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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

Salve a tutti. Noi crediamo che l'educazione ambientale in tutte le scuole di ogni ordine e grado sia un processo irrinunciabile e che l'esempio valga più di mille parole. Siamo arrivati a oltre 4000 firme ma continuiamo a raccoglierle con la speranza che la classe politica al di là delle promesse comprenda realmente l'emergenza che viviamo, ed agisca,speriamo, con maggiore coscienza
seguite il LINK per firmare la petizione

  Address: OCEAN4FUTURE

Il contesto strategico nel Mediterraneo Orientale – parte II

tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA MARITTIMA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MAR MDITERRANEO
parole chiave: CESMAR, Mediterraneo, Turchia

 

La Turchia
In questo caso la minaccia sembrerebbe non sussistere, visto che la Turchia è nostra alleata nella NATO. In realtà, sotto l’abile e astuta guida di Erdogan, si è dimostrata l’avversaria economica più vicina ai nostri interessi nazionali. Non è un segreto che la dottrina geostrategica di Ankara si basi su una presenza estremamente assertiva in Mediterraneo e lungo le sue coste.

In tale ambito la Turchia ha già raggiunto importantissimi obiettivi geopolitici:

–  anche grazie alla guerra in Ucraina, ha ottenuto campo libero sia dai Russi che dagli Americani nella Siria settentrionale, di cui una parte è stata de facto annessa;

–  ha un forte ascendente sull’Albania, dove persegue una intensa campagna di islamizzazione e di turchizzazione;

–  controlla metà della Libia, dove solo recentemente l’Italia, grazie al mega accordo firmato dall’ENI, ha ripreso dinamicamente qualche iniziativa.

Per consolidare i suoi obiettivi mediterranei Erdogan ha però bisogno di ottenere il dominio dell’Egeo e del Mediterraneo Orientale. Il ripristino della talassocrazia turca sul Mediterraneo Orientale si fonda su due assi: uno giuridico-diplomatico e uno militare.

La dottrina della Mavi Vatan, ovvero della “Patria Blu”, auto-attribuisce ad Ankara diritti sovrani su metà dell’Egeo e su un terzo del Mediterraneo Orientale. Per dare vigore giuridico a tale dottrina, la Turchia ha tentato inutilmente di stipulare trattati o accordi per la delimitazione delle reciproche ZEE con il Libano, Israele e con l’Egitto. Maggiore fortuna la ha avuta con al Labia, con la quale la Turchia ha firmato due protocolli che ignorano completamente la ZEE greca e che affidano proprio ad Ankara la protezione della ZEE libica (che lambirebbe le coste cretesi).

Secondo la Mavi Vatan, isole come Cipro e Creta non disporrebbero di piattaforma continentale e, quindi, nemmeno di una propria ZEE. Un approccio non riconosciuto da alcun Paese costiero, in quanto assolutamente estraneo al diritto marittimo internazionale, ma che trova una sua motivazione (interessata) nel fatto che le acque a sud di Creta custodiscono immensi giacimenti di gas. Si parla di giacimenti delle dimensioni di Zohr che, secondo il diritto marittimo internazionale, non sarebbero accessibili alla Turchia ma che, secondo i due protocolli turco-libici (non riconosciuti internazionalmente), apparterrebbero alla ZEE turca e a quella libica con annesse ricadute economiche.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è ZEE-TURCHIA-LIBIA.png

Atene ha già previsto lo sfruttamento dei propri giacimenti a partire dal 2025, ma Ankara ha già fatto sapere che non lo consentirà. Una minaccia non tanto velata che fa prefigurare forti tensioni tra i due paesi, formalmente ancora alleati nella NATO.

La Turchia, proprio in ossequio alla dottrina della Mavi Vatan, intenderebbe quindi accedere illegalmente alle risorse energetiche del Mediterraneo Orientale o, almeno, assumerne il totale controllo. Tale obiettivo venne talvolta perseguito manu militari, come nel caso dell’incidente del 2018 con la nave dell’ENI (Saipem 12000), e talvolta con la diplomazia, con un iniziale stop del sostegno americano all’EastMed, avvenuto proprio per le pressioni turche. Erdogan è consapevole del fatto che, per imporre alla comunità internazionale la sua dottrina, nonché per ottenere una stabile e duratura talassocrazia sul Mediterraneo Orientale e sull’Egeo, avrà bisogno di un credibile strumento militare, cosa che sta già perseguendo. 

Sebbene nel teatro dell’Egeo i rapporti di forza sembrino, per il momento, favorire Atene, che ha un’aviazione nettamente superiore, la Turchia sta lavorando per produrre quanto prima possibile il suo caccia nazionale di quinta generazione ed è probabile che ottenga nel frattempo dagli USA un’aliquota di F-16. Non ultimo l’industria militare turca continua a sfornare droni che si sono dimostrati efficaci nel conflitto in Ucraina. Ankara, tuttavia, non punterebbe principalmente sull’aviazione per raggiungere i suoi obiettivi, ma avrebbe intenzione di sviluppare una componente missilistica significativa, al fine di poter “coprire” buona parte del Mar Egeo. L’ambizione di Ankara è però un’altra: entro dieci anni vorrebbe dotarsi di una moderna Marina Militare, in grado di condurre una politica ancora più assertiva sulle acque del Mediterraneo. Se e quando la Marina turca disporrà delle unità cui aspira è nelle mani di Giove, ma una Marina turca non più “così alleata” ma competitor dell’Occidente potrebbe rappresentare una minaccia alle infrastrutture energetiche del Mediterraneo Orientale, alla costruzione dei gasdotti sottomarini non graditi ed alla sicurezza delle rotte lungo le quali viaggiano le navi metaniere.

Tutto ciò ha notevoli implicazioni strategiche per l’Italia e chiama la Marina Militare italiana ad un’ulteriore azione di prevenzione. La nostra Marina nei prossimi anni si troverà a operare in acque che potrebbero essere (e in parte già lo sono state) pesantemente “contested“.

L’Italia, se vorrà garantire la sicurezza dei propri commerci e del proprio approvvigionamento energetico tramite gasdotti come l’EastMed (progetto che ultimamente ha ripreso vigore, con il supporto di Israele) ed i flussi di gas dal Qatar e dall’Egitto tramite metaniere, dovrà consolidare le proprie alleanze e, possibilmente, forgiarne di nuove. Non ci sarà nessuno spazio per le politiche cerchiobottiste del passato.

La politica deve prendere atto di questa situazione e permettere alla Marina di assumere una configurazione in linea con le minacce che si prospettano. Sarebbe anche auspicabile incrementare in maniera significativa il carico bellico delle unità, dotandosi di capacità deep strike e migliorando, al contempo, la difesa contro i missili balistici nelle loro diverse declinazioni operative, compresa  quella contro eventuali attacchi di saturazione. Va compreso che, nei prossimi decenni, sarà la Marina Militare a trovarsi in prima linea a difendere sul mare gli interessi nazionali. 
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Renato Scarfi

in anteprima: Turkish navy frigate TCG Turgutreis (F 241) in porto a Tunisi – autore U.S. Navy photo Mass Communication Specialist 1st Class David R. Krigbaum/Released
Turkish navy frigate TCG Turgutreis (F 241).jpg – Wikimedia Commons

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CENTRO STUDI DI GEOPOLITICA E STRATEGIA MARITTIMA «Geopolitica-mente» quaderno 3 – a cura di Renato SCARFI

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