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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: SICUREZZA MARITTIMA
parole chiave: mine
Torniamo a quegli anni, a quella calda estate del 1984 quando tutto cominciò.
Nel luglio del 1984, nella zona dei laghi Amari, a sud del canale di Suez, alcune improvvise esplosioni subacquee provocarono l’interruzione della navigazione commerciale, come risultato di un’operazione terroristica su vasta scala che riportò alla ribalta la minaccia delle mine navali. Nacque così l’esigenza di bonificare quelle aree di grande importanza economica in tempi ristretti per ridurre il rischio di transito per le navi mercantili.
Anche la Marina militare italiana partecipò alle operazioni di bonifica nel Mar Rosso con l’invio del XIV gruppo navale. Il primo evento, mai chiarito nella sua vera entità, avvenne il 9 luglio ad un cargo russo, il Knud Jesperson. Gli eventi in Mar Rosso si ripeterono e, dal 27 luglio, sei navi mercantili furono danneggiate a causa dell’esplosione di ordigni di natura non nota. Tra di esse la liberiana “Midi sea” e, poche ore più tardi, il cargo giapponese “Meiyo Maru“. Il giorno successivo furono danneggiate una nave mercantile panamense, la “Bogorange XII” e la Linera, una nave cipriota.
Il 31 luglio fu la volta della petroliera Peruvian refeer, battente bandiera delle Bahamas ma di proprietà di una società danese, una nave, di 6.010 tonnellate, fu colpita a 90 chilometri dallo stretto di Bab el Mandeb, ed il cargo cinese “Hui Yang“. Il due agosto altre quattro navi “attivarono” i misteriosi ordigni esplosivi, la “Kriti Koral” greca, la “Georg Schumann” tedesco-orientale, il Dui Hong Dan (Nord Corea) ed il cargo turco “Morgul“.
I Lloyds di Londra, allarmati dal susseguirsi degli incidenti, comunicarono che nessun marinaio era rimasto ferito ma che il transito nel canale era considerato pericoloso. Non essendoci prove concrete sulle cause degli incidenti, gli assicuratori londinesi avanzarono l’ipotesi della presenza di mine navali nello stretto di Suez.
L’ipotesi fu considerata probabile anche a seguito di una telefonata ad una agenzia di stampa internazionale, da parte di un fantomatico portavoce della “Jihad islamica” che rivendicò la posa di numerose mine nel canale di Suez e più a sud, nello stretto di Bab el Mandeb, per “ostacolare l’espansionismo dell’imperialismo occidentale“.
Gli incidenti allarmarono non solo gli Stati del Mar Rosso, ovviamente interessati ai traffici nel canale di Suez, ma anche tutte le compagnie armatoriali mondiali. Il portavoce del Dipartimento alla Difesa statunitense, Michael Burch, comunicò che militari esperti in “bonifica” delle mine marine, erano stati inviati in Egitto in supporto dei militari egiziani. Il governo egiziano fece quindi richiesta di un intervento internazionale di bonifica delle acque considerate crocevia di traffico di importanza mondiale.
Parallelamente fece richiesta anche al governo italiano per l’invio di unità navali di contromisure mine della Marina Militare. Il 13 agosto lo Stato Maggiore della Marina militare italiana inviò in Egitto una propria delegazione per acquisire gli elementi necessari alla pianificazione dell’eventuale intervento ed il 14 agosto le autorità egiziane illustrarono i criteri di suddivisione delle zone di operazione con l’impiego a nord di forze britanniche, e verso sud italiane, americane e francesi.
Il 16 agosto vennero ridefinite le zone di operazione per i diversi gruppi. Per quanto riguarda il gruppo italiano ricevette come prima priorità le zone del Grande Lago Amaro e della Baia di Suez, e in seconda una zona compresa tra quella britannica e quella americana, mentre agli egiziani vennero riservate le acque del Mediterraneo antistanti Porto Said.
L’operazione, denominata Red Sea Demining, fu condotta tra la fine di agosto e la fine di ottobre 1984. L’operazione, in ambito italiano Missione Mar Rosso, ebbe inizio il 21 agosto quando venne costituito il 14º Gruppo Navale al comando del capitano di vascello Fernando Cinelli. Il gruppo comprendeva la nave appoggio Pietro Cavezzale (CF Angelucci), con compiti di unità comando e supporto, e i cacciamine Frassino (TV Salvatore Cossellu), Loto (TV Claudio Herbstritt) e Castagno (TV Giovanni Dessena), ex dragamine classe Legni trasformati in cacciamine.
nave Pietro Cavezzale – La Marina Militare inviò per le operazioni di bonifica il 14 gruppo navale formato da tre cacciamine e dalla nave appoggio Cavezzale
I cacciamine classe Legni, unità minori in legno con un dislocamento di circa 400 tonnellate ed una lunghezza di 40 metri, erano state costruite nel dopoguerra, su progetto americano. Inizialmente impiegati come Dragamine costieri, negli anni ’70 fu decisa la loro trasformazione in cacciamine, dotandoli di un propulsore ausiliario Voith, in grado di assicurare la necessaria silenziosità e manovrabilità dell’unità all’interno dei campi minati, ed un sonar VDS AN/SQQ 14 americano ma di costruzione italiana.
