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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO ROMANO
AREA: MEDITERRANEO
parole chiave: Classica
Per ogni marina militare, a fianco ai compiti a carattere bellico, vi è anche un’ampia gamma di compiti operativi tipici del tempo di pace, come la protezione degli interessi nazionali nell’alto mare, le crociere e le altre attività di “presenza”, le dimostrazioni navali, la sorveglianza, le ricognizioni, le esercitazioni, le sperimentazioni, le operazioni di soccorso, e così via. Analogamente, nell’ambito della marina imperiale romana i classiari venivano impegnati anche in diverse altre attività, sia in ambito navale e marittimo, sia in altri contesti nei quali risultava opportuno avvalersi delle loro specifiche attitudini.
Attività d’istituto in mare
Fra le attività navali svolte in mare, assumevano un particolare rilievo le esercitazioni, la protezione degli obiettivi sensibili e le operazioni di soccorso. Iniziamo dalle esercitazioni, in considerazione dell’elevata importanza ad esse attribuita dagli antichi Romani. La stessa istituzione delle forze armate permanenti scaturì dalla necessità di disporre in ogni momento di uno strumento militare e navale perfettamente addestrato. L’esigenza di sottoporre il personale ad un continuo addestramento alla guerra è stata inclusa da Cassio Dione nei consigli ad Augusto, che egli attribuisce fittiziamente a Mecenate. Quella esigenza era peraltro fortemente radicata nella mentalità romana, che aveva coniato la parola exercitus, dal verbo exercere, esercitare, e che considerava un militare poco addestrato alla stregua di una recluta con capacità belliche di un contadino. Coerentemente, se un comandante romano riteneva che gli uomini assegnatigli non fossero pronti a combattere, poteva accadere che egli rinviasse di molti mesi il confronto con il nemico per avere il tempo di addestrarli a dovere. Nel campo navale, la stessa preoccupazione aveva animato i comandanti in capo delle flotte della repubblica, come venne esplicitamente riferito per il primo e l’ultimo dei vincitori delle maggiori battaglie navali: a Caio Duilio venne riconosciuto il merito di essere stato «il primo ad armare e addestrare equipaggi e flotte di navi combattenti», con esercitazioni a terra e per mare; a Marco Agrippa pervenne l’ammirazione universale per il perfetto addestramento che egli riuscì a far conseguire ai propri equipaggi nell’inverno in cui ne approntava anche le navi nelle stesse acque del Portus Iulius.
Marco Agrippa, braccio destro, ammiraglio e genero di Augusto, nonché suo collega al vertice dell’Impero e padre della marina imperiale di Roma – Busto custodito dal Musée du Louvre a Parigi – foto D. Carro
I principi generali dell’addestramento navale svolto in epoca hanno lasciato qualche traccia negli autori del basso impero e dell’alto medioevo: oltre a Vegezio che, come abbiamo visto, attribuì ai comandanti navali la cura dell’addestramento quotidiano dei classiari, oltre ai nocchieri e ai rematori, vi fu anche, l’imperatore bizantino Leone VI il Saggio, i cui scritti derivarono perlopiù dai trattati di tattica romani. L’addestramento elementare doveva iniziare a terra, nelle basi navali, e includeva certamente anche esercitazioni di nuoto, per le reclute che non sapevano nuotare, e di voga, in primo luogo per i rematori, ma probabilmente anche per nocchieri e classiari. L’addestramento avanzato, invece, richiedeva soprattutto delle esercitazioni in mare, da svolgersi nel modo più realistico, per assicurare che le navi fossero in grado di assolvere al meglio tutte le missioni per esse previste, ad iniziare da quelle belliche. Era innanzi tutto necessario che le navi mantenessero la capacità di navigare ordinatamente in formazione. Era altresì raccomandabile abituare gli equipaggi ad operare per mare in situazioni meteo avverse, ispirandosi ai duri criteri addestrativi a suo tempo adottati da Marco Agrippa nel prepararsi per la guerra Sicula; egli aveva poi sfruttato i risultati di tale addestramento per effettuare nelle acque di Azio una difficile manovra risultata determinante ai fini della vittoria finale. Le esercitazioni in mare più complesse consistevano in battaglie navali simulate, già praticate dai Greci e ancora in voga in epoca bizantina.
