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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: UCRAINA
parole chiave: Ucraina, colloqui di pace, Russia, Ucraina, NATO, Europa, Cina
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Ci eravamo lasciati al termine dell’incontro tra Trump e Putin di Anchorage, un incontro “storico” ma certamente non risolutivo per la tormentata Ucraina. Avevamo avanzato dei dubbi, trapelati anche dalle dichiarazioni statunitensi, sottolineando i veri intenti del Cremlino e di Washington. Di fatto, ad una settimana dal termine dell’incontro, Anchorage è stata solo la possibilità per Putin di porsi nuovamente sulla scena, di dire e non dire, di continuare a giocare la sua partita a scacchi con gli Stati Uniti su una scacchiera che probabilmente non interessa a nessuno dei due.

Il presidente Donald J. Trump e il presidente russo Vladimir Putin tengono una conferenza stampa presso la base congiunta Elmendorf-Richardson, Anchorage, Alaska, 15 agosto 2025 (foto del Dipartimento della Difesa di Benjamin Applebaum) – wikimedia commons
Ci aspettavamo un nuovo rinvio giustificato da ideologia spicciola, quella che piace tanto a tanti pseudo analisti. Il copione si ripete: il seguente lunedì il presidente russo aveva dichiarato di essere concettualmente “aperto” a colloqui diretti con l’Ucraina, un’intenzione sapientemente diluita il giorno dopo dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov, diplomatico di grande esperienza che da tempo recita il compito non facile di pacificatore, attenuando gli eccessi in un senso o nell’altro di Putin. In pratica, il vertice tra il Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky al fine di trovare una quadra ad una situazione tutt’altro che semplice, si è spostato a data da definire. D’altronde le pretese russe di allargare l’acquisizione dei territori occupati, inglobando aree in cui da mesi le sue truppe sono in stallo, non avrebbero potuto avere esito ad un tavolo negoziale. Come nelle migliori prassi diplomatiche è quindi stato tutto rinviato per potersi preparare “gradualmente… iniziando con il livello di esperti e successivamente passando attraverso tutti i passaggi necessari“, come ha affermato Lavrov, in perfetta sintonia con la linea del Cremlino. Di fatto, come pragmaticamente sottolineato dal presidente finlandese Alexander Stubb, il Cremlino intende verosimilmente proseguire le ostilità in Ucraina “almeno fino all’autunno” (termine del periodo favorevole per i combattimenti terrestri prima della caduta della neve) in modo da “massimizzare i suoi guadagni territoriali“.
Per quanto sopra la guerra continuerà e i Russi continueranno con gli attacchi combinati con droni e missili contro infrastrutture logistiche critiche (solo giovedì hanno lanciato 574 droni e 40 missili in una notte). Nuove ferite ad un Paese che non vuole accettare di soccombere alla logica degli interessi geopolitici, continuando a combattere, come sottolineato da Volodymyr Zelensky in occasione della giornata della bandiera, per non lasciare la nostra terra agli occupanti. Nel frattempo, un drone ucraino ha fatto esplodere una stazione di pompaggio petrolifera nella regione russa di Bryansk, bloccando le consegne di petrolio lungo l’oleodotto Druzhba verso Ungheria e Slovacchia; per essere precisi si è trattato del terzo attacco all’oleodotto in nove giorni, cosa che ha fatto infuriare Orban, la cui politica verso la Russia non è poi così cristallina. Intanto Zelensky continua la sua opera diplomatica, ricercando aiuto in tutti i Paesi del mondo, dall’Olanda al Sud Africa (un Paese importante facente parte dei BRICs), affinchè tutti si adoperino per spingere democraticamente la Russia alla pace. Non sono mancati i contatti con gli Stati Uniti con la visita dell’inviato speciale di Trump per l’Ucraina, Keith Kellogg, sempre in occasione del 34esimo anniversario per l’indipendenza.

soldati ucraini su carro challenger nell’ambito dell’addestramento con l’esercito inglese.
Incontri atti a cercare di comprendere, al di là delle promesse, le reali intenzioni dell’Europa, della NATO e, in particolare, degli Stati Uniti al fine di presentarsi davanti a Putin con le idee chiare (se mai ci sarà un incontro). Un impegno che vede i premier europei agire, a volte in maniera non sempre coordinata, per trovare una soluzione ad un problema che si sta ingarbugliando. In ambito militare i vertici militari della NATO, sotto la guida dell’ammiraglio Cavo Dragone (vedi foto sotto), presidente del Comitato Militare della NATO, hanno tenuto una riunione dei capi di Stato Maggiore della Difesa della NATO con la partecipazione del nuovo comandante supremo delle forze alleate in Europa (SACEUR), il generale Alexus Grynkewich, che si è conclusa con una dichiarazione sostanzialmente di “conferma del sostegno all’Ucraina per una pace giusta, credibile e duratura“.

