lo studio citato fornisce uno strumento di valutazione aggiuntivo per la previsione delle aree di crisi future che possono essere individuate nelle faglie geopolitiche che attraversano il pianeta. Il cambiamento climatico non è quindi un fattore da trascurare; le previsioni dei climatologi concordano che i cambiamenti climatici in atto genereranno nei prossimi vent’anni la perdita di vaste aree produttive con spostamenti demografici importanti. I fenomeni migratori aumenteranno nei Paesi interessati da gravi fenomeni di siccità o dove l’innalzamento dei mari causerà la perdita delle aree produttive di prima necessità. Occorrerebbe quindi fare un piano mondiale di condivisione delle risorse non solo per motivi umanitari ma anche utilitaristici. Cercare di soddisfare queste necessità basilari – la sopravvivenza – nei luoghi di origine porta ad una riduzione degli attriti sociali che possono portare a rotture a volte insanabili. Va però compreso che globalizzare le esigenze non porta vantaggio se non a coloro che ne vogliono trarre guadagni economici; le civiltà sono il frutto di processi lentissimi e assimilano molto male variazioni drammatiche del modus vivendi locale. Le esperienze post coloniali hanno mostrato che il divario culturale è difficilmente gestibile nelle classi più deboli e favorisce lo sviluppo di ribellioni legate ad un senso di appartenenza a concetti etici e religiosi in contrasto con le diverse realtà sociali. Questo fenomeno sembra si acuisca nelle seconde generazioni che crescono in ambienti familiari spesso male integrati che trasmettono ai figli una cultura in forte contrasto a quella che li circonda. Non si ha talvolta un arricchimento sociale ma un attrito continuo che porta a fenomeni di rivolta nelle borgate periferiche delle grandi città europee dove il degrado è legato alla difficoltà di gestione delle differenze.

In sintesi, l’analisi delle variazioni climatologiche e l’identificazione di aree sensibili può quindi aiutare a mitigare le entità dei movimenti migratori con interventi mirati, accordati sulle esigenze culturali locali. Migrazioni selvagge oggi come ieri sono foriere di situazioni di instabilità che possono propagarsi a palla di neve, portandoci ad uno scontro di civiltà.

Andrea Mucedola
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in anteprima un interessante grafico che mostra la variabilità climatica tra il 1950 e il 2012 mettendo in riferimento l’oscillazione del Niño-Southern, quella artica e nord-atlantica. In particolare, El Niño – Southern Oscillation (ENSO) è un modello climatico che analizza i cambiamenti nella temperatura delle acque nell’Oceano Pacifico tropicale centrale e orientale (NOAA Climate Program Office, 2009a). L’oscillazione artica (AO) si riferisce invece ad un modello di circolazione atmosferica alle latitudini medio-alte dell’emisfero settentrionale (NOAA Climate Program Office, 2009b). Non ultima l‘Oscillazione del Nord Atlantico (o NAO), un importante modello di variabilità climatica che ha una forte influenza sul clima del Nord America nord-orientale, della Groenlandia e dell’Europa (NOAA Climate Program Office, 2009c). Nel disegno, il grafico superiore mostra l’ENSO, quello centrale l’AO e l’inferiore il NAO. Per approfondire queste relazioni si suggerisce di leggere: IPCC, 2001: Appendice I – Glossario: Variabilità climatica, in: Climate Change 2001: The Scientific Basis. Contributo del gruppo di lavoro I al terzo rapporto di valutazione dell’IPCC (JT Houghton, et al.) pubblicato dall’Università di Cambridge – Fonte NOAA – public domain
File:3 examples of internal climate variability (1950-2012), the El Niño – Southern Oscillation, the Arctic Oscillation, and the North Atlantic Oscillation (NOAA).png – Wikimedia Commons

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