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Titolo : Impariamo a ridurre le plastiche in mare

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Francois l’Olonese, il bucaniere

livello elementare
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ARGOMENTO: STORIA NAVALE
PERIODO: XVII SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: pirateria
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Tra i tanti pirati che scorrazzarono nel XVII secolo nel mare dei Caraibi, forse il più sanguinario e feroce fu Jean-David Nau, un pirata francese meglio conosciuto come François l’Olonese che passò alla cronaca del tempo per la ferocia, audacia e propensione alla tortura delle sue vittime. Si sa i pirati non avevano normalmente molti riguardi per i prigionieri, ma l’Olonese sembra che si dilettasse di persona, facendo a pezzi i malcapitati anche quando aveva promesso loro la vita salva in cambio della resa.
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Di famiglia povera, durante l’infanzia e l’adolescenza lavorò come servo presso un proprietario terriero sulle coste dell’isola di Martinica dove era arrivato dalla madre patria, la Francia. Alexandre Exquemelin, nel suo libro “La storia dei bucanieri d’America”, riferisce che Jean-David Nau nacque sulle coste atlantiche a les Sables-d’Olonne, da cui l’epiteto l’Olonese. Arrivò per la prima volta nei Caraibi nel 1650 ed iniziò a vagare tra le isole caraibiche prima di arrivare a San Domingo e diventare poi un bucaniere.
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Combattimento con spade corte da serie “Scene di guerra” di Hans Ulrich Franck, 1656. British Museum

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Bucanieri

I bucanieri prendevano il loro nome da boucan, uno strumento usato per affumicare la carne degli animali, che derivava da un termine degli indigeni tupiguaranì/arawak che usavano questo tipo di cottura disponendo la carne su graticole chiamate barbicoa (la parola barbecue deriva da questo termine). I bucanieri erano inizialmente dei cacciatori di frodo francesi, ai quali si unirono presto reietti di diverse nazionalità. Vivevano nelle paludi costiere e vendevano le pelli e le carni degli animali cacciati agli altri coloni; in seguito trovarono più conveniente darsi alle razzie dei villaggi, senza farsi troppi problemi.
Vedendo nei bucanieri degli utili alleati, l’Inghilterra decise di legalizzarli per attaccare la potenza rivale ovvero la Spagna. I bucanieri si distribuirono in diverse basi ma forse la più importante divenne Port Royal in Giamaica; iniziarono così azioni continue contro le navi spagnole, ma anche francesi e olandesi. Molte informazioni su questi pirati provengono dai disegni dell’opera di Alexandre Exquemelin, e si ritiene siano veritieri in quanto anche lo scrittore abbracciò la stessa causa per ben due anni.

membro della filibusta con fucile a canna lunga da   chart of Le Cap Francois on Saint-Domingue, 1686, by P. Cornuau.

Sebbene il fucile a canna lunga, era la loro arma principale, la sciabola per i pirati divenne strumento individuale di riconoscimento del loro armamento. Esso includeva anche una o due pistole e una cartuccera che spesso conteneva fino a trenta cartucce. Durante gli assalti e gli abbordaggi potevano dotarsi di bombe a granata. Quei lunghi coltellacci (da cui probabilmente deriva il termine cutlass) divennero sotto un certo aspetto un elemento caratteristico di questi avventurieri che fu poi mutuato dagli altri pirati e … dai marinai, come arma individuale, fino al secolo scorso. Le loro armi sembra abbiano avuto un’origine nord europea, essendo molto simili alle armi olandesi o tedesche classiche della fine del XVII secolo, con lame relativamente corte e con grandi cocce di ferro. Se i disegni riportati sul libro di Alexandre Exquemelin sono veritieri, sono proprio le cocce ad identificarne l’origine. I disegni delle armi dei pirati hanno cocce molto simili per grandezza a quelle delle sciabole olandesi e tedesche, notoriamente più grandi delle altre europee.
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Un paio di bucanieri a Petit Goave, 1688, da una carta di P. Cornuau. (Archives Nationale d’Outre-Mer)


La coccia era una specie di coppa metallica fissata fra la lama e il manico della sciabola e costituiva una delle tre parti che componevano la guardia. Si trattava di un’arma temibile, dotata di lame leggermente ricurve. Sebbene utilizzate anche a terra, queste sciabole divennero le armi preferite dei marinai in quanto abbastanza robuste da tagliare i cavi e le manovre delle vele ma anche per essere usate poi con facilità nei combattimenti di abbordaggio ravvicinati.

