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Attacco a Gibilterra, 1779-1783

Reading Time: 9 minutes


livello elementare 
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVIII SECOLO
AREA: SPAGNA – GIBILTERRA
parole chiave: assedio, Gibilterra

 

Durante la guerra d’Indipendenza americana, gli alleati franco-spagnoli tentarono la conquista della fortezza britannica di Gibilterra, assediandola sia dal lato di terra che da quello di mare. L’assedio durò da giugno 1779 a febbraio 1783.

figura 1 – sezione di una delle batterie inventate da monsieur d’Arçon

Il punto culminante dell’assedio fu il “grande attacco” degli alleati del 13 settembre 1782, al quale presero parte, oltre alle artiglierie collocate sull’istmo, più di 100 bastimenti tra vascelli di linea, cannoniere e navi-bombarde. Il pericolo maggiore per la flotta alleata era costituito dalle bombe lanciate da mortai oppure da obici, e dalle palle arroventate sparate dai cannoni. Queste ultime erano un’arma molto pericolosa per gli scafi in legno abbondantemente impeciati: una palla arroventata incastrata nel fasciame delle fiancate era difficile da rimuovere e poteva innescare facilmente un incendio; poiché il proiettile cominciava prima a carbonizzare il legno adiacente poteva occorrere anche un’ora prima che l’incendio si sviluppasse completamente, rendendo così anche difficile localizzarlo e, quando ciò accadeva, era spesso troppo tardi per soffocare le fiamme. Per scongiurare tale pericolo i franco-spagnoli contavano su un’arma che avrebbe dovuto costituire il loro “asso nella manica”: dieci batterie galleggianti “inaffondabili e incombustibili” progettate dall’ingegnere militare francese Jean Le Michaud d’Arçon.

Le batterie, la cui sezione è rappresentata nel disegno di fig. 1, probabilmente di pugno dello stesso d’Arçon, furono ottenute trasformando gli scafi di altrettanti vecchi bastimenti di stazza variabile tra 600 e 1.000 tonnellate; secondo un diarista britannico furono invece utilizzati alcuni dei mercantili che portavano i rifornimenti agli assedianti.
Ad ogni bastimento furono tolte le sovrastrutture; la fiancata sinistra, quella che sarebbe stata presentata al nemico, fu rinforzata applicando un ulteriore doppio strato di fasciame, per uno spessore totale di circa 1,8-2,1 metri. L’intercapedine tra i due strati fu riempita di sabbia umida e sughero. Per proteggerle dalle palle arroventate, d’Arçon ideò un ingegnoso e complesso sistema. L’acqua contenuta in serbatoi collocati nella parte più alta delle batterie sarebbe scesa per gravità con un flusso costante lungo la fiancata tramite una rete di tubolature impregnando il sughero che avrebbe agito come una spugna trattenendo l’acqua, che si sarebbe poi diffusa intorno ai fori e alle gallerie scavate dalle palle che avessero colpito le fiancate, soffocando sul nascere ogni principio d’incendio. D’Arçon scrisse che l’operazione sarebbe avvenuta in modo semplice e naturale, senza bisogno dell’intervento umano; l’acqua si sarebbe diffusa nell’intercapedine come “il sangue nelle vene degli animali, cioè doveva scorrere abbondantemente in tutte le ferite provocate nel legname dalle palle arroventate e circondare le palle, e l’acqua utilizzata per questa circolazione non si sarebbe mai esaurita grazie allo strato spugnoso posto nell’intercapedine tra gli strati di tavole del fasciame”.

Per proteggere le batterie dal tiro ficcante fu realizzato un tetto parziale spiovente di legno sostenuto da montanti, somigliante a quello di una casa, forse rinforzato con lamiere di ferro (su questo punto le testimonianze sono piuttosto vaghe e discordanti), e coperto da pelli grezze anch’esse mantenute costantemente bagnate tramite pompe. Secondo d’Arçon, questa protezione sarebbe stata sufficiente a far sì che le bombe scivolassero via prima di esplodere, mentre lo spessore degli strati di pelli avrebbe contenuto gli effetti di quelle che invece fossero esplose. La parte destra del ponte di coperta non protetta dal tetto fu ricoperta di sabbia. Per controbilanciare il peso dell’armamento e della protezione che gravavano sul lato sinistro la zavorra fu collocata nella stiva in modo asimmetrico.

