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La mancanza di innovazione militare avrà ricadute su quella civile?

tempo di lettura: 6 minuti

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livello medio

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ARGOMENTO: LOGISTICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: DIDATTICA

parole chiave: logistica e innovazione militare
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Prima di affrontare la tematica Logistica nell’ambito della Difesa, in particolare di quella navale, ritengo necessario delineare taluni aspetti che contribuiranno a rendere più chiaro il contesto generale.

Nell’attuale momento storico il mondo militare non innova più a favore di quello civile, anzi è tutto il contrario; fino al 1989, la Guerra Fredda aveva costretto gli Stati, unici ad averne le potenzialità, a proporre soluzioni produttive che, di volta in volta, hanno consentito il passaggio della tecnologia dall’ambito militare a quello civile.

Ad esempio, in Francia, l’industria aerospaziale civile ha beneficiato di tecnologie concepite per il Rafale. Attualmente questo ciclo non esiste più, non essendoci più le disponibilità finanziarie precedenti; basti pensare agli investimenti annuali di Facebook, più ingenti di quelli previsti per la Ricerca e Sviluppo europea. In questo nuovo panorama è il civile che propone gli ammodernamenti al militare, dunque non c’è da stupirsi se ora è Airbus che travasa tecnologie al militare che ha conservato, rispetto al passato, solo nicchie, peraltro insidiate dall’imprenditoria privata, come mostrato da Elon Musk.

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Anche il cosiddetto Dual Use, al netto delle valutazioni politiche, non risulta essere un tool valido per il contesto militare, visto che la Difesa dispone di fondi più ridotti e, di conseguenza di minori aggiornamenti. Tra l’altro ha bisogno di mezzi e strumenti peculiari incompatibili con la realtà civile; a questo vanno aggiunte le tempistiche di approvvigionamento, spesso così lunghe che il materiale approvvigionato giunge sovente in stato di pre–obsolescenza o comunque bisognoso di upgrade.

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modello DARPA

Gli Stati Uniti propongono il modello DARPA che, presentando effettivamente possibili sacche di diseconomia, procede comunque ad investimenti ingenti, salvo poi passare al civile quel che, di fatto, non è utile per il militare. A fronte di disponibilità finanziarie significative, il sistema propone comunque un esempio costante di Ricerca e Sviluppo.

La domanda potrebbe consistere nell’accertare cosa potrebbe essere funzionale per il nostro impianto industriale, inteso come un tutt’uno Forza Armata ed industria; se è vero che comunque, con gli adeguati distinguo tra Paesi, la nostra realtà industriale, sia essa più o meno partecipata dallo Stato, mantiene saggiamente operativa l’ala della R&D.

Rimane da accertare se e quanto la stessa sia recepibile dallo strumento militare non solo in termini finanziari volti al rinnovamento, ma anche in termini tecnici. Ovvero dimostrare quanto e come le capacità organizzative della Difesa siano capaci di rimanere al passo, o solo di subire le proposte tecniche o, peggio, le imposizioni politiche circa mezzi e strumenti magari non sempre confacenti alle esigenze belliche, ma sicuramente funzionali alle necessità dell’apparato produttivo.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è LOG6.jpg

le FF.AA. hanno e stanno dando un importante contributo nella lotta al COVID …

Senza spingersi troppo lontano, basta ricordare quanto è stato necessario accettare negli anni ’90 per permettere alla Olivetti di “piazzare” presso le F.A. una quota parte di produzione altrimenti non impiegabile e dunque, altrimenti, del tutto in perdita. Il problema si sostanzia nella capacità di rendere i grandi poli produttivi nazionali quali serbatoi idonei alle esigenze.

Se le FF.AA. intendono conquistare la cresta dell’onda, che al momento hanno perduto, devono considerare gli investimenti privati nell’ambito della R&D: non si può partecipare e trarre ricavo se non si comprende e non ci si mette in condizioni conoscitive quanto meno vicine, se non affini.

È ovvio che non si può arrivare ai livelli di spesa del privato, ma dare quanto meno la sensazione di capire quel che accade intorno non sarebbe così sbagliato, visto che, peraltro, le imprese del comparto Difesa, nel campo, sono all’avanguardia. La conoscenza, se c’è, non può rimanere per forza di nicchia, e va impartita a chi merita ed ha interesse, non unicamente quale strumento per beneficiare persone scarsamente motivate, ed interessate unicamente al grado.

In passato le capacità sono emerse ed è arrivato il momento di farle emergere nuovamente
Assodato che ora il militare trae dal civile, va detto che anche l’intelligence è più curata dalle grandi realtà imprenditoriali civili che hanno fatto proprie le lezioni della dottrina militare. Per effetto di un fenomeno di porosità inversa può sembrare i fattori si siano invertiti, e che ora siano i civili ad indicare la strada ai militari; è così, ma del resto il mondo militare ha la capacità di riappropriarsi della sua expertise?

