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L’importanza delle soste di sicurezza profonde: ripensamenti sui profili di risalita per immersioni con decompressione di Richard L. Pyle – Parte II

tempo di lettura: 5 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: SUBACQUEA
PERIODO: XX SECOLO
AREA: DIDATTICA
parole chiave: Pyle, decompression stop

L’originale dell’articolo, pubblicato su SPUMS Journal Vol 27 No.2 June 1997, può essere letto su  Bubble Decompression Strategies (nurkopedia.pl)

THE IMPORTANCE OF DEEP SAFETY STOPS: RETHINKING ASCENT PATTERNS FROM DECOMPRESSION DIVES di Richard Pyle (libera traduzione semplificata per la traduzione in molte lingue) – Parte II

Siete ancora scettici? Rispondete a questo: credete che la cosiddetta “sosta di sicurezza” alla fine delle cosiddette “immersioni non decompressive” [all’interno della “curva di sicurezza“, ndr] sia utile a ridurre drasticamente l’incidenza percentuale degli incidenti da decompressione? Se pensate di no, date un’occhiata alle statistiche redatte dal Diver’s Alert Network e vi ricrederete. Ma la sosta “di sicurezza” è esattamente una “sosta profonda” dell’immersione “in curva”. Se vi fa sentire meglio, allora potete guardare la sosta profonda come una “sosta profonda di sicurezza” da farsi prima di risalire alla prima sosta di decompressione “richiesta”. Come sapete, la vostra prima sosta di decompressione “richiesta” è funzionalmente equivalente all’emersione effettuata “al limite di curva”. Non credete che per le immersioni “al limite di curva” la “sosta di sicurezza” sia ancora più importante? Alcuni di voi staranno pensando: “Io faccio già soste di sicurezza nelle mie immersioni con decompressione: mi fermo sempre 3-6 metri al di sotto della mia prima sosta richiesta.” Anche se questo è un passo nella direzione giusta, non è quello di cui sto parlando.

Vi chiederete che differenza c’è tra una sosta a 5 metri di profondità in un’immersione in curva e una sosta 5 metri al di sotto della prima prescritta per la decompressione. La differenza è che, siccome le soste di sicurezza hanno lo scopo di prevenire o limitare la crescita delle bolle, e tale crescita è in parte funzione della variazione di pressione ambientale, quindi non una funzione lineare della distanza.

Supponiamo che, dopo un’immersione a 25 metri (75 feet), facciate la classica sosta di sicurezza a 5 metri. La pressione ambientale in superficie è 1 ATA, mentre a 25 metri è circa 3,5 ATA ed ai 5 metri della vostra sosta di sicurezza è 1,5 ATA – che rappresenta approssimativamente il punto medio nel dislivello di pressione fra 3.5 ATA ed 1 ATA.

Ora immaginiamo un’immersione a 60 metri (7 ATA) con una prima tappa richiesta a 15 metri (2,5 ATA). Il punto medio nella variazione di pressione ambiente si trova a (7+2,5)/2 = 4,75 ATA, cioè a poco meno di 40 metri. Allora, in una simile immersione, la sosta di sicurezza profonda andrebbe fatta a circa 40 metri: esattamente la quota alla quale ero solito fermarmi per infilare gli aghi nella vescica dei miei pesci. Ma naturalmente la fisica e la fisiologia sono molto più complesse. Può darsi che il punto medio nella variazione di pressione ambiente non rappresenti la profondità ideale per le soste di sicurezza. Infatti, posso dirvi con discreta certezza che non lo sono. Da ciò che capisco dei modelli di decompressione “bubble-based”, la prima sosta di decompressione dovrebbe essere funzione della variazione assoluta della pressione ambiente piuttosto che della variazione proporzionale e quindi dovrebbe essere ancora più profonda del punto medio nella variazione di pressione ambiente per la maggior parte delle nostre immersioni “con decompressione”. Purtroppo io dubito seriamente che i computer da decompressione comincino a implementare nei loro algoritmi i modelli di calcolo “bubble-based”, almeno non nella loro forma completa. Fino ad allora noi sommozzatori avremo bisogno di una regola semplice da seguire e che non richieda l’ausilio di un elaboratore elettronico. Forse il metodo ideale potrebbe essere semplicemente di rallentare la velocità di risalita nella porzione profonda (ndr cioè dalla massima quota  raggiunta fino alla prima tappa), ma purtroppo questo è un pò difficile da controllare, specialmente in acque libere.

Penso che invece bisognerebbe aggiungere una o più brevi soste per interrompere questa lunga porzione di risalita. Che ciò sia fisiologicamente corretto o no, dovreste pensare a tali soste come pause per consentire al vostro corpo di ambientarsi col cambio di pressione ambiente.

