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Ispezioni subacquee a Akrotiri confermano la presenza di un relitto del VI-VII secolo d.C. ma il suo porto è forse molto più antico di Andrea Mucedola

Reading Time: 5 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: ARCHEOLOGIA SUBACQUEA
PERIODO: VI – VII SECOLO 
AREA: MAR EGEO – MAR MEDITERRANEO
parole chiave: relitto

 

Nei pressi della costa meridionale di Santorini, in Grecia, a 12 km dal capoluogo Fira, si trova la Città Preistorica di Akrotiri, la più interessante attrazione dell’isola nonché uno dei più importanti siti archeologici della Grecia.

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L’insediamento di Akrotiri più antico risale al III millennio a.C. (proto cicladico), ma la città di Marinatos risale a un periodo successivo, il Medio Cicladico (XX e il XVII sec. a.C.), quando fiorì raggiungendo il periodo di massima prosperità. Fu in quel periodo che Akrotiri diventò una delle principali città portuali del mar Egeo, con edifici ben organizzati, dotati anche di una rete fognaria che correva sotto il manto stradale. Ogni edificio possedeva servizi igienici ad ogni piano con una serie di condutture di argilla inserite nelle pareti che scaricavano nella rete fognaria cittadina.

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Di fatto l’insediamento presenta numerosi edifici di diversa tipologia e grandezza, a due o tre piani, il tetto a terrazza e finestre di diverse dimensioni e, a volte, con facciate ricoperte da lastre di pietra incise.  Un edificio, a tre piani e con decine di stanze, conserva ancora dei frammenti di affreschi sulla scalinata d’ingresso del palazzo che raffigurano figure maschili che salgono gli scalini.

Cosa successe alla città?
Un terribile terremoto o forse una serie di terremoti continui costrinsero gli oltre 30.000 abitanti all’evacuazione della città nel XVII secolo avanti Cristo, prima ancora dell’eruzione del vulcano Santorini che avvenne circa nel 1627 a.C. che la distrusse e ricopri, conservandola fino ai giorni nostri. L’eruzione, secondo alcune teorie, avrebbe avuto conseguenze devastanti per la civiltà minoica causandone l’inizio del suo completo declino. Dopo una pioggia di pomici e ceneri, seguita da ciottoli più grossi e infine dalla caratteristica pomice rosa il vulcano esplose vomitando in atmosfera materiali e gas con conseguenze rilevate dall’Africa al Medio Oriente, fino Golfo persico.  Si generò anche uno tsunami, che colpì le aree costiere di Creta e devastò gli insediamenti minoici, già minati da un forte terremoto che fece fuggire gli abitanti dell’isola, di fatto salvandoli da una morte certa. 

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Akrotiri fu riscoperta solo nel 1967 grazie agli scavi voluti dall’archeologo Spyridōn Marinatos, che riportò alla luce i resti di una città minoica. Proprio a causa della deposizione delle ceneri vulcaniche sull’insediamento furono così ritrovati numerosi edifici, affreschi e ceramiche, motivo per cui viene anche chiamata la “Pompei dell’Egeo”.

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Tra gli affreschi, di cui alcuni sono raffigurati nell’articolo, ritrovati in un palazzo di Akrotiri voglio ricordare gli affreschi dei pescatori e l’enorme fregio della flotta che fanno pensare che quella opulenta città fosse anche un hub marittimo importante dell’epoca.

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Non è un caso che negli ultimi anni sono iniziate ispezioni sistematiche dei fondali che stanno incominciando a rilevare parte della antica vita marittima della città.

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Gli ultimi ritrovamenti
L’attività del 2019 è stata pianificata operando su tre compiti principali: nuove indagini sull’antico frangiflutti, sugli approcci al largo della costa ad ovest della baia e un ulteriore analisi della concentrazione di ceramica a est del frangiflutti al fine di determinarne la natura.

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Il frangiflutti, i cui resti sommersi erano stati ampiamente esaminati nel 2018, sia visivamente che attraverso misure di fotogrammetria, è stato rivisitato con l’obiettivo di calcolare il volume delle macerie cadute in gran parte ad est della struttura, al fine di accertarne l’altezza e la dimensione originaria.

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Durante l’indagine è stato chiaramente mappato un canale profondo circa 5-6 m ad est dello stesso, rilevando un ingresso per una zona di ancoraggio più riparato, a ridosso della struttura frangiflutti.

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L’ispezione condotta da archeologi subacquei, utilizzando degli scooter subacquei, ha consentito una copertura più ampia degli approcci offshore ed ha identificato nuovi reperti tra cui numerose ancore in pietra e quelli che sembrano essere i resti di un altro relitto che trasportava tegole, ancora di data incerta.

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A ovest del frangiflutti sono state rilevate anche altre concentrazioni di ceramiche, tuttavia, i rilievi più al largo verso ovest di fronte agli edifici del litorale scavati dal team di Leicester, non sono riusciti ancora a identificare eventuali resti archeologici, ipotizzando che si trattasse di un’area utilizzata forse come rada di ancoraggio. Tutti i reperti subacquei sono stati registrati, descritti, fotografati e geolocalizzati utilizzando un GPS. Solo alcuni reperti selezionati sono stati portati in superficie, privilegiando la politica della conservazione in situ dei reperti.

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Inoltre, ad est della diga frangiflutti, gli archeologi hanno rinvenuto una notevole concentrazione dispersa di resti di anfore, risalenti alla fine del VI o VII secolo d.C., sparse su un’area di circa 130.000 mq, ormai cementati alle rocce o incastonati nel coralligeno dei canaloni.

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La scoperta, avvenuta nel 2018, fece ipotizzare che potesse trattarsi dei resti del carico di un relitto antico. Le ultime prospezioni ne hanno infatti confermato la loro natura, restituendo un numero elevato di bordi e manici delle anfore (valutato intorno a 800), cosa che conferma l’ipotesi che si tratti di un relitto di una nave di discrete dimensioni. Nel mezzo dell’area è stata ritrovata anche una colonna di granito di Assuan che si ritiene appartenga al carico della nave affondata.

La ricerca continua e gli archeologi ritengono che i fondali di Akrotiri, prospero centro commerciale marittimo dell’antichità, ci riservino ancora molti segreti.  

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è lucy_blue.jpgLe foto e i disegni  sono tratti dai rapporti di ricerca della Underwater Survey 2018 e 2019 – Director: Dr. Lucy Blue, Centre for Maritime Archaeology, University of Southampton.
Lucy Blue (a lato) è laureata all’Università di Oxford nel 1996 con un DPhil in Archeologia marittima. La sua ricerca di dottorato riguardò lo studio dei porti dell’età del bronzo e delle rotte commerciali marittime nel Mediterraneo orientale. Inoltre, è membro della Royal Geographical Society, vicepresidente della Nautical Archaeology Society e fa parte del comitato editoriale di due delle maggiori riviste internazionali – Journal for Maritime Archaeology e International Journal for Nautical Archaeology. Ha anche lavorato come presentatrice nella serie “Oceans” cofinanziata dalla BBC / Discovery.

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, pur rispettando la netiquette, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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