figura 2 – Le batterie furono dotate anche di una attrezzatura velica 

Le batterie furono dotate anche di una attrezzatura velica e nonostante il peso e l’elevata immersione dello scafo sembra manovrassero sufficientemente bene sotto vela (fig. 2).
Le dieci batterie erano divise in due tipi: con uno o due ponti di batteria. L’armamento era costituito da cannoni di bronzo da 24 libbre; le cinque batterie a due ponti avevano da 17 a 21 pezzi, quelle ad un ponte 7 o 9; tutte inoltre avevano da 4 a 10 cannoni di riserva. Gli equipaggi erano costituiti da un massimo di 760 ad un minimo di 300 uomini. Le batterie furono costruite ad Algesiras, dove i lavori iniziarono a maggio e proseguirono ininterrottamente giorno e notte. Il 12 di settembre erano pronte e furono ormeggiate nell’ancoraggio denominato dai britannici Orange Groove, situato a metà strada tra Algesiras e Gibilterra. Poiché Algesiras si trova dall’altro lato della baia rispetto a Gibilterra, i difensori dalla loro posizione elevata poterono seguire giorno per giorno i progressi dei lavori. D’altra parte la costruzione delle batterie non era più un segreto: la notizia si era sparsa per tutta l’Europa e addirittura, il giorno prima dell’attacco, a Madrid furono pubblicate alcune tavole con i disegni delle batterie, tanta era la fiducia che si aveva nel loro successo. In seguito, numerose furono le riproduzioni di questi natanti, più o meno fantasiose, che furono pubblicate (fig.3).

figura 3 – riproduzioni dei natanti

Prima di impiegare le batterie, D’Arçon avrebbe voluto metterne una alla prova, ma la sua proposta incontrò l’opposizione di molti ufficiali spagnoli che non volevano perdere tempo e temevano che un eventuale esito negativo dell’esperimento avrebbe minato il morale degli equipaggi. Fu quindi deciso di attaccare anche se d’Arçon sosteneva che le batterie non erano ancora completamente allestite, che gli equipaggi non avevano terminato l’addestramento e che le pompe per la circolazione dell’acqua non funzionavano ancora perfettamente.

Nella memoria che scrisse a sua difesa, D’Arçon sostenne che quando l’attacco fu deciso, solo la parte esterna delle batterie era completa mentre l’allestimento interno era invece ancora incompleto, come si scoprì quando si misero in azione le pompe per riempire d’acqua i serbatoi dai quali l’acqua avrebbe dovuto scendere per gravità e circolare nelle intercapedini: poiché era stato trascurato il calafataggio delle pareti entro le quali l’acqua avrebbe dovuto circolare si vide che l’acqua filtrava attraverso il fasciame e si spandeva all’interno. Poiché gli ufficiali della marina temevano che l’acqua avrebbe inumidito la polvere da sparo, l’operazione di riempimento fu sospesa. Furono perciò otturate le condutture interne e ci si limitò ad una semplice irrorazione superficiale del fasciame, perdendo così gran parte del vantaggio che il sistema avrebbe conferito. Nel frattempo i difensori avevano preso le necessarie misure per l’ormai imminente attacco da parte delle batterie galleggianti. Per arroventare le palle i difensori della fortezza potevano contare su forni mobili ma, una volta rivelatisi il loro numero insufficiente, furono improvvisati dei falò alimentati da qualsiasi tipo di legname fosse a portata di mano.

figura 4 – Un altro mezzo importante di difesa era costituito da un nuovo tipo di affusto che permetteva di aumentare l’angolo di depressione dei cannoni collocati nelle postazioni d’artiglieria scavate nel fianco della Roccia di Gibilterra per colpire anche i bersagli più vicini.

Un altro mezzo importante di difesa era costituito da un nuovo tipo di affusto recentemente ideato dal luogotenente George Frederick Koehler dell’Artiglieria Reale [fig. 4], affusto che permetteva di aumentare l’angolo di depressione dei cannoni collocati nelle postazioni d’artiglieria scavate nel fianco della Roccia di Gibilterra in modo da consentir loro di colpire anche i bersagli più vicini. L’artiglieria che difendeva il fronte a mare della fortezza era composta da 80 cannoni, 7 mortai e 9 obici.

figura 5 – Alle 9 del mattino del 13 settembre la squadra alleata si portò all’attacco. 

figura 6 – Le dieci batterie galleggianti si ancorarono ad una distanza di circa 6.700 metri 

Alle 9 del mattino del 13 settembre la squadra alleata si portò all’attacco. Le dieci batterie galleggianti si portarono, sotto vela secondo un diarista britannico oppure rimorchiate dalle lance secondo Fernandez Duro, davanti al muro di cortina compreso tra il Bastione del Re e il Molo Vecchio [fig. 5], dove si ancorarono ad una distanza di circa 6.700 metri [fig. 6].

Con l’avanzare del giorno si levò un vento dal sud che provocò una mareggiata che non solo ostacolò le batterie galleggianti rendendone il fuoco più lento ed impreciso, ma impedì al naviglio a vela e alle cannoniere e navi bombarde che avrebbero dovuto supportarle e dividere il tiro dei difensori, di portarsi nelle posizioni loro assegnate. Le batterie galleggianti furono perciò prese sotto il tiro della maggior parte dei cannoni della fortezza. Nonostante i forni per arroventare le palle fossero stati accesi di prima mattina, i primi proietti arroventati furono disponibili solo verso mezzogiorno. Per molte ore le batterie sembrarono reggere bene il fuoco britannico: gli osservatori vedevano le granate rimbalzare contro le coperture superiori e non sembrava che le palle arroventate producessero alcun danno. I difensori videro stupefatti che anche le palle di maggior calibro rimbalzavano sulle loro fiancate e che la copertura della batteria ammiraglia, la Pastora, aveva resistito all’impatto una bomba da 13 pollici. Nonostante quanto appariva dall’esterno, le batterie avevano però già subito molti danni; lungi dall’essere impenetrabili, le loro fiancate erano state trapassate da numerose palle: sia sulla Tallapiedra che sulla Pastora vi erano un centinaio di uomini fuori combattimento.

