L’armamento individuale dei classiari

Domenico Carro

2 Marzo 2025
tempo di lettura: 6 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA NAVALE ROMANA
PERIODO: IMPERO
AREA: MARINA IMPERIALE ROMANA
parole chiave: armi individuali

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Le varie componenti dell’armamento individuale dei classiari sono ricordate da Vegezio, che elenca brevemente sia le protezioni del corpo – corazze, elmi, schinieri e scudi –, sia le armi di offesa in dotazione a ciascun combattente: armi da taglio, da getto e da lancio. A grandi linee, il predetto materiale aveva una matrice comune con quello in dotazione ai militari dell’esercito, ma se ne differenziava per ottimizzarne l’impiego a bordo delle navi e per rispondere con alcuni componenti aggiuntivi a specifiche esigenze prettamente navali. I dati forniti da Vegezio trovano molte conferme nelle rappresentazioni di classiari sui monumenti pubblici (soprattutto sul bassorilievo della nave di Palestrina, di epoca augustea) e su diversi monumenti funerari ad essi dedicati.

Le principali protezioni indossate dai classiari erano gli elmi e le corazze, oltre a qualche protezione aggiuntiva, come gli pterugi e gli schinieri. Gli elmi dei militari imbarcati rappresentati sugli antichi bassorilievi sono del tutto analoghi a quelli indossati, nelle stesse epoche, dalle forze terrestri. Ciò era peraltro già valido durante la repubblica, fin dalla prima guerra Punica, come abbiamo potuto anche verificare con il rinvenimento di elmi di tipo Montefortino nelle acque della battaglia navale delle Egadi ve ne sono due, di tipo imperiale Gallico, riconducibili ai classiari. Il primo era appartenuto a Lucio Lucrezio Celere, uno dei classiari della flotta Misenense inquadrato nella neocostituita I legione Adiutrice, schierata a Mogontiacum (odierna Magonza), base della classis Germanica, appartenuto ad un classiario come Gaio Castricio Vittore, militare forse proveniente dalla flotta Ravennate e comunque inquadrato nella II legione Adiutrice, schierata ad Aquincum (odierna Budapest), base della classis Pannonica.

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Elmi di tipo imperiale Gallico utilizzati da classiari: a) elmo di Lucio Lucrezio Celere, inquadrato nella I legione Adiutrice, schierata a Mogontiacum, base della classis Germanica; b) elmo di un probabile classiario – forse milite della II legione Adiutrice – in servizio ad Aquincum, base della classis Flavia Pannonica (rielaborazione grafica D. Carro di immagini di origine non precisata ampiamente diffuse sul Web)

All’epoca di Vegezio i classiari potevano essere protetti da corazze in cuoio (erano pertanto loricati) oppure in metallo (e quindi catafracti) perché vi era stata una generale tendenza, nel tardo impero, a rinforzare sempre più le protezioni dei combattenti. È tuttavia presumibile che nell’alto Impero la corazza prevista per i classiari fosse la lorica, in cuoio, perché era più leggera e più adatta a militari che dovevano mantenere un sufficiente grado di agilità per combattere a bordo ed eventualmente arrembare una nave nemica, essendo altresì in grado di nuotare qualora caduti per sventura in mare. Dei classiari protetti da corazze ed elmi sono rappresentati sul già citato bassorilievo della nave di Palestrina e su qualche altra analoga scultura navale. Oltre a quei militari anonimi, possiamo ora riferirci ad un classiario sicuramente appartenuto alla flotta pretoria Ravennate ritratto in completo abbigliamento militare su di una stele alta più di un metro rinvenuta nella zona archeologica di Classe nel settembre 2005: si tratta del giovane ufficiale subalterno (optio) Montano Capitone, imbarcato sulla liburna Aurata (cioè Dorata) nel I secolo d.C.. Egli indossa una corazza anatomica (lorica musculata), probabilmente in cuoio, con spallacci a squame. Da tali spallacci e dalla parte inferiore della corazza sporgono le frange degli pterugi (pteryges), quelle spesse cinghie di cuoio utilizzate a protezione degli avambracci, dell’inguine e delle cosce.

Quale ulteriore protezione del corpo potevano essere indossati anche gli schinieri (ocreae) che coprivano la parte anteriore delle gambe, come gli odierni parastinchi. Essi risultano sicuramente presenti, probabilmente in cuoio, nel bassorilievo della nave di Palestrina, e forse anche nel ritratto del classiario misenate Quinto Stazio Rufino del II secolo, appartenente ad una centuria distaccata ad Atene.

