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livello elementare.
ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XX – XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: navi militari, musealizzazione
Quello di preservare cimeli navali, specialmente militari, come testimonianza di eventi storici ai quali hanno partecipato, dell’evoluzione delle tecniche costruttive o delle glorie marinare locali ha radici antiche: basti pensare alla Tribuna dei Rostri nell’antica Roma dove furono esposti per secoli gli speroni delle navi catturate durante la battaglia di Anzio nel 339 a.C. combattuta contro i Volsci.

Nell’arsenale di Pavia, fino alle distruzioni connesse all’assedio del 1525, i Visconti conservavano ed esibivano ai visitatori una galea catturata ai Veneziani in una battaglia svoltasi sul Po quasi cento anni prima. Se sotto questo aspetto la nave più famosa è certamente l’HMS Victory di Nelson, si può dire che tutte le Marine militari abbiano conservato le loro navi più significative dopo la loro radiazione, adibendole quasi sempre a museo.
E l’Italia?
L’Italia è rimasta molto, molto indietro, potremmo aggiungere vergognosamente. Di fatto, abbiamo conservato una motozattera, alcune motosiluranti e MAS, tre sommergibili relativamente recenti e qualche parte staccata fortunosamente recuperata. Nel complesso, nulla che possa anche lontanamente paragonarsi a un vascello dei tempi della vela o ad una corazzata: i sommergibili fanno la loro figura ma, al contrario dei loro progenitori il cui acciaio, come si dice, è diventato lamette da barba, non hanno mai affrontato un nemico “vero”. Eppure anche noi abbiamo avuto le nostre occasioni, ma ce le siamo tutte lasciate sfuggire. Anche qui potremmo aggiungere un paio di aggettivi: colpevolmente e ottusamente.
Non bisogna però dimenticare, a parziale discolpa, che la cura di ciò che è o diventa un bene culturale, è soprattutto di competenza di altre istituzioni dello stato, locali o private, e non di quelle militari, e la loro parte dovrebbero farla anche i media e l’opinione pubblica. Facendo anche un discorso molto prosaico, i costantemente scarsi fondi disponibili vanno spesi in primo luogo per la difesa della Nazione e verso di questa va rivolta l’attenzione e la professionalità dei vertici militari: il resto è “un di più” e comunque sconta lo scarsissimo interesse degli Italiani di tutti i livelli per la loro storia (1). Cerchiamo ora di ricordare qualcuna delle tante occasioni perdute, con la certezza che non poche altre navi, oltre a quelle che stiamo per elencare, avrebbero potuto essere preservate.
Piemonte e Lombardo, due piroscafi che fanno parte della nostra storia risorgimentale
Sembrerebbe che un Decreto Dittatoriale di Giuseppe Garibaldi del 5 ottobre 1860 abbia disposto che i due piroscafi che avevano condotto i Mille in Sicilia … “fossero riparati e conservati in memoria dell’iniziativa del popolo italiano nella guerra di indipendenza e di unità“ (2).

Il Piemonte, catturato dai borbonici a Marsala, fu poi rimorchiato a Napoli: più tardi Cavour ordinò che venisse conservato, ma dopo alcuni anni di abbandono nella darsena dell’arsenale, nel 1866 venne venduto per la demolizione.

Non si può sapere quale futuro si sarebbe preparato per il Lombardo perché, iscritto nei quadri della Regia Marina come nave trasporto, naufragò presso le isole Tremiti nel marzo 1864, anche se, visto l’andazzo, ben difficilmente sarebbe sopravvissuto per i posteri. Varie parti metalliche del Lombardo, sparse sul basso fondale, sono ancora integre e visibili, ma nessuno sembra preoccuparsi del loro facile recupero.

Affondatore
Questa celeberrima corazzata o, meglio, ariete corazzato, protagonista nella battaglia di Lissa, venne radiata nel 1907, ma rimase a lungo a Taranto, usata come deposito munizioni, e vi si trovava ancora negli anni ’20 classificata come pontone G.D. 234. Certamente, dopo i ripetuti lavori eseguiti a partire dal 1883 che ne alterarono profondamente l’aspetto un suo ripristino sarebbe stato molto oneroso, ma forse ne sarebbe valsa la pena considerati i suoi precedenti bellici e le sue non comuni caratteristiche che ne avevano fatto una nave innovativa e sperimentale.

Buttafuoco
Non era una nave italiana, ma in Italia passò quasi metà della sua vita. Si trattava di una corazzata austriaca, che per il suo tempo era di non piccole dimensioni, entrata in servizio nel 1872 con il nome Herherzog Albrecht che dopo la trasformazione in nave scuola cannonieri venne denominata Feuerspeier.