Nel tardo pomeriggio gli osservatori da ambo le parti videro molto fumo levarsi dalla Tallapiedra, sulla quale era imbarcato anche lo stesso d’Arçon, che dovette sospendere il fuoco per tentare di domare un incendio. Una palla arroventata era penetrata nella sua fiancata per quasi un metro ma la lentezza con la quale aveva appiccato il fuoco al legname circostante aveva fatto sì che passasse inosservata e quando ci si accorse dell’incendio era ormai troppo tardi. Anche la Pastora era in preda alle fiamme, ma il suo equipaggio riuscì a manovrare le pompe pur continuando il fuoco. Purtroppo su ambedue le batterie gli incendi si rivelarono presto incontrollabili.  Molti libri scritti dopo la fine dell’assedio riportano la testimonianza di un ufficiale italiano che partecipò all’attacco, che conferma come inizialmente fosse sembrato che le batterie fossero effettivamente in grado di resistere al fuoco cui erano sottoposte (secondo i calcoli dei difensori furono colpite da un totale di 5.000 palle arroventate da 24 e 32 libbre) e fino alle due del pomeriggio avessero subito relativamente pochi danni, ma che dopo l’inizio degli incendi sulle due batterie tutte le speranze cominciarono a svanire e, complice forse anche il panico e la confusione che si stavano diffondendo sia tra gli equipaggi che tra gli ufficiali superiori, su tutte le unità dopo le sette di sera il fuoco fu sospeso e cominciarono ad essere lanciati razzi di segnalazione per chiedere soccorso. Furono inviate scialuppe e cannoniere in soccorso degli equipaggi, ma queste furono prese di mira dalle artiglierie della fortezza e da una flottiglia di 12 cannoniere britanniche armate con un cannone da 18 o da 24 libbre a prua, inviate ad impedire che le cannoniere fossero portate in salvo; l’artiglieria spagnola aprì il fuoco contro queste ultime ma nell’oscurità furono colpite anche le imbarcazioni alleate.

figura 7 – Attaccate dalle cannoniere britanniche e bersagliate dal tiro dell’artiglieria della fortezza le imbarcazioni di soccorso spagnole furono costrette a ritirarsi

Verso la mezzanotte, la Tallapiedra esplose, nonostante si fosse presa la precauzione di allagarne i depositi della polvere, seguita anche dalla Pastora. Poco dopo anche le altre batterie presero fuoco, o per effetto dei proietti arroventati oppure perché i loro ufficiali, convinti che fosse impossibile allontanarle, avevano dato ordine di incendiarle e distruggerle. Attaccate dalle cannoniere britanniche e bersagliate dal tiro dell’artiglieria della fortezza le imbarcazioni di soccorso spagnole furono costrette a ritirarsi (fig. 7); le cannoniere britanniche cominciarono a salvare i naufraghi spagnoli operazione che fu però sospesa quando altre due batterie esplosero verso le cinque del mattino, danneggiando o affondando alcune cannoniere. Delle altre sei batterie in fiamme, tre esplosero prima delle 11 del mattino, mentre delle restanti due bruciarono fino alla linea di galleggiamento senza esplodere perché i depositi di polvere erano stati allagati mentre l’ultima, abbandonata, fu incendiata dai britannici perché troppo danneggiata per poter essere recuperata. In totale, le perdite franco-spagnole furono di circa 2.000 tra morti, feriti e prigionieri.

Aldo Antonicelli
Laboratorio di Storia marittima e navale – Università di Genova
dcbpan@tin.it

 

 

articolo pubblicato per la prima volta dal Laboratorio di Storia marittima e navale – Università di Genova

Bibliografia
– Samuel Ancell, A Journal of the Blockade and Siege of Gibraltar.

– Jean Le Michaud d’Arçon, Memoire pour servir a l’Histoire du siege de Gibraltar par l’Auteur des Batteries flottantes, Cadice 1783.

– Cesáreo Fernández Duro – Armada Española (desde la unión de los reinos de Castilla y Aragón), tomo VII.

– F. G. Stephens, Gibraltar and Its Sieges, 1879

Fonti internet
https://www.britishbattles.com/war-of-the-revolution-1775-to-1783/siege-of-gibraltar

https://gibraltar-intro.blogspot.com/2011/01/chapter-17.html

schools.gibraltarheritagetrust.org.gi/siege/chapter-08.html

 

 

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