A completamento delle protezioni individuali vi erano gli scudi che, per i classiari – secondo Vegezio – , erano più ampi e più resistenti all’impatto dei proiettili scagliati dal nemico. In effetti, vediamo in molte rappresentazioni di navi da guerra romane la presenza di classiari protetti da grandi scudi ovali, il cui peso è stato valutato dell’ordine di una decina di chili: in alcuni casi sulla parte esterna di tali scudi risulta presente un elemento di rinforzo in ferro o legno applicato lungo l’asse verticale (spina) – il cui aspetto richiama alla mente la forma di un ceppo d’ancora –, mentre in altri casi la superficie esterna è ornata con il simbolo del tridente di Nettuno. Sui monumenti funerari dei classiari vengono invece rappresentati perlopiù degli scudi più piccoli e di forma tonda, come quello presente sul bassorilievo rinvenuto al Pireo e che ritrae il naufylax Marco Valerio Capitone della flotta pretoria Misenense.
Le armi da taglio utilizzate dai classiari sono il gladio (gladius), che aveva una lama appuntita lunga circa 75 cm e tagliente da entrambi i lati, e il pugnale (pugius), probabilmente usato come arma di riserva oltre che come coltello. Un gladio, riposto in un fodero decorato, è rappresentato appeso alla cintura del già citato optio Montano Capitone, mentre un pugnale (oltre al gladio) appare alla cintura del classiario ravennate Tito Taronio Celere deceduto al Pireo. Fra le armi da taglio vanno incluse anche le falci (falces), impiegate a bordo per tagliare il sartiame delle navi nemiche. Le armi da getto erano le lance e i giavellotti. Fra i vari tipi esistenti, hasta/hasta navalis e pilum risultano essere quelli adoperati dai classiari. Sui monumenti funerari, tali armi appaiono tenute nella mano destra dai già citati Gaio Licinio Romolo (hasta navalis), Tito Flavio Sabestiano (hasta) e optio Montano Capitone (pilum). In merito al pilum, in particolare, un paio di lanci anomali riferiti dalle fonti antiche avevano originato la diffusa credenza che si trattasse di un’arma progettata per piegarsi dopo aver trapassato uno scudo, allo scopo di non consentirne l’estrazione, pregiudicando il successivo utilizzo di entrambi gli oggetti da parte del nemico.

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Resti del classiario armato di gladio e pugnale, appartenente alla flotta Misenense comandata da Plinio il Vecchio, che condusse una missione navale di soccorso durante l’eruzione vesuviana del 79. Il classiario (che doveva essere un ufficiale) venne sorpreso dalla prima nube ardente sull’antica spiaggia di Ercolano, mentre attendeva il ritorno della propria quadrireme. In basso, particolare dello stesso gladio, esposto nell’Antiquarium pompeiano (elaborazione grafica D. Carro).

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Particolari di una nave nave rostrata romana partecipante alla battaglia navale d’Azio: a) sulla prora spicca una torre di combattimento; b) primo piano dell’armamento di un classiario (elmo, lorica, pterugi e scudo; la scultura spezzata all’avambraccio non ci consente di vedere il gladio che era verosimilmente impugnato con la mano destra) e dell’emblema rappresentato sull’altro scudo ovale (il tridente di Nettuno). Bassorilievo navale proveniente da Palestrina e custodito dai Musei Vaticani (foto R. D’Amato).

Le prove pratiche effettuate hanno dimostrato l’assenza di quella presunta caratteristica del pilum, che, al contrario, risulta concepito per penetrare lo scudo senza flettersi, colpendo chi sta dietro per ripararsi. Il pilum è citato nell’epoca augustea come arma usata negli scontri navali.

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soldati romani in marcia con il pilum – metope Tropaeum Traiani, Adamclisi, Romania
Adamclisi Metope 27.jpg – Wikimedia Commons

Fra le armi da lancio, infine, Vegezio ha incluso sia le frecce (sagittae) e le palle di piombo (plumbatae) – con le due armi che lanciavano tali proiettili –, sia gli attrezzi navali da lancio. Oltre alle normali frecce, che hanno rivestito un ruolo particolarmente rilevante nelle fasi ravvicinate di tutte le battaglie navali dell’antichità e del medioevo, vengono citate quelle incendiarie (ardentes sagittae), avvolte con stoppa imbevuta di olio incendiario, zolfo e bitume: esse venivano infiammate e tirate con gli archi verso le navi nemiche ove provocavano incendi difficilmente domabili, come si vide nella battaglia navale d’Azio.

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Enns ( Upper Austria ). Museum Lauriacum, Plumbatae ( 4/5 secolo d.C.) ML – Plumbatae.jpg – Wikimedia Commons

Per il lancio delle palle di piombo venivano utilizzate la fionda (funda) e il mazzafrombolo (fustibalus), costituito da un’asta con una fionda ad una estremità. Gli altri tipi di armi da lancio navali, che servivano per agganciare le navi nemiche in modo da poterle abbordare, erano il grappino d’arrembo (manus ferrea o copla) e l’arpagone (harpago).

Domenico Carro

estratto dal saggio Classiari di Domenico Carro – Supplemento alla Rivista marittima aprile-maggio 2024 – per gentile concessione della Rivista Marittima, dedicato alla memoria del figlio Marzio, corso Indomiti, informatico visionario e socio del Mensa, prematuramente scomparso

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