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Contractor militari e il loro crescente impiego contro le minacce ibride – parte I di Marco Bandioli

livello medio
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MONDO
parole chiave: Milizie private a contratto, sicurezza marittima e terrestre

 

Il fenomeno della “globalizzazione” ha portato grandi e molteplici benefici nei più svariati settori delle attività umane, da quello commerciale a quello tecnologico, da quello professionale a quello ricreativo. Sfortunatamente si sono “globalizzate” anche le attività terroristiche e criminali, sfruttando appieno tutte le nuove possibilità di un mondo diventato improvvisamente più fruibile. Si sono via via formate e consolidate nuove strutture/organizzazioni, temporanee o permanenti, le cui attività risultano essere una vera e propria minaccia che può assumere svariate forme ed operare tramite le più diverse, e prima impensabili, modalità.

Minacce Ibride
Nasce così il concetto dottrinale delle “Minacce Ibride”, ovvero di minacce “messe in atto da avversari che possiedono la capacità di impiegare simultaneamente sia mezzi convenzionali che mezzi non convenzionali adattandoli al fine di conseguire i loro obiettivi”.

Le minacce sono ibride perché i loro fautori, pur essendo molto diversi tra di loro, sono in grado di unire le loro forze e le loro capacità operative per conseguire i loro rispettivi obiettivi, non necessariamente comuni. Tra questi fautori si trovano, a pieno titolo, criminali, terroristi, pirati, banditi e delinquenti comuni. Casi emblematici che evidenziano questa commistione di personaggi risultano essere quei rapimenti e sequestri di turisti (che avvengono in noti e sconsigliati Paesi) in cui non si capisce bene “chi è che fa che cosa”, nel senso che chi rapisce non è chi detiene le vittime e non è nemmeno chi chiede il riscatto! Inoltre, i malcapitati turisti vengono poi venduti o barattati, anche a più riprese, tra le diverse tipologie di personaggi in cambio di droga, denaro, armi, munizioni, esplosivi, cibo, sementi, apparecchiature, apparecchiature elettroniche, attrezzature varie, pietre preziose, veicoli, combustibili… a seconda delle necessità del momento di chi acquista e di chi vende.

I primi a percepire il nuovo fenomeno furono due ufficiali cinesi, il col. Qiao Liang ed il col. Wang Xiangsui, che avevano individuato con le loro analisi nuove forme di guerra (dottrina Liang-Xiangsui o “dottrina della guerra asimmetrica senza limiti tra terrorismo e globalizzazione” – 1999), definendo il concetto di “guerre non militari” ed evidenziando nuove forme di minaccia riconducibili a conflittualità non convenzionali… con la conseguente necessità di ridefinire la minaccia. Successivamente, il concetto è stato ripreso ed approfondito sia dalla dottrina della NATO (dottrina delle “Nuove Minacce Ibride” – 2010) che dal generale russo Valery Gerasimov (dottrina Gerasimov – 2013) confermando così la presenza di nuove forme di instabilità e nuove fonti di pericolo dovute ad una minaccia da definirsi sicuramente di natura “ibrida”, ibrida sia per le modalità operative con cui si può manifestare sia per i differenti soggetti che la possono attuare.