Ormai si è invertito il circolo di innovazione militare – civile, dove anche gli uffici militari di progettazione, che davano commesse all’industria, languono. Andrebbe rivisto anche il sistema di ripartizione delle risorse, ma contemporaneamente occorrerebbe un cambio di rotta, ripartendo dalla Ricerca e dagli investimenti, quel che in fondo sta facendo Zuckerberg, che ci ricorda che il mondo civile non ha limiti a differenza di quello militare, vincolato alla gestione pubblicistica.

Dalla fine della Guerra Fredda, probabilmente il militare soffre della mancanza di un nemico che, in ambito di scambi commerciali, teneva ad esempio in vita le proibizioni del CoCom [1]; il mondo dell’imprenditoria civile è mosso dal profitto, dunque è gioco forza portato a guardare sempre al futuro, mentre nell’ambito militare si deve necessariamente badare all’allocazione delle risorse in base alle disponibilità: futuro a fronte della sopravvivenza.

Per quanto concerne l’Italia l’aspetto logistico è dunque investito da problemi che, in altri contesti internazionali, hanno conosciuto evoluzioni e soluzioni diverse; ad esempio la logistica francese non è di certo perfetta, ma risulta più funzionale in quanto correlata all’aspetto combat che fornisce report immediati riguardo a consumi e pezzi di rispetto; il nostro modello di gestione al contrario non permette di tarare con continuità e precisione operatività e consumi visto che le attività non sono molte, sono a bassa intensità e, soprattutto, che la parte esercizio è in costante sofferenza, e che la parte logistica pura non dà segnali significativi di aver compreso le basi di gestione logistica, per esempio quelle fondate sull’effettiva standardizzazione gestionale delle scorte.

In sintesi, come si fa ad individuare facilmente un mancato funzionamento in carenza di test effettivi sul campo? Sarebbe anche opportuno poter disporre di una condivisione delle lesson learned per giungere ad efficaci soluzioni manutentive, con una costante raccolta delle informazioni ed una valutazione delle performance. L’esempio delle Forze Armate tedesche fornisce un’ulteriore aspetto; in Germania, non essendoci stata partecipazione a missioni combat, mancano i necessari output verificatori dell’efficienza [2].

Da un punto di vista economico, la Classe Baden-Wurttemberg ha rappresentato un imperativo occupazionale andato in collisione con l’efficienza bellica per cui, invece di creare un aggregato industriale nazionale si è alimentata una costellazione di fornitori che, dovendo ammodernare le Unità Navali non efficienti, è andata in difficoltà. Paradossalmente, la produzione di sistemi d’arma è considerata alla stessa stregua economica di autovetture, aspetto questo inaccettabile in Francia ma, in termini politici, non così lontano dalla realtà italiana.

La propulsione della logistica militare, dunque, risiede nel prevedere possibili minacce future che impongono di considerare come capitale il problema dell’equipaggiamento. Gli USA stanno pungolando le sensibilità europee, ma non è da escludere, anche nel nostro Paese, una serie di prese di posizioni politiche che, frenando il sistema della Difesa, bloccherebbero la filiera produttiva ad esso connessa, creando seri problemi con alleati che, a nostra differenza, ancora puntano al comparto bellico.

Del resto, potrebbe risultare comprensibile (non accettabile) un generico atteggiamento di chiusura, se giustificato dalla carenza di motivazioni che, andrebbero invece esplicitate. Il problema è se i militari hanno sufficiente peso politico? Sono in grado di esporre le proprie specifiche? Qual è l’interesse effettivo dell’ascolto politico? Abbiamo la certezza che il comparto industriale, mosso dal profitto, non stia già adottando misure per salvaguardare il proprio profitto, mettendo la Difesa in difficoltà? Sappiamo gestire al meglio le sempre più esigue risorse del personale, in attesa che i numeri vengano incrementati?

In un contesto che richiama il concetto di Mediterraneo allargato, sfugge quale possa essere stata l’azione della Marina Militare sulla sfera esecutiva-amministrativa perché non si perdessero di vista gli obiettivi geopolitici non tralasciabili, coniugando l’aspetto militare navale con quello mercantile marittimo ed infrastrutturale.

A tale scopo, in Francia vige l’apposito Segretariato del Mare, organo di raccordo di alto livello in materia navale-marittima, e la Marina può contare su leggi navali ordinarie e non, come in Italia, su leggi straordinarie, di volta in volta da approvare.

Fine I parte – continua

Gino Lanzara

 

[1] Coordinating Commitee for Multilateral Export

[2] Frequenti bug informatici

 

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