Ghiaccio bollente: come l’isola più grande del mondo sta tornando di moda

Andrea Mucedola

28 Aprile 2025
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tempo di lettura: 7 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: Groenlandia, Danimarca, cambiamenti climatici

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E’ l’isola più grande del mondo e ben presto molti dei suoi ghiacci si scioglieranno rendendo disponibili vaste aree ricche di minerali preziosi e passaggi marittimi sempre più strategici per il traffico mercantile. Sto parlando naturalmente della Groenlandia, una terra un tempo verde ed in seguito protetta per secoli dai ghiacci che è ritornata recentemente alla ribalta per le pretese americane di annessione. Recentemente il presidente Donald Trump ha dichiarato che gli Stati Uniti “si spingeranno fino al limite” per riprendere il controllo della Groenlandia, un’affermazione che ha suscitato non poche polemiche. Come sempre, per comprendere i fatti, bisogna tornare indietro nei secoli, dall’inizio del dominio danese nel XVIII secolo fino al 1979, quando la grande isola ghiacciata appartenente al Regno di Danimarca diventò un territorio autonomo.

Per comprendere di cosa stiamo parlando, voglio dare qualche numero: la popolazione della Groenlandia (di maggioranza Inuit) è di solo 56.865 abitanti (2023) con una densità tra le più basse del mondo, appena 0,03 abitanti per km di cui circa il 43% vive nella capitale Nuuk; di fatto, a causa delle attuali condizioni climatiche, la maggior parte della popolazione vive sulla costa ovest, dove si trovano quasi tutte le principali città dell’isola. Situata tra l’Oceano Artico e l’Oceano Atlantico settentrionale, la Groenlandia geograficamente fa parte del Nord America, con due terzi della sua massa al di sopra del Circolo Polare Artico; per avere un’idea delle distanze, la sua capitale è più vicina a New York (circa 2.900 km) che a Copenaghen (3.500 km).

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Lo scioglimento dei ghiacci polari sta rendendo disponibile una gran mole di risorse naturali, in aree in gran parte inesplorate, e nuove rotte commerciali che stanno rendendo più appetibili sia l’Artico che la Groenlandia alle Superpotenze – nella foto Jakobshavn Glacier a Disko Bay – Autore Giles Laurent
Aerial view of Jakobshavn Glacier at Disko Bay (Greenland) Photo by Giles Laurent.jpg – Wikimedia Commons

Dopo essere stata colonia danese, dal 1979 questa grande isola è diventata un paese autonomo del Regno di Danimarca. Il governo della Groenlandia gestisce la maggior parte delle questioni interne – tra cui istruzione, salute e sviluppo delle risorse naturali – mentre il governo danese si occupa della politica estera, di difesa e di sicurezza. Nel 2024, la Groenlandia ha pubblicato la sua strategia estera, di difesa e di sicurezza 2024-2033, intitolata La Groenlandia nel mondo: niente su di noi senza di noi; un documento importante che rinforza la sua autonomia sancita dal Greenland Self-Government Act del 2009, un atto che non solo aveva ampliato le sue responsabilità ma aveva dato ai Groenlandesi il diritto di dichiarare l’indipendenza totale dalla Danimarca.   