Le attività operative in mare finalizzate alla protezione di obiettivi sensibili potevano consistere nel trasporto, a bordo di appropriate navi da guerra, dell’imperatore o di alti funzionari imperiali impegnati in missioni di Stato, oppure nella salvaguardia della sicurezza di obiettivi navali o costieri. Nel primo caso, i classiari erano direttamente coinvolti nella scorta dell’imperatore o degli altri dignitari trasportati, operando quindi a fianco o in sostituzione dei pretoriani. Nel secondo caso poteva trattarsi dell’esigenza occasionale di garantire il regolare svolgimento del traffico navale di particolare interesse in una certa area o in un determinato periodo (come nei casi di gravi carestie, oppure della necessità di tutelare in via continuativa certi specifici obiettivi costieri. Tale esigenza riguardava soprattutto il golfo di Napoli e la fascia costiera pontina, con tutte le relative isole, poiché lì si trovava una eccezionale concentrazione di ville marittime imperiali oltre ad altre residenze, costruzioni e infrastrutture di elevata valenza sociale e strategica.

Nave da guerra romana in navigazione a remi sul Nilo, con i classiari armati di lance e scudi presenti sul ponte di coperta. Particolare del grande “Mosaico del Nilo” custodito presso il Museo Archeologico Nazionale di Palestrina (foto andrea mucedola)
Fra queste, oltre alla base navale di Miseno, vi era l’importante porto mercantile di Pozzuoli (potenziato con l’attiguo Portus Iulius), il cui traffico marittimo era d’importanza vitale per l’approvvigionamento di Roma. Di significativa rilevanza risultavano anche le sistemazioni portuali di Nisida e di Baia, oltre ai porti di Napoli, Pompei e Stabia. Quanto alle ville imperiali, l’intero arco del golfo di Napoli ne era disseminato, mentre altre si trovavano sulla costa a nord, fino da Astura e Anzio, e sulle isole, da Capri a Ventotene e Ponza. La flotta Misenense aveva dunque fra i suoi compiti la vigilanza continuativa sulle acque antistanti le predette strutture, ai cui pontili i classiari frequentemente sbarcavano per controlli. Per i Romani è sempre stato naturale intervenire con ogni possibile sforzo per la salvaguardia della vita umana, laddove questa venisse gravemente minacciata da situazioni di pubblica calamità, quali i ricorrenti incendi nell’Urbe (con interventi organizzati e diretti a livello imperiale), i terremoti e le eruzioni vulcaniche. Fra gli interventi navali, oltre al soccorso in mare – di cui sono noti vari esempi, coinvolgendo anche da navi da guerra –, abbiamo già accennato alla eccezionale operazione di soccorso effettuata dalle quadriremi di Miseno, sotto il comando del loro ammiraglio Plinio il Vecchio, nel corso della catastrofica eruzione vesuviana del 24-25 ottobre 79 d.C. Fra le testimonianze di quell’eroico intervento, oltre al classiario rinvenuto sull’antica spiaggia di Ercolano e di cui si è conservato il gladio e altri reperti, vi sono due indizi relativi agli altri due punti di raccolta utilizzati dai classiari per radunare i fuggiaschi e farli imbarcare sulle quadriremi per portarli in salvo. Il primo si trovava ad Oplonti (odierna Torre Annunziata), presso il complesso residenziale e commerciale di Lucio Crasso Terzo (cosiddetta Villa B) che era dotato di pontili d’ormeggio: in un magazzino sul lato mare sono stati rinvenuti i resti di 54 persone, che al momento dell’arrivo della nube ardente erano lì radunate con gioielli e monete, in attesa del ritorno delle quadriremi. Il secondo era nel borgo marinaro del porto marittimo di Pompei (odierna contrada Bottaro), ove, davanti ad un grande emporio commerciale sono state sorprese dalle nubi ardenti meno di un centinaio di persone, fra cui un probabile ufficiale della flotta Misenense con ornamenti d’oro e un gladio con l’elsa in avorio.
Domenico Carro
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estratto dal saggio Classiari di Domenico Carro – Supplemento alla Rivista marittima aprile-maggio 2024 – per gentile concessione della Rivista Marittima, dedicato alla memoria del figlio Marzio, corso Indomiti, informatico visionario e socio del Mensa, prematuramente scomparso
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