Ritrovata a Pola, oramai priva di valore bellico, fu poi rimorchiata a Taranto dove svolse le funzioni di nave caserma con sigla G.D.64 fino a dopo il secondo conflitto mondiale. Nonostante che per la sua imponente sagoma abbia sempre attratto l’attenzione di tutti e sia rimasta tuttora fra i ricordi dei marinai più anziani, l’unità venne demolita senza rimpianti dopo il 1955.
Le navi asilo
In una società profondamente diversa da quella attuale, nell’800 sorsero molte società filantropiche che si prefiggevano come scopo il togliere dalla strada, considerata un serbatoio di giovani leve per il vizio e la criminalità, i ragazzi abbandonati o senza famiglia, e di insegnar loro un mestiere. Nelle città marittime alcune di queste istituzioni erano orientate verso l’istruzione marinaresca e, per questo, gli adolescenti venivano alloggiati e addestrati a bordo di vecchie navi: molte di queste furono cedute dalla Marina Militare. Su di esse la disciplina era fin troppo dura con poche concessioni alla giovanissima età degli ospiti, ma questi ne uscivano “raddrizzati”, reinseriti nella società e con in mano un lavoro. Dapprima queste istituzioni erano finanziate solo da privati ma poi fu coinvolta nella loro gestione un’apposita opera di patronato cui partecipava la stessa Regia Marina italiana ed infine furono assorbite nell’Opera Nazionale Balilla. Naturalmente oggi l’assistenza all’infanzia e l’istruzione professionale hanno preso altre strade. Esaminiamo brevemente, una per una ed in ordine alfabetico, quelle di origine militare.



Incrociatore protetto Caprera (1894-1913) rappresentò lo sviluppo delle unità della classe Goito e precursore a sua volta degli esploratori.
Inizialmente queste unità disponevano di armamento velico ausiliario a due alberi con vele auriche. Possono essere considerati gli ultimi incrociatori torpediniere.



Brigantino Daino (1844-1869)
Al comando di Carlo Pellion di Persano partecipò nel 1848 alla prima guerra di indipendenza. Declassato a pontone rimase ancorato in ciò che restava dell’antico porto militare di Genova: poiché per tutta l’area stava incominciando una completa trasformazione, si pensò bene di sbarazzarsene assegnandolo alla Garaventa che lo utilizzò dal 1892 al 1903.

Posamine Crotone (1918-1947) Ex dragamine tedesco M120. Penultima nave della Graventa, fu utilizzato dal 1947 al 1968.
Nave Eridano (1855-1907). Di costruzione inglese, acquistata nel 1883, fu adibita a nave coloniale, nave idrografica, trasporto, cisterna e deposito. Fu la più grande delle navi asilo. Venne dislocata a Bari dal 1925 al 1943 venendo distrutta in uno dei tanti bombardamenti subiti dalla città.
Cannoniera Scilla (1876-1904). Nave asilo a Venezia dal 1904. Demolita negli anni ’20 .
Cannoniera Veniero (1885-1903) sostituì il Daino a Genova nel 1904 e fu demolita dopo il 1913 (3)
Quando le unità furono restituite alla Marina erano tutte in condizioni di profondo degrado in quanto, pur essendo oggetto di regolari piccole manutenzioni da parte degli stessi frequentatori, per decine d’anni non avevano subito interventi strutturali approfonditi. Forse non tutte erano così interessanti da meritare la conservazione, ma con la scomparsa del Daino, unico cimelio delle guerre di indipendenza e del Cappellini, curioso esempio di architettura navale e militare, la perdita è stata incolmabile.
Bisogna anche tener conto che le navi asilo, come quasi tutte le unità menzionate in questo articolo, vennero profondamente modificate rispetto allo stato originale, sia all’interno che all’esterno e non sarebbe stato facile né economico ripristinarle secondo i piani originari ma, a dispetto dei puristi, potevano essere conservate così com’erano a testimonianza di tutte le vicende che avevano vissuto: in fondo nessuno, di fronte a un monumento antico, pretende che sia rimesso nello splendore originale.
Guglielmo Evangelista
NOTE
[1] Qualcosa di analogo è avvenuto per i mezzi ferroviari. In occasione del cinquantenario dell’Unità d’Italia, nel 1911, le Ferrovie dello Stato rintracciarono tutte le locomotive e i vagoni di epoca risorgimentale sopravvissuti, li restaurarono e li esposero a Roma. Terminate le celebrazioni vennero tutti demoliti.
[2] Nonostante un’accurata ricerca sulle raccolte di normative dell’epoca e nonostante tutte le fonti siano concordi, di questo decreto non è stata trovata traccia.
[3] Fra le navi della Garaventa potrebbe essere compreso anche l’avviso Vedetta, ma le fonti sono discordanti e il periodo d’uso si sovrapporrebbe a quello del Veniero.
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