Una storia antica
Gli appetiti statunitensi verso la Groenlandia risalgono alla fine del XIX secolo, quando il Segretario di Stato William Seward, dopo aver acquistato nel 1867 l’Alaska dalla Russia zarista (per 7,2 milioni di dollari), iniziò a considerare anche l’acquisizione della grande isola e dell’Islanda come potenziali nuovi territori americani. Un rapporto del 1868, commissionato da Seward, sottolineava che l’acquisizione avrebbe dato la possibilità di sfruttare le vaste riserve ittiche e la “ricchezza mineraria” della Groenlandia e … costringere il Canada (situato tra l’Alaska e la Groenlandia) a diventare anch’esso parte degli Stati Uniti.
Naturalmente l’offerta di Seward fallì ma l’interesse americano persistette e, nel 1910, l’ambasciatore statunitense Maurice Egan propose uno scambio: gli Stati Uniti avrebbero ceduto Mindanao e Palawan in cambio della Groenlandia e delle Indie Occidentali danesi; la Danimarca avrebbe poi potuto cedere Mindanao e Palawan alla Germania in cambio dello Schleswig settentrionale. Non se ne fece nulla e nel 1902 vi fu un altro tentativo americano di acquistare le Indie Occidentali danesi, questa volta fallito perché il parlamento danese non approvò il trattato. Durante la prima guerra mondiale, il segretario di Stato americano Robert Lansing propose alla ​​Danimarca di vendere le Indie Occidentali danesi agli Stati Uniti, ribattezzate Isole Vergini americane; in cambio gli Stati Uniti non si sarebbero opposti agli interessi danesi in Groenlandia. L’interesse per la Groenlandia si riaffacciò nuovamente durante la seconda guerra mondiale quando la Germania, dopo aver occupato la Danimarca nel 1940, costrinse gli Stati Uniti a muoversi per proteggere l’isola – un diritto che trovava giustificazione nella Dottrina Monroe che metteva in guardia le potenze europee dall’espandersi nell’emisfero occidentale. Nell’aprile del 1941, gli Stati Uniti firmarono quindi un accordo di “Difesa della Groenlandia” con l’ambasciatore danese, che garantiva agli USA il diritto di costruire basi militari sull’isola, ma non solo. Molto presto i depositi di criolite dell’isola, vitali per la produzione di aeromobili, divennero una risorsa strategica e gli Stati Uniti si resero conto dell’importanza di installare stazioni meteorologiche in Groenlandia, essenziali per pianificare le operazioni navali alleate in Atlantico. Dopo la resa della Germania nazista, nel maggio del 1945, i Danesi si aspettavano che le forze americane lasciassero l’isola ma ciò non avvenne. Il motivo era semplice: si affacciava una nuova guerra, poi definita fredda, durante la quale la Groenlandia, essendo collocata come punto intermedio tra gli Stati Uniti e l’URSS, assunse un’importanza strategica e la sua acquisizione fu definita da Owen Brewster, senatore del Maine, come una “necessità militare” e, nel 1946, venne ritenuta “indispensabile per la sicurezza degli Stati Uniti“. Iniziarono nuovi contatti con il Regno di Danimarca con una nuova proposta di acquisizione della Groenlandia per 100 milioni di dollari in oro (Fonte Associated Press), proponendo anche degli scambi di terreni petroliferi a Point Barrow in Alaska in cambio anche solo di alcune parti dell’isola. La proposta, sebbene allettante fu però rifiutata dal governo danese per cui, nel 1951, Stati Uniti e Danimarca stipularono un nuovo accordo in base al quale gli Stati Uniti potevano continuare a operare e ad installare basi militari sull’isola, sotto egida del North Atlantic Treaty Organization (NATO), rimarcando il ruolo strategico della Groenlandia nella difesa transatlantica dal pericolo sovietico.

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la recente visita del Vice Presidente J.D. Vance alla base spaziale di Pituffik, ex US Airforce Base Thule, Groenlandia – Office of Vice President of the United States
Vice President JD Vance visits Pituffik Space Base, 2025.jpg – Wikimedia Commons

Molte di queste informazioni furono declassificate negli anni ’70 ma, solo nel 1991 un quotidiano danese ne parlò per la prima volta, innescando un rinnovato dibattito sulla sovranità della Groenlandia e sulle ambizioni, potremmo a questo punto dire, storiche degli Stati Uniti.

Trump
Sebbene il Presidente Trump avesse “nuovamente” lanciato l’idea di acquisire la Groenlandia durante il suo primo mandato presidenziale, le sue ultime esternazioni (gennaio 2025) hanno ricevuto molta più attenzione. Cosa è cambiato? Di fatto nulla. Trump turba le acque per il suo modo di esprimersi poco usuale ma, di fatto, non sta dicendo nulla di diverso da quanto avevano detto molti dei suoi predecessori. Semplicemente sta riportando in primo piano la questione del peso strategico della Regione artica, sia a seguito degli effetti dei cambiamenti climatici, sia della crescente militarizzazione in quest’ultimo decennio, soprattutto da parte russa, nella regione. Un aspetto riconsiderato dalla NATO che considera che il controllo di isole artiche, come Groenlandia e Islanda, sia strategico per la sicurezza e geopolitica occidentale. A volte appare curioso che si attacchi la NATO e l’Occidente per le politiche definite di espansione verso oriente, ma nessuno parla dell’aumento delle forze russe nell’Artico. I rapporti tra le due superpotenze, che apparivano promettenti al cambio del millennio, incominciarono a degradarsi con le attività russe nelle regioni orientali, in particolare dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022 che mise in discussione i rapporti di Mosca con tutti gli altri sette stati artici (Canada, Regno di Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia e Stati Uniti), spingendo Finlandia e Svezia ad aderire alla NATO.