nave Frassino
Il sistema, destinato ad assolvere le funzioni di ricerca, classifica, identificazione e neutralizzazione delle mine, utilizzava un tavolo tattico di tracciamento analogico (in pratica un tavolo orizzontale con un pennello che tracciava sulle carte la posizione istantanea della nave) collegato ad un sistema di posizionamento, Mini Ranger Motorola, che consentiva la navigazione di precisione. Per l’occasione fu imbarcato su ogni cacciamine un nucleo di sei sommozzatori con un battello pneumatico attrezzato per il trasporto dei loro materiali che per la neutralizzazione degli ordigni utilizzavano cariche esplosive di contro minamento, rilasciate, su guida sonar, sulla verticale della mina. Il cacciamine era in possesso di una camera di decompressione Galeazzi posta su una tuga poppiera. Per l’operazione fu impiegato anche un ROV (remote operated vehicle) della Gay Marine, il Filippo (in pratica una telecamera filo-guidata inserita all’interno di una palla presso-resistente dotata di eliche di manovra) da impiegarsi per l’identificazione ottica degli oggetti sul fondo in alternativa ai sommozzatori.
La nave appoggio Cavezzale fu assegnata con compiti di unità comando e supporto essendo stata in precedenza impiegata con compiti analoghi nel corso di esercitazioni della NATO, in occasione di impiego delle unità CMM in Turchia, Grecia e nel Mediterraneo occidentale. Sul Cavezzale, comandato dal CF Angelucci, trovarono posto il Comando e lo staff del XIV Gruppo navale, un nucleo di tecnici specialisti degli apparati di CMM, scorte di materiale e apparati di rispetto, personale subacqueo aggiuntivo e personale sanitario; in pratica tutto quello che si reputava necessario per dare completa autonomia tecnica e logistica alle unità.
Analisi
La missione impegnò le unità di contromisure mine per 59 giorni, di cui 42 trascorsi nelle zone di operazioni, esplorando in totale un’area di 124 miglia quadrate, effettuando in totale 2.485 ore di moto e percorrendo 15.644 miglia. Furono localizzati 483 contatti, di cui 236 investigati e classificati come «non mine». Considerando l’epoca ed i mezzi disponibili, i risultati furono degni di nota grazie allo spessore dei Comandanti e degli equipaggi. Le condizioni operative in cui gli uomini ed i mezzi lavorarono furono decisamente diverse da quelle abituali effettuate in Mediterraneo e le lezioni acquisite furono numerose. Tra le tante, forse le più importanti, che condizionarono lo sviluppo seguente della componente di guerra di mine, voglio ricordare:
– la distanza delle zone di bonifica suggerì la necessità di utilizzare un’unità di appoggio posta nelle prossimità con caratteristiche idonee al supporto dei mezzi (forward support unit);
– le condizioni climatiche ed ambientali estreme (caratterizzate da alte temperature e forti venti con tempeste di sabbia) richiesero modifiche agli impianti di condizionamento e ai motori; questi accorgimenti tecnici vennero poi implementati nelle classi Lerici costruite successivamente e furono utili nelle missioni nel Golfo;
– i ritmi di lavoro standard, previsti dalla normativa, si rilevarono non adatti in una situazione reale di combattimento a causa dell’alto carico emotivo sugli equipaggi.
Ma cosa avvenne realmente in Mar Rosso e nello stretto di Bab el Mandeb?
Sebbene le fonti non siano mai state confermate dai Libici, si presume che il Governo di Tripoli, per aumentare le sue pressioni sul governo egiziano, utilizzò una nave mercantile, il RoRo Ghat per posare delle mine nel Mar Rosso. Sulla nave aveva imbarcato del personale militare addestrato per la posa di un ancor oggi imprecisato numero di mine da fondo di costruzione sovietica. Non c’è da meravigliarsi in quanto in quel periodo le navi sovietiche si rifornivano in solo due basi del Mediterraneo, ovvero in Siria ed in Libia, Paesi con i quali Mosca manteneva un rapporto privilegiato.

Le armi utilizzate, come fu possibile accertare dopo il ritrovamento ed il recupero di una di esse da parte degli Inglesi, erano relativamente moderne. Sebbene dotate di congegni sofisticati, erano armate solo con una parte della carica di esplosivo previsto (100 kg anziché 600 kg).
Perché questa missione fu importante?
L’evento nella sua drammaticità iniziale fu molto importante politicamente. Per la prima volta, al di fuori di un conflitto aperto, si verificò una pronta, efficace e coordinata risposta delle nazioni occidentali per far fronte ad una crisi del traffico mercantile in un’area di alta importanza economica. Se vogliamo fu effettuato il primo intervento di reazione rapida a sostegno delle economie occidentali contro una minaccia asimmetrica. Sebbene Francia, Inghilterra, Italia e Stati Uniti, operarono indipendentemente, ognuno con propri accordi bilaterali con l’Egitto, non ci fu sovrapposizione di intenti. L’Egitto, anziché subire un danno economico, conseguì un notevole successo politico, rafforzando la propria immagine di leader del mondo arabo moderato con capacità di coordinare attività di forze di diverse nazioni in un area complessa come il canale. Azioni irresponsabili come quelle del minamento del Mar Rosso, de facto, confermarono l’efficacia strategica delle mine navali.
Andrea Mucedola
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Molti sono i retroscena che non credo emergeranno ! Eccellenti gli Uomini dello “Staff di Comando e dei tecnici al seguito” ; meno eccellenti i mezzi con cui hanno dovuto operare !
Certamente, come ho scritto, eravamo nel 1984, all’alba della cacciamine. La partecipazione a quelle operazioni forni’ un bagaglio di lessons learned che e’ stato acquisito ed ha permesso gli sviluppi odierni. Basti pensare alle unita’ classe Lerici.