Intanto la deadline di Trump, per quanto prevedibilmente “mobile”, si avvicina; il Presidente americano ha dichiarato che nelle prossime due settimane si comprenderanno le vere intenzioni di Mosca, ma anche messo le mani avanti dicendo che “È possibile che non voglia raggiungere un accordo“. Nonostante l’argomento sia in cima a tutte le agende, questa “palla velenosa” sembra essere ritornata alla Casa Bianca che ha accolto la settimana scorsa sette leader (Ursula von der Leyen, Friedrich Merz, Emmanuel Macron, Giorgia Meloni, Alexander Stubb, Keir Starmer e Mark Rutte) e Zelensky alla Casa Bianca. Nell’incontro si è discusso delle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, che dovrebbero essere fornite dai Paesi UE (con il supporto statunitense). Per completezza la vecchia e bella Europa continua a giocare le sue partite a ping pong tra i più o meno volenterosi, seduta su una biga con cavalli che tirano in direzioni opposte.
Oltre oceano Trump appare seccato della situazione, della scarsa disponibilità di Mosca ma forse anche dell’atteggiamento ucraino che forse desidererebbe più accondiscendente; ha dichiarato di non essere più intenzionato a foraggiare l’Ucraina ma disponibile ad un escamotage che preveda la fornitura di armi alla NATO (a pagamento) che eventualmente potrebbero essere donate/vendute a Kiev. Da parte sua minaccia un aumento dei dazi alla Russia del 100% se entro 50 giorni qualcosa non cambierà. In realtà, tutto dipenderà dal guadagno politico che potrà ottenere da un parte o dall’altra … vedremo.
E in Russia?
La Russia continua a scaricare la responsabilità di tutto sull’ostinazione di Zelensky a non voler rinunciare ai suoi “diritti”. Lo sforzo bellico che sta perpetuando è enorme e l’economia id guerra potrebbe far vacillare le economie di Mosca. Si è giocato già le carte dei “volontari” coreani, ceceni e co. senza un effettivo vantaggio ma ha ancora la carta del nucleare tattico … ma gli converrebbe? Non ultima, va menzionata la proposta cinese, guarda caso di un Paese filo russo e anti occidentale, di offrire forze di pace (peacekeeping) in Ucraina su mandato dell’ONU da distribuire lungo i confini. Lo sforzo diplomatico russo, sebbene ben recitato, sembra più di facciata, in sostegno alla brillante recita del loro Premier sul palco internazionale dove ha saputo interpretare perfettamente il ruolo di superpotenza, come la diva del film di Billy Wilder in Sunset Boulevard. Mancava solo che declamasse “Noi eravamo grandi, è il cinema che è diventato piccolo”. Quello che Putin, abile politico, formatosi alla scuola del KGB, non vuole accettare è che il mondo sia cambiato e che le vecchie superpotenze dovranno presto confrontarsi con le nuove … ergo per sopravvivere dovranno allearsi … questo è forse chiaro a Trump, un pò meno a Putin; nel frattempo restano a studiarsi, a giocare le loro carte mentre alle loro spalle qualcuno sta aspettando.

Tornando all’Ucraina la disponibilità russa risulta vera quanto una banconota da tre euro. Per quanto sopra l’affermazione di Lavrov, che Putin sarà pronto a incontrare il leader ucraino “quando l’agenda sarà pronta per un vertice, e questa agenda non è affatto pronta“, si commenta da sola. Usque tandem, avrebbe detto Cicerone, ma sulla bilancia mondiale, purtroppo per Zelensky, i talenti ucraini pesano meno di altri nell’equilibrio globale … vedremo
E la NATO?
Il Segretario Generale della NATO Mark Rutte ha ribadito che l’Alleanza Atlantica sta lavorando a solide garanzie di sicurezza con la collaborazione attiva degli Stati Uniti e dell’Europa per garantire che Putin “non tenti mai più di attaccare l’Ucraina“. Un accordo simile all’art. 5 della NATO che garantisca il mutuo soccorso fra i partecipanti in caso di aggressione. Come farlo è ancora da capire, anche perché, per avere un valore effettivo, si dovrebbero trasferire in Ucraina forze di interposizione sul terreno, ipotesi che non trova pareri concordi tra tutti i Paesi (in primis degli Stati Uniti che stranamente però non stanno giocando la carte del veto che potrebbe bloccare tutto).
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In sintesi, avere garanzie di sicurezza da parte della Russia è tutt’altro semplice in quanto non si possono dimenticare gli accordi di Budapest del 19941, in cui l’Ucraina aveva accettato di rinunciare alle armi nucleari rimaste sul suo territorio in cambio di “garanzie” da parte di Russia, Stati Uniti e Regno Unito sulla sua sicurezza futura. Un altro impegno disatteso da parte russa a cui l’Ucraina, nonostante l’indubbia inferiorità, risponde con coraggio, dignità e fermezza. Se ne facciano pace gli ursinofili, tanto diffusi sui media, conditi di buonismo e “pragmatismo” economico, gli stessi che applaudivano entusiasti alla globalizzazione senza comprenderne il lato oscuro: la storia ci insegna che quando un popolo rinuncia alla sua dignità nazionale, e non è il caso dell’Ucraina, diventa facile preda degli appetiti ed interessi dei suoi scomodi vicini.
Andrea Mucedola
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Nota
1. L’accordo di Budapest del 1994 sancì la consegna alla Federazione Russa, da parte di Kiev, di 1.900 bombe nucleari presenti sul territorio ucraino in cambio del riconoscimento dei suoi confini territoriali. A sottoscrivere il documento, alla presenza dei tre presidenti dell’epoca, Bill Clinton, Boris Eltsin e Leonid Kravchuk, furono Stati Uniti, Regno Unito, Ucraina, Kazakistan, Bielorussia e Federazione Russa che promise di NON violare i confini dell’Ucraina del 1991, inclusi la Crimea e gli oblast di Donetsk, Lugansk, Kherson e Zaporižžja, invasi dalla Russia nel 2014 e nel 2022, e di astenersi dall’uso della forza e fare pressioni economiche nei confronti di Kiev per condizionare le sue scelte politiche. In cambio la Russia avrebbe cancellato 2,5 miliardi di dollari di debiti di Kiev, al fine di facilitare il suo recupero economico.
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