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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO ROMANO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Classiari
Con questo ultimo articolo, che vuole essere un sunto di quanto l’ammiraglio Carro ci ha piacevolmente raccontato in un questi ultimi mesi in merito alla figura dei classiarii, i fanti della marina imperiale romana, l’autore riassume la loro figura, straordinariamente simile a quella di molti militari attuali che hanno scelto la carriera militare per servire il nostro Paese sul mare. Buona lettura

Un modo di dire abbastanza ricorrente fra gli Ufficiali della nostra Marina al rientro da qualche operazione in mare particolarmente logorante, per la lunga durata e l’arduo impegno richiesto, consiste in una rivisitazione aggiornata della profezia che Ulisse ricevette nell’Ade dall’ombra di Tiresia, il mitico indovino cieco: si tratta dell’auspicio di poter un giorno avviarsi verso l’entroterra con un remo in spalla e di continuare a camminare fino a quando qualcuno non chiederà: «dove stai andando con quella pala da forno?»; quello sarebbe un posto ideale dove stabilirsi, perché sufficientemente lontano dal mare. Ai nostri occhi è piuttosto evidente che questa boutade non riflette affatto un sentimento di repulsione verso la navigazione e le operazioni marittime, visto il magone che attanaglia tutti i marinai quando stanno da troppo tempo lontani dalle navi e vedono qualche vela allontanarsi verso l’orizzonte o l’imponenza dei flutti agitati dalla burrasca. Certi modi di dire, dunque, non vanno presi alla lettera, poiché talvolta sottintendono qualcosa di molto diverso da ciò che appare. In questo caso, si tratta più che altro di una compiaciuta sottolineatura della propria appartenenza al mondo alieno di chi opera per mare.

Qualche analogo equivoco, riferito ad atteggiamenti di maniera dei Romani o a limitati eventi marginali, atipici e sfocati , ha ingenerato alcuni diffusi preconcetti relativi all’avversione romana per le cose di mare e alla scarsa stima generale di cui godeva il personale in servizio presso le flotte. Avendo tuttavia verificato l’inconsistenza delle tesi alla base di quei pregiudizi, abbiamo potuto ricomporre il complessivo quadro degli elementi salienti che hanno caratterizzato i classiari, dalla loro origine nel periodo della repubblica al loro assetto permanente e ben consolidato nella marina imperiale, descrivendone l’ordinamento, la selezione, lo status, il trattamento amministrativo e disciplinare, l’abbigliamento e l’armamento, oltre alle molteplici funzioni e al ruolo che essi hanno rivestito nell’ambito delle istituzioni e della società romana.
Abbiamo anche visto che l’impegno dei classiari ha consentito alle rispettive flotte – soprattutto a quelle pretorie – l’espletamento di funzioni corrispondenti all’intera gamma delle missioni assolvibili da una marina da guerra, oltre a varie attività collaterali per esigenze di Stato o di pubblica utilità. I classiari delle due flotte maggiori hanno altresì evidenziato la loro elevata valenza come strumento strategico e come fedelissima componente del praetorium dell’imperatore. L’impiego operativo dei classiari ha consentito tre importantissime innovazioni romane, destinate ad essere longeve: l’introduzione delle artiglierie a bordo delle navi, un metodo di combattimento navale orientato prioritariamente all’arrembaggio e un impiego anfibio dei classiari finalizzato alle proiezioni di forza, sfruttando anche le loro ottime capacità di combattimento sul terreno.

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In particolare, la presenza a bordo dei classiari è stata sfruttata, nelle fasi di avvicinamento agli obiettivi navali o terrestri delle missioni in atto, per impegnare a distanza il nemico con lanci di proiettili mediante le grandi macchine belliche imbarcate, anticipando l’impiego di tutte le altre armi di cui verranno successivamente dotate le navi da guerra: dai sifoni del fuoco greco dell’epoca bizantina, alle bocche da fuoco – dopo l’invenzione della polvere da sparo –, ai missili e ai più sofisticati sistemi d’arma dell’epoca contemporanea. Gli attacchi navali mediante l’arrembaggio, ottimizzati dai Romani mediante l’impiego di una componente di fanteria imbarcata consistente e bene addestrata, risultarono talmente efficaci e redditizi da rimanere in uso quale tattica primaria presso tutte le marine per l’intero Medioevo fino all’inizio dell’epoca moderna . Infine, l’impiego anfibio dei classiari da parte dei Romani ha sorprendentemente anticipato quello delle odierne fanterie di Marina, come la nostra Brigata Marina S. Marco e i marines dei paesi anglosassoni , consentendo non solo delle efficaci missioni di proiezione di forza, ma anche una lunga serie di complesse spedizioni navali di forze consistenti verso coste remote, in uno spirito che le flotte occidentali del nostro terzo millennio definirebbero expeditionary, ovvero spedizionale.

Abbiamo infine verificato che il personale delle flotte imperiali non era costituito da bruti o da reietti, ma da ragazzi in gamba che hanno spesso saputo sfruttare intelligentemente le possibilità presenti al difuori del servizio, socializzando fra di loro e con l’ambiente esterno, utilizzando con acume il proprio denaro, mettendo su famiglia, adoperandosi per migliorare ulteriormente il proprio stato dopo il congedo avvalendosi delle valide competenze acquisite, conquistando da veterani una posizione di diffusa rispettabilità e raggiungendo in diversi casi dei traguardi di sicuro prestigio.
A completamento di queste conclusioni, è interessante rilevare come il sistema di reclutamento, formazione, educazione e addestramento degli equipaggi delle flotte imperiali abbia fornito due ulteriori contributi importanti: alla progressiva romanizzazione dell’impero e alla elevazione sociale di alcuni ceti meno abbienti della popolazione. Quest’ultimo risultato non riguardò esclusivamente chi proveniva dalle province d’oltremare, ma anche vari classiari che erano nati in Italia. L’esempio più noto è quello di Lucio Trebio Rusone, cittadino romano originario da una famiglia povera di Aquileia, veterano della marina a conclusione dell’intero suo periodo di servizio, di cui 17 anni trascorsi a Roma (nella prima metà del I secolo): egli non parla del suo arruolamento come di un amaro ripiego che ha dovuto subire per sollevarsi dalla miseria, ma riassume la propria esperienza facendo incidere nel marmo i seguenti tre versi pieni di dignità, fierezza e soddisfazione: “Sono nato in somma povertà, poi ho militato come classiario rimanendo al fianco dell’imperatore per diciassette anni senza discordie né dispiaceri, e fui congedato con onore.“
Domenico Carro
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