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livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: VIII SECOLO
AREA: MAR MEDITERRANEO
parole chiave: Arabi, Bizantini, Stato pontificio
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La Tuscia dal Macra alla riva destra del Tevere
In quel periodo le terre toscane comprendono non solo Pisa e Fiorenza, ma anche Orvieto, Perugia, Viterbo, Cere, e anche il Porto romano, che sorge alla destra del Tevere. La qual regione si divide quindi in tre parti principali, conosciute come le Tre Tuscie; romana, longobarda e ducale.
Le due prime di queste tre parti sono sotto il dominio pontificio: esso già dipendeva per primitiva dedizione spontanea la Tuscia romana come parte del ducato omonimo, ove si annoverano queste città etrusche: Cere, Porto, Civitavecchia, Bieda, Barberano, Sutri, Nepi, Gallese, Orta, Bomarzo, Amelia, Todi, Perugia, Narni ed Otricoli. Egualmente per donazione imperiale spetta a Roma: la Tuscia tolta ai Longobardi (dai quali prende il nome), con le città d’Orvieto, Castelfelice, Bagnorea, Ferento, Viterbo, Vitorchiano, Maria, Toscanella, Populonia, Soana, e Rosella. Rimane quindi la Tuscia ducale, governata dai duchi a nome di Carlo Magno, che comprende Luni, Pisa, Lucca, Firenze, Volterra, Pistoia, Cortona, Siena, Arezzo e Chiosi. Nel seguito quindi, parleremo di Tuscia intendendola nel suo significato altomedievale, che comprende le tre parti appena menzionate.
Nell’VIII secolo, le città marittime della Tuscia hanno due nemici, i Bizantini ormai alla fine del loro periodo d’oro, ed i Musulmani all’inizio della loro ascesa. I primi, ormai fuori dalle istituzioni romane, covano un forte rancore nei confronti delle città tirreniche e compiono gravi incursioni e imprese piratesche. Populonia, città della Tuscia longobarda, nell’809 viene completamente depredata prima da un contingente greco (almeno stando agli Annales Regni Francorum) e poi distrutta da una flotta saracena che aveva appena colpito anche la Corsica.
I Bizantini assaltano anche Comacchio nell’Adriatico, ma vengono respinti dopo aver causato vari danni. Ciononostante, continuano a percorrere Tirreno e Adriatico attaccando molti vascelli. Tanto più che quasi sempre trovano ospitalità e favore dai Longobardi, coi quali sono uniti dall’avversione verso il Re (e poi Imperatore) e il Papa.
Questo è dimostrato anche dal fatto che i Bizantini stabiliscono una proficua compravendita di schiavi con i Longobardi. Non solo i nati schiavi ma anche i prigionieri di guerra, di debiti, di pena o che si vendono spontaneamente vivono senza libertà, senza diritti civili o politici; sono cose e possedimenti dei padroni, i quali hanno autorità di venderli e donarli, e di esercitare sopra di loro un imperio quasi assoluto, che porta a crudelissimi abusi.
Le righe dedicate dal Guglielmotti alla schiavitù meritano una citazione:
“La religione cristiana trovò uomini tra catene, e livide mani rilegate e rilegatrici: fece sentire la parola di fraterna carità, disciolse i ceppi. Ma non fu tanto sollecito il beneficio né tanto universale, che nell’ottavo secolo non rimanesse alcun vestigio di quel morbo inveterato e pertinace, come oggidì non resta in certe colonie, e accendeva l’ire fraterne tra i repubblicani della gran Confederazione americana.“
I Bizantini quindi approdano alle marine toscane, raggiungono i Longobardi e da loro comprano gli schiavi, rivendendoli a un prezzo molto maggiore in altri mercati. Attorno all’anno 777, comprano molte famiglie di gente libera. Tra guerre e condizioni metereologiche avverse, cresciuta la carestia e la fame, molte persone non hanno mezzi sufficienti a sostenersi e si vendono di propria sponte con moglie e figli ai Bizantini. Questi ultimi, affamati d’oro, li rivendono ai Saraceni, e passano quindi la loro vita come schiavi in Africa o in Spagna, soggetti alle peggiori vessazioni e costretti ai lavori più duri.
