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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: pirati mediterranei
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Tra il 1825 e il 1828 nel Mediterraneo orientale nell’isola di Gramvoũsa, o Grabusa come è nota in italiano, si insediò e fiorì una comunità di pirati greci che in breve fece acquisire all’isola la poco invidiabile nomea di “isola dei pirati”. Nel corso della guerra d’indipendenza (1821-1829) la Grecia cadde in uno stato di totale anarchia: il governo provvisorio rivoluzionario era privo di un reale potere e sempre sull’orlo della bancarotta, ed il territorio divenne preda dei vari capi e dirigenti locali, spesso in guerra tra loro.
Lo stesso accadde sul mare: la crisi economica e la scomparsa di ogni controllo da parte di un’autorità centrale, fece sì che non solo dai principali centri marittimi dell’arcipelago, le isole di Spetses e Idra che si erano rese quasi indipendenti, ma anche dagli isolotti e dai piccoli porticcioli che costellavano l’Arcipelago egeo, sciami di bastimenti di piccole o medie dimensioni uscissero in mare per depredare i mercantili che commerciavano tra il Mediterraneo occidentale e il Levante e Mar Nero. Inizialmente ad essere attaccati furono solo i bastimenti ottomani, ma ben presto i Greci, che facilmente dimenticavano la differenza tra guerra di corsa e pirateria, cominciarono ad assalire i mercantili di qualsiasi nazione, tra cui Austria, Spagna, Francia, Gran Bretagna, regni di Sardegna e delle Due Sicilie, Russia ed anche degli Stati Uniti. Quando non trovavano un carico, i pirati si impossessavano delle attrezzature veliche, delle bussole, delle ancore e dei viveri e di qualsiasi oggetto che avesse un pur minimo valore, lasciando spesso gli equipaggi senza provviste.
La reazione delle varie nazioni fu scoordinata e spesso poco efficace, anche per la difficoltà di intercettare la miriade di piccole imbarcazioni che riuscivano rapidamente a rifugiarsi negli anfratti delle coste. Francia, Austria e in minor misura Gran Bretagna istituirono nell’Egeo delle “stazioni navali” e delle crociere delle rispettive marine da guerra per convogliare i mercantili in transito, che furono poi imitate negli ultimi anni della guerra anche dal Regno di Sardegna, seppure con mezzi limitati.

In questa fase di anarchia e di pirateria generalizzata si pone la “saga” dell’isola di Grabusa all’epoca denominata anche Carabusa. Grabusa o più precisamente Imeri Grabusa è un isolotto che con il più piccolo Agria Grabusa si trova a circa 1,5 chilometri al largo della punta della penisola di Corico, sull’estremità nord-occidentale dell’isola di Creta (fig. 1). Nell’isolotto i veneziani tra il 1579 e il 1584 eressero una fortezza, ancora oggi esistente, che si trova a 137 metri di altezza a picco sul mare (fig. 2 e 3). Dopo la fallita rivolta del 1822-24 contro gli Ottomani, Creta era sotto il controllo del vicereame d’Egitto, ma, grazie ad uno stratagemma, nel 1825 Grabusa era stata occupata da insorti cretesi guidati da Kalerrji, Antoniades e Œconomos, e vi si erano insediati 6.000-7.000 cristiani fuggiti da Creta. Gli Egiziani si limitarono a stabilire un forte presidio militare sulla costa cretese di fronte all’isola. La mancanza di risorse naturali provocò la morte per fame di metà della popolazione e la maggior parte dei sopravvissuti la abbandonò. Antoniades e Œconomos avevano però valutato correttamente la forza dell’isola: la presenza della fortezza praticamente inespugnabile, le forti correnti e la violenza dei venti e il fondale roccioso che impediva l’ancoraggio di bastimenti di medie dimensioni e avrebbe reso difficile ad una squadra navale bloccare l’isola li convinsero che era adatta ad essere utilizzata come base per l’attività piratesca. Acquistarono perciò una goletta con la quale assalirono un bastimento francese al quale sottrassero un’ingente somma di denaro, che fu impiegata per l’acquisto di altri bastimenti. Ai due si aggiunsero rapidamente altri intraprendenti “imprenditori” privati che armarono piccoli mistici e golette con i quali cominciarono ad assalire i bastimenti appartenenti, oltre che all’impero Ottomano, alle potenze minori quali lo Stato Pontificio, la Svezia, la Spagna e il Regno delle due Sicilie; i bastimenti erano depredati o in mare aperto oppure dopo essere stati condotti a Grabusa; gli sfortunati equipaggi erano spogliati di ogni avere e poi rilasciati, se erano fortunati, con i loro bastimenti e un minimo di provvista di acqua oppure se il bastimento veniva sequestrato in mare aperto abbandonati su una scialuppa.
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Fu eletto un consiglio, ma il vero potere rimase nelle mani di Antoniades e Œconomos che però si tennero nell’ombra.
I successi dei Grabusini attirarono avventurieri da Creta e dalle altre isole dell’arcipelago; col tempo ben 500 bastimenti mercantili, dei quali una novantina britannici, vennero portati all’isola e depredati dei “liberi mercanti”, come si autodefinivano; innumerevoli altri furono assaliti e depredati in mare. Le merci predate erano vendute agli agenti dei mercanti delle isole di Smirne e a Syra che si recavano a Grabusa.