Ecco il mio metodo (metodo Pyle) per determinare le soste di sicurezza profonde:

a. calcolare tradizionalmente il profilo di decompressione per l’immersione da fare, usando un algoritmo qualsiasi;

b. misurare la distanza dal fondo (al momento in cui comincia la risalita) alla prima sosta di decompressione “richiesta” e trovare il punto medio. Sarebbe più esatto usare il punto medio della variazione di pressione, ma per la maggior parte delle immersioni “tecniche” questo è molto vicino al punto medio della distanza lineare che è molto più semplice e immediato da calcolare. Questa quota rappresenterà la prima tappa profonda di sicurezza a cui trascorrere 2-3 minuti;

c. ricalcolare il profilo di decompressione per una immersione cui è stata inclusa la tappa profonda di sicurezza (la maggior parte dei software è in grado di gestire una immersione multi-livello);

d. se la distanza fra la prima sosta di sicurezza profonda e la prima sosta “richiesta” è maggiore di 10 metri (30 feet), aggiungere una seconda sosta di sicurezza profonda al punto medio fra la prima sosta di sicurezza profonda e la prima sosta “richiesta”;

e. ripetere se necessario finché la distanza fra l’ultima sosta di sicurezza e la prima sosta “richiesta” non si è ridotta a meno di 10 metri.

Per esempio, immaginiamo un’immersione in trimix a 100 metri (300 feet), per la quale il software da tavolo prescriva una prima sosta “richiesta” a 33 metri (100 feet). Bisognerà ricalcolare il profilo aggiungendo brevi soste (di 2 minuti) a 66, 50 e 40 metri (200, 150 e 125 feet). Naturalmente il software calcolerà un ulteriore assorbimento di gas inerte durante queste tappe ed allungherà di conseguenza le successive soste di decompressione. Comunque, secondo la mia esperienza (e, sembrerebbe, secondo l’esperienza di molti altri), la notevole riduzione della probabilità di incorrere in incidenti da decompressione non farà rimpiangere i costi di tale maggior tempo di decompressione. Infatti, sarei pronto a scommettere che i benefici derivanti dalle soste profonde di sicurezza sono tali che potrebbero far ridurre il tempo totale di decompressione (consentendo di abbreviare le soste successive) conservando ancora un livello più basso di probabilità d’incidente. Ma finché questa mia convinzione non viene confortata da uno studio scientifico, teorico o sperimentale, sarà bene tenersi al sicuro ed effettuare integralmente tutte le soste prescritte e calcolabili con i software tradizionali.

Un’ultima cosa
Come già sanno tutti quelli che leggono la mia corrispondenza nei forum e nelle liste di discussione a cui partecipo, io sono un accanito sostenitore della responsabilità personale nell’attività subacquea. Se scegliete di seguire i miei consigli e aggiungete le soste di sicurezza profonde nei vostri profili di decompressione, benissimo. Se scegliete invece di continuare a seguire i vostri profili di decompressione prodotti dal computer, altrettanto bene.
Ma qualsiasi cosa facciate, sarete sempre totalmente ed unicamente responsabili di ciò che vi accadrà sott’acqua!

Siete mammiferi terrestri e non avete niente da andare a fare sott’acqua. Se non volete accettare responsabilità, rimanete all’asciutto. Se avrete spiacevoli conseguenze dopo un’immersione in cui avete effettuato soste di sicurezza profonde secondo il metodo suggerito da me, ricordate che è solo colpa vostra per aver seguito i consigli di un “pesciolino”, un dilettante!

Desidero ringraziare Eric Maiken per avermi spiegato la fisica delle bolle e per aver aggiunto qualche base teorica alle mie stupide idee.

Richard Pyle

 

in anteprima  Richard L. Pyle preparing to conduct a dive to 150 m in Anilao, Philippines, using a Poseidon SE7EN closed-circuit rebreather. The photo was taken during a joint expedition with Bishop Museum and the California Academy of Sciences to survey Mesophotic Coral Ecosystems.  autore Luiz A. Rocha File:Richard L. Pyle On Boat in Philippines, with Poseidon SE7EN Rebreather.jpg – Wikimedia Commons

 

Bibliografia

Bennett, P.B. 1996. Rate of ascent revisited. Alert Diver, January/February 1996: 2.

Hamilton, B. and G. Irvine. 1996. A hard look at decompression software. DeepTech, No. 4 (January 1996): 19- 23

LeMessurier, D.H. and B.A. Hills. 1965. Decompression sickness: A thermodynamic approach arising from a study of Torres Strait diving techniques. Scientific Results of Marine Biological Research. Nr. 48: Essays in Marine Physiology, OSLO Universitetsforlaget: 54-84.

Weinke, B. 1995. The reduced gradient bubble model and phase mechanics. DeepTech, No. 3 (September 1995): 29-37.

Yount, D.E. 1988. Chapter 6. Theoretical considerations of Safe Decompression. In: Hyperbaric Medicine and Physiology (Y-C Lin and A.K.C. Niu, eds.), Best Publishing Co., San Pedro, pp. 69-97.

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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