Il pontefice Adriano I, venuto a sapere dell’oltraggioso comportamento posto in essere da Costantinopoli, cerca di rimediare. Il suo obiettivo è recuperare gli schiavi, arrestare i pirati e distruggere le navi di questi ultimi. Come d’uso prima dell’istituzione di una marina professionale, Adriano I si rivolge a un feudatario, Allone, comandandogli di costruire e metter in acqua un numero di legni sufficiente ad eseguire i suoi ordini.
Per quanto sia difficile ricostruire la gerarchia istituzionale dell’VIII secolo, il Muratori asserisce che Allone è il governatore di Lucca, ma non comanda su tutta la Tuscia ducale, visto che ci sono altri due duchi, nello stesso periodo, a Chiusi (Reginaldo) e a Firenze (Guindibrando). Ad ogni modo, è certo che Allone sia sottoposto (almeno in questo caso) all’autorità del Pontefice; purtroppo non sappiamo se questo sia dovuto a una concessione speciale di Carlo o a un diritto di primazia ormai acquisito. Allone però non riesce a risolvere la situazione. E dove questi fallisce hanno successo i Civitavecchiesi, che catturano i pirati bizantini e bruciano tutte le loro navi.
I possedimenti bizantini in Italia si riducono progressivamente nel corso dell’VIII secolo, ma anche il predominio longobardo è destinato ad avere vita breve. Molti schiavi cristiani sono stati venduti dai Greci ai Musulmani in Spagna, contro i quali sta combattendo Carlo Magno. E’ proprio il sovrano carolingio a trovarne parecchi, e liberarli, durante la sua spedizione in Spagna. Questi sono particolarmente adirati sia con i Greci che con Adriano stesso, che non è ancora riuscito a mettere in sicurezza le coste.
Per questo Carlo Magno scrive al Pontefice, chiedendogli di risolvere il problema. Purtroppo, come molti altri documenti antichi, questa missiva è andata perduta. Rimane invece la risposta del Papa al sovrano carolingio (Hadriani Papae, Epist. LXV):
“Quanto al traffico degli schiavi molto ne duole che venga attribuito ai nostri Romani, quasi che essi stessi li avessero venduti alla gente malnata dei Saracini. Dio non voglia che siffatta iniquità avvenga per volontà nostra o per colpa loro, siccome non avvenne giammai. I Greci nelle spiagge dei Longobardi praticano, ed avendo fatta alleanza ad uso di trafficanti, comprano e vendono insieme alle altre cose anche gli schiavi. Noi pertanto, volendo impedire il male ci siamo rivolti al duca Allone perché, fatti armare molti bastimenti desse sopra ai Greci, occupasse le navi loro, e lo facesse abbruciare: ma colui non volle piegarsi al nostro comando. Non avendo noi del nostro navigli o nocchieri, siamo stati troppo piccoli per troncare il corso alle ribalderie di costoro. Nondimeno, chiamando l’altissimo Iddio io testimonianza delle nostre parole e del nostro cordoglio, dichiariamo aver procuralo a lutto nostro potere di impedire il malifìcio. E presso al nostro porto di Civitavecchia abbiamo fatto catturare le navi dei Greci, e gli uomini loro sostenere per qualche tempo nel carcere, ed i bastimenti consumare alle fiamme.“
Alla fine del VIII secolo dunque, la marina pontificia, che marina ancora non è, muove i primi passi in funzione anti-saracena e per combattere il traffico di schiavi alimentato da Longobardi e Bizantini. Nel IX secolo, pur essendo ancora in fase embrionale, si troverà ad affrontare sfide molto impegnative come il sacco di Roma e la battaglia di Ostia.
Gabriele Campagnano
immagine del Dromone dall’articolo originale Storia della Marina Pontificia nell’VIII Secolo – Zhistorica (zweilawyer.com)
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Bibliografia:
L. MURATORI, Annali d’Italia, volume X, 1751;
A. FRANGIPANI, Istoria dell’antichissima città di Civita Vecchia, 1761;
A. GUGLIELMOTTI, Storia della Marina Pontificia, v. 1-2 (Storia della marina pontificia nel Medio Evo, dal 728 al 1499), 1871;
C. ZACCARIA, L’epigrafia dei porti (Atti della XVII° Rencontre sur l’épigraphie du monde romain)- Antichità Altoadriatiche LXXIX (79), 2014;
L. DE MARIA; R. TURCHETTI, Rotte e porti del Mediterraneo dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente. Continuità e innovazioni tecnologiche e funzionali, 2005
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