I pirati camuffarono le loro attività piratesche con la pretesa di essere intenti a liberare Creta, per giustificare la quale di quando in quando effettuavano piccoli ed insignificanti attacchi contro i turchi che vigilavano la costa cretese. Le loro imprese “patriottiche” furono abilmente pubblicizzate e la comunità grabusina, sotto la falsa denominazione di “guarnigione di Carabusa” ricevette spesso denaro e provviste dai vari comitati di simpatizzanti filoellenici europei, in particolare quello di Parigi, cosa che suscitò la riprovazione degli stati le cui marinerie mercantili venivano attaccate [nota 1].
Presto la comunità si organizzò: ogni abitante dell’isola fu obbligato a contribuire ad un fondo comune, divenendo in pratica un “azionista” e acquistando il diritto a condividere i profitti ma divenendo anche un complice. Dal fondo comune venivano tratte delle piccole somme da elargire ai più poveri, e il consiglio provvedeva a dividere il bottino, versando un quinto al fondo comune e dividendo il rimanente tra i diversi “azionisti” in base al numero di quote possedute.

All’apogeo della sua potenza, l’isola poteva contare su una flotta di 20 tra brigantini e golette e 50 o 60 battelli minori, che si spingevano fino alle coste della Sicilia e della Siria; una cittadina di 200 casette nacque intorno al porticciolo, all’interno della fortezza furono costruite 250 case disposte ad anfiteatro e vennero eretti numerosi depositi per le merci predate e furono aperti caffè e taverne, La comunità sviluppò una devozione per la Vergine Maria che veniva venerata con il nome di Panaghia i Kleftrina, dedicata alle mogli dei pirati Clefti. Generalmente i pirati di Grabusa, come quelli greci in generale, pur ricorrendo spesso alla violenza e anche alle torture per costringere i capitani dei bastimenti catturati a rivelare dove avevano eventualmente nascosto denaro o beni preziosi rifuggivano dall’omicidio, ma si registrarono due casi nei quali gli equipaggi di un bastimento francese e uno del Regno di Sardegna furono massacrati.
Nel corso dell’esistenza della comunità pirata dell’isola, raramente i pirati furono catturati: la corvetta statunitense USS Warren affondò una goletta e, nel marzo del 1827, la corvetta francese Lamproye distrusse un mistico e la corvetta Grabusa. Le perdite erano comunque facilmente rimpiazzate dai pirati, in alcuni casi addirittura acquistando alcuni bastimenti dalla embrionale marina da guerra del governo provvisorio greco, composta da bastimenti privati appartenenti ad armatori delle principali isole dell’Arcipelago, che furono venduti tramite contratti fittizi.
fine parte I – continua
Aldo Antonicelli
in anteprima l’isola di Gravusa, Creta (Grecia) – autore Olaf Tausch
Gramvousa-Balos.jpg – Wikimedia Commons
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Nota
[1] come ammise Thomas Gordon, un ufficiale britannico che per molto tempo comandò truppe greche durante la guerra e che poi ne scrisse una storia, egli stesso ne fu ingannato e per due volte inviò rifornimenti all’isola.
Fonti
Thomas Gordon, “History of the Greek Revolution”, 2 vol, Edimburgo e Londra, 1844.
Mahmouz Effendi, “The Candiote”, in The New Monthly Magazine, 1846.
Gazzetta di Firenze, martedì 18 luglio 1826.
Giornale del Regno delle Due Sicilie, venerdì 18 maggio 1827.
Gazzetta Piemontese, mercoledì 2 gennaio 1828.
Foglio di Verona,17 marzo 1828.
Gazzetta di Milano, sabato 29 marzo 1828 e domenica 6-7 aprile 1828.
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