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la base aerea di Pituffik, avamposto US in Groenlandia – autore TSGT Lee E. Schading / U.S. Air Force File:Thule Air Base aerial view.jpg – Wikimedia Commons

I fattori strategici da considerare, sebbene intimamente legati fra loro, sono molti:

– La presenza di basi militari statunitensi sul territorio come la base spaziale di Pituffik, precedentemente nota come base aerea Thule, un’installazione militare statunitense fondamentale per l’allerta precoce e la difesa missilistica nonché per la sorveglianza dello spazio.
– Il GIUK Gap (Groenlandia-Islanda-Regno Unito passaggio), un choke point già monitorato durante la guerra fredda per sorvegliare gli accessi navali e subacquei sovietici, che si riaffaccia nella sua importanza strategica nel III Millennio.
– Le “future” rotte marittime commerciali trans-artiche tra cui il Passaggio a Nord-Ovest, lungo la costa settentrionale del Nord America, e la rotta marittima transpolare, attraverso il centro dell’Oceano Artico, che saranno sempre più disponibili a seguito dello scioglimento dei ghiacci riducendo i tempi di trasferimento e rendendo meno appetibili vie come  i canali di Suez e Panama.

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Mappa della regione artica che mostra le rotte marittime Passaggio a nord-est, rotta del Mare del Nord e passaggio a nord-ovest e batimetria – autore  Susie Harder 
Map of the Arctic region showing the Northeast Passage, the Northern Sea Route and Northwest Passage, and bathymetry.png – Wikimedia Commons

– La presenza di ricchi giacimenti di minerali e idrocarburi sempre più appetibili nel III millennio. Risorse preziose che però sono da considerarsi spendibili solo fra molti decenni a causa dell’ambiente ostile che comporta elevati costi di estrazione, della mancanza di infrastrutture per l’estrazione e sfruttamento e, non ultimi  per gli impatti ambientali sia marini che terrestri. Detto ciò la Groenlandia ha grandi giacimenti di terre rare necessari per la transizione energetica  (produzione di batterie, tecnologie eoliche e solari etc.). Questo comporterebbe per l’Occidente un’opportunità di ridurre la dipendenza dalla Cina, che ha comunque anch’essa espresso interesse per la ricchezza mineraria della Groenlandia. Inoltre, secondo un rapporto del 2007 dell’U.S. Geological Survey, si ritiene esistano significative riserve di idrocarburi al largo della costa della Groenlandia, attualmente non sfruttabili, nemmeno su licenza, a causa del blocco del governo della Groenlandia nel rilascio di nuove licenze.
Acqua dolce: per quanto possa essere bizzarro, si ipotizza lo sfruttamento commerciale dell’acqua che potrebbe aiutare a soddisfare la crescente domanda globale di acqua dolce, stimata al 20 % dell’acqua dolce mondiale.
Pesca: è la fonte maggiore di reddito locale la pesca, contribuendo in modo significativo al PIL della nazione.

Fattori certamente sufficienti per incentivare l’interesse statunitense ma che si scontrano con un desiderio di indipendenza da parte dei locali che, forse, si sentono più vicini all’Europa (anche se in maniera indipendente) che al CONUS. Nel gioco delle grandi potenze, riuscirà la grande isola, un tempo verde, nuovamente a sopravvivere?
Andrea Mucedola

in anteprima, Lo scioglimento dei ghiacci polari sta rendendo disponibile una gran mole di risorse naturali, in aree in gran parte inesplorate, e nuove rotte commerciali che stanno rendendo più appetibili sia l’Artico che la Groenlandia alle Superpotenze – nella foto Jakobshavn Glacier a Disko Bay – Autore Giles Laurent
Aerial view of Jakobshavn Glacier at Disko Bay (Greenland) Photo by Giles Laurent.jpg – Wikimedia Commons

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