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La sfida cinese alla potenza navale statunitense – parte II di Renato Scarfi

Reading Time: 4 minutes

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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO 
AREA: OCEANO PACIFICO 
parole chiave: Cina, flotta cinese
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Il XXI secolo è destinato a vedere la Cina, potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e Paese con l’economia attualmente più forte in assoluto, tra i maggiori attori della vita internazionale, anche attraverso una sua maggiore presenza sui mari e gli oceani del mondo.


Un consulente di alto livello della China Arms Control and Disarmament Assotiation non ha nascosto le ormai più che evidenti ambizioni marittime cinesi, dichiarando che …in futuro verranno costruite basi logistiche oltremare per consentire alla Marina militare della Repubblica Popolare Cinese di condurre operazioni su scala globale…3. Un cambio di postura rispetto al passato che indica la decisa volontà di diventare potenza globale, anche nel settore militare marittimo, recuperando iniziativa autonoma e contribuendo a decidere gli eventi mondiali, lasciando definitivamente ad altri il limitato ruolo di potenza regionale, contraddistinto da una politica estera e militare di tipo reattivo, influenzata dagli eventi globali. L’obiettivo è, quindi, raggiungere capacità analoghe a quelle della Marina statunitense, in modo da rivaleggiare nella governance mondiale. È chiaro che con il prepotente sviluppo economico registrato negli ultimi anni dalla Cina essa sente di poter gradualmente prevalere con il suo modello, in contrasto con il “pivot to Asia” attuato dagli Stati Uniti, certamente ancora significativi per la schiacciante superiorità sul piano aeronavale.

In tale contesto, è presumibile che le relazioni tra Cina e Stati Uniti rimarranno abbastanza tese e problematiche. Non è altresì ipotizzabile che la nuova amministrazione Biden decida di ammorbidire la propria postura riguardo i principali temi sul tavolo, a partire da quelle che Pechino reputa indebite manifestazioni di appoggio all’affermazione internazionale di Taiwan quale entità indipendente e, a maggior ragione, alle forniture militari che esso riceve da Washington. Le rispettive flotte, quindi, continueranno a fronteggiarsi, da una parte per affermare la sovranità cinese su alcune zone di mare contese (e sulle relative risorse sottomarine) e dall’altra per ribadire il concetto di libertà di navigazione su quelle stesse acque. Ad ogni modo, al momento appare improbabile l’eventualità di battaglie navali fra la Marina degli Stati Uniti e quella del Celeste Impero, sul modello di quelle che le navi americane e giapponesi hanno combattuto nel corso della Seconda Guerra Mondiale nel Mar dei Coralli o nelle acque al largo delle isole Midway.

In primo luogo perché la Cina oggi non sente alcuna necessità di avventurarsi in un azzardato scontro sul mare, in quanto ha ancora almeno altrettanti immediati ed equivalenti interessi politici, economici e geostrategici rivolti verso il continente euroasiatico. In secondo luogo, perché gli ammiragli cinesi sono certamente ben consapevoli della situazione di inferiorità in cui la loro flotta verrebbe a trovarsi in un confronto aeronavale con gli americani in mare aperto. Un’inferiorità, come abbiamo visto, non dipendente dal numero delle navi o dalla tecnologia a disposizione, ma dalla tipologia dei dispositivi navali impiegabili. Senza parlare dei sottomarini, su cui non sembra esserci partita, il rapporto fra le rispettive portaerei è, infatti, ancora nettamente a sfavore dei cinesi, con la U.S. Navy che dispone peraltro di unità moderne, efficienti e operativamente efficaci, mentre l’operatività delle portaerei cinesi è tutta da dimostrare. E ciò, in un confronto diretto, giocherebbe un ruolo determinante. A questo si aggiunge il fatto che, a prescindere dal livello di addestramento e dall’aggressività del personale, i vertici della Marina cinese sono coscienti che agli equipaggi manca l’esperienza bellica, un fattore che in una battaglia in mare aperto ha sempre avuto un peso non trascurabile. A differenza degli americani, infatti, la Marina cinese non ha mai combattuto e l’unica volta che lo ha fatto, alle foci del fiume Yalu contro i giapponesi nell’estate del 1895, le navi cinesi furono tutte affondate.

È, quindi, ipotizzabile che il complesso e ambizioso programma di Xi Jinping per riportare la Cina ai fasti del passato ed elevarla al rango di superpotenza mondiale prosegua nel breve e medio termine mantenendo una relativamente pacifica convivenza con gli Stati Uniti (pur con tutti i distinguo del caso), magari individuando interessi comuni che vadano oltre l’esistente rapporto conflittuale e meccanismi bilaterali di consultazione che permettano di comporre tempestivamente eventuali divergenze. Tuttavia l’esempio di Hong Kong e alcune altre iniziative unilaterali poste in essere in aree geografiche circoscritte (ad esempio, Tibet, isole Senkaku, Spratly e Paracelso), hanno creato attorno a Pechino un clima di diffidenza e di ostilità,  facendo sorgere legittimi dubbi circa la postura che la Cina potrebbe assumere quando riterrà di essere così forte da non essere sfidata da nessun Paese.

 

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è scarfi-1024x897.jpgRenato Scarfi

Pubblicato originariamente su Difesaonline

Foto: MoD People’s Republic of China / Cremlino / Twitter / U.S. Navy

2 Short Take-Off But Arrested Recovery, in italiano decollo corto e arresto assistito

3 Peter Frankopan, Le nuove vie della seta, Mondadori, 2019, pag. 110

 

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