La minaccia ibrida, in definitiva, può generare conflitti armati dinamici, asimmetrici, non convenzionali, imprevedibili nel loro manifestarsi e difficili da prevenire. È necessario anche sottolineare la differenza, molto ben illustrata nella dottrina Liang-Xiangsui, che intercorre tra le “Operazioni militari diverse dalla guerra” e le “Operazioni di guerra non militari”. Il primo concetto può essere inteso come la sostanziale ridefinizione di quelle “Operazioni militari condotte in un contesto privo di uno stato di guerra”, quindi al di fuori di una guerra o di un conflitto ufficialmente dichiarato (e quando mai oggi viene dichiarata una guerra?!). Per ulteriore chiarezza, occorre contestualizzare tale concetto nell’ambito di quanto stabilito dall’art.5 del Trattato della NATO che sancisce il criterio di concorso comune alla difesa della collettività NATO (o di una sua Nazione) prevedendo, di fronte ad un attacco proveniente dall’esterno dell’Alleanza atlantica, una reazione difensiva automatica ed immediata, ovvero la guerra. Per inciso, per indicare le “Operazioni militari di non guerra”, si parla di “non article 5 Operations”, ovvero di tutte quelle operazioni militari che si svolgono in tempo di “non guerra”, in un tempo di tensione o di crisi, e usualmente definite come “Crisis Response Operations” (CROs) o “Non article five CROs”.

Operazioni di guerra non militari
Il secondo concetto di “Operazioni di guerra non militari”, si riferisce ad attività (in alcuni Paesi considerate come “atti di guerra”) che possono risultare gestite sia da governi che da organizzazioni civili, private, non governative e quindi, per l’appunto, “non militari” e che sono orientate a creare varie forme di destabilizzazione in uno specifico Paese preso come obiettivo. Si tratta di attività e di sistemi di varia natura finalizzati, per esempio, a garantire l’impunibilità di criminali e delinquenti, a garantire il traffico di stupefacenti, di uomini e di armi, la manipolazione delle informazioni, l’uso improprio di aiuti umanitari, la difesa politica di presunte identità etniche o il diffondersi di teorie politico-religiose finalizzate al sostegno di ideologie ostili.

Le Minacce ibride, le situazioni permanentemente instabili, le posizioni politiche e diplomatiche spesso incerte, l’impossibilità di poter avere il totale annientamento dell’avversario con la conseguente impossibilità di poter avere una “pace imposta” (ma solo una “pace negoziata”, ovviamente mai soddisfacente!), l’allontanamento costante degli obiettivi da raggiungere e l’impossibilità spesso di conseguire un ipotetico “stato finale” dei conflitti armati, tendono a rendere sostanzialmente permanenti i conflitti stessi, con tutto ciò che questo comporta sia in termini economici che di perdita di vite umane.

Tali nuovi aspetti della minaccia, sommati all’imprevedibile evolversi dei conflitti, hanno inevitabilmente modificato l’approccio al problema… e tra le maggiori novità si evidenzia il crescente ricorso alla cosiddetta “privatizzazione della guerra e della sicurezza” tramite Società/Compagnie/Agenzie private che forniscono personale specializzato in grado di affrontare situazioni incerte e ad alto rischio anche nelle zone più inospitali, instabili, ostili e pericolose del pianeta. Si tratta di quegli uomini e donne che vengono comunemente chiamati “Contractor”, o meglio “Private Military Contractor” (PMC), e che vengono gestiti dalle ormai numerosissime Società Militari Private (Private Military Firms, PMFs). Tali Società sono private in quanto sono “entità non pubbliche” finanziate, generalmente ma non necessariamente, da privati e che impiegano personale civile a tutti gli effetti, anche se la maggior parte del loro personale risulta essere di provenienza militare o da forze di polizia, in modo da garantire così una eventuale maggiore capacità di integrazione procedurale con altre forze militari, paramilitari o di polizia.

L’impiego dei “servizi privati a carattere militare” si è significativamente ampliato a livello mondiale nell’arco dell’ultima quindicina di anni anche in esito ai tagli di bilancio inferti da molte Nazioni alle proprie forze armate, “chiamate a fare sempre di più con sempre di meno”, e dal conseguente “Military Outsourcing”, ovvero dalla possibilità di poter appaltare/subappaltare un certo numero di “servizi a supporto delle forze armate” impiegate nei più disparati teatri operativi.

fine parte I 

 

Marco Bandioli 
ammiraglio aus MMI
esperto di sicurezza 

articolo pubblicato originariamente su Difesaonline (foto: web)

 

 

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