Torniamo ora al protagonista di oggi, Francois l’Olonese

Dopo essersi dato alla pirateria Francois de Nau naufragò vicino a Campeche, una regione settentrionale atlantica del Messico. I soldati spagnoli li attaccarono, uccidendo quasi tutto l’equipaggio, ma l’Olonese, coprendosi con il sangue dei suoi uomini, si salvò nascondendosi tra i morti. Dopo la partenza degli Spagnoli, con l’aiuto di alcuni schiavi fuggiti dalle piantagioni, catturò una nave spagnola con novanta marinai a bordo e si diresse verso l’isola di Tortuga con il suo nuovo equipaggio di soli venticinque uomini. La spregiudicatezza dell’Olonese gli permise di catturare la città chiedendo addirittura un riscatto ai Sovrani spagnoli. Il governatore dell’Avana inviò allora una spedizione per catturarlo ma l’Olonese, con l’astuzia, catturò i soldati e … tanto per cambiare … li decapitò. Solo uno fu risparmiato per portare un chiaro messaggio all’Avana: “Da quel momento in poi non darò mai un quarto a nessuno spagnolo“.

Nel 1666 salpò da Tortuga con una flotta di otto navi e un equipaggio di 440 pirati per saccheggiare Maracaibo nell’attuale Venezuela, unendosi con un altro bucaniere Michel le Basque. Lungo il percorso, per non perdere l’abitudine, abbordò una nave del tesoro spagnola catturando il suo carico di fave di cacao (all’epoca un bene molto prezioso), pietre preziose ed oltre 260.000 dollari spagnoli.

Fortezza di San Carlos de la Barra

La città di Maracaibo era difesa dalla Fortezza di San Carlos de la Barra, protetta da sedici cannoni, una fortificazione ritenuta da molti inespugnabile. Francois l’Olonese decise di avvicinarsi dal suo lato meno difeso, passando dall’entroterra,  e catturò la fortezza in poche ore. Quindi si diresse per saccheggiare la città. Scoprendo che la maggior parte della popolazione era fuggita, nascondendo l’oro, decise di fargliela pagare ai pochi sventurati rimasti. Iniziò un incubo. Li fece torturare fino a quando non rivelarono dove avevano nascosto i loro beni e, in quel frangente, l’Olonese confermò la sua fama di esperto torturatore che includeva la mutilazione e la messa sul fuoco delle vittime.
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Nei due mesi seguenti i bucanieri continuarono a saccheggiare e violentare le donne del luogo; infine misero a ferro e fuoco gran parte di Maracaibo e si diressero verso San Antonio de Gibraltar, sulla sponda orientale del lago Maracaibo. Nel massacro che ne seguì morirono 500 soldati della guarnigione di Gibilterra ed i bucanieri trattennero la città per riscatto. Nonostante il pagamento del riscatto (20.000 pezzi di otto e cinquecento capi di bestiame), l’Olonese continuò a saccheggiare la città acquisendo un totale di 260.000 pezzi da otto, gemme, argenteria, sete e un certo numero di schiavi. La notizia delle sue crudeltà a Maracaibo e Gibilterra raggiunse la Tortuga alimentando la sua fama sinistra. Fu così che gli fu dato il soprannome di “flagello degli Spagnoli”, Fléau des Espagnols.

Nel 1667, arruolò ben settecento pirati per una spedizione sulla terraferma centroamericana. Dopo aver saccheggiato Puerto Cavallo sulla costa dell’Honduras, gli Spagnoli decisero di tendergli un’imboscata sulla via di San Pedro. Sempre il cronista Exquemelin racconta che l’Olonese, sopravvisse ancora allo scontro e catturò due soldati spagnoli:

Estrasse la sua sciabola, e con essa aprì il petto di uno di quei poveri spagnoli, e tirando fuori il suo cuore con le sue mani sacrileghe, iniziò a morderlo e rosicchiarlo con i denti, come un lupo famelico, dicendo all’altro: “Vi servirò tutti allo stesso modo, se non mi mostri un altro modo per raggiungere San Pedro“.

Fu così che riuscì a scamparla nuovamente e a raggiungere la sua nave. Ma il vento della sua fortuna girò. La nave si incagliò su un banco di sabbia sulla costa di Darién, Panama. I bucanieri cercarono di raggiungere l’interno della costa per trovare cibo ma furono catturati nei pressi della spiaggia dalla tribù indigena dei Kuna. Questa volta furono loro i carnefici. Exquemelin riporta che i nativi lo fecero a pezzi, buttandolo poi nel fuoco per mangiarselo. La leggenda dice che i nativi trovarono le sue carni molto buone ed aspettarono a lungo che altri come lui approdassero su quelle spiagge.

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