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livello elementare.
ARGOMENTO: REPORTAGE
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: PUGLIA (TARANTO)
parole chiave: Triglio, Galeso, Mar Piccolo
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Chi ha avuto la fortuna di visitare la bella città di Taranto sa che uno degli accessi è l’antico ponte di pietra. Nei suoi pressi arriva l’acquedotto del Triglio che parte dalle gravine di Crispiano e Statte ed arriva fino a piazza Fontana che dà sul ponte di pietra a Taranto. L’acquedotto romano del Triglio fu costruito dai Romani fra il I sec. a.C. e il I d.C. non per usi privati, come creduto, ma per il rifornimento idrico delle navi. Una parte delle condutture si sviluppa nel sottosuolo e parte è sopraelevata con una bella struttura ad archi.

La condotta ipogea proveniente dal territorio fra Crispiano e Statte, raccoglie le acque provenienti da sei gravine e , ad una profondità di circa 9-10 m, convogliano in un’unica condotta idrica che si dirige verso Taranto. L’Acquedotto è alimentato dalle sorgenti che scaturiscono dal Monte Crispiano, confluendo nella vallata del Triglio, ed è costituito da un sistema di gallerie sotterranee artificiali scavate in un banco roccioso. Le gallerie sono alimentate da sei sorgenti, alcune delle quali sono fossili. Queste acque sono drenate, attraverso dei raccordi, in un collettore e vengono convogliate in una galleria principale che passa sotto la collina Montetermiti (una frazione di Crispiano), attraversa Statte, in Via Delle Sorgenti, passa nei pressi dell’attuale Casa Comunale, quindi raggiunge la Fontana Vecchia di Statte e prosegue in direzione di Taranto incanalata sugli archi fino alla città, dove nel suo ultimo periodo di lavoro, alimentava la fontana della Gran Piazza (Piazza Fontana).

Distrutto un tratto di una ventina di metri. Altri archi sono a rischio per la pietra erosa dall’acqua, dalle emissioni e dal degrado. Si trova sulla Taranto-Statte alle spalle del siderurgico. Pare che il nome del rione tarantino “Tamburi” derivi dalla grande fontana che accoglieva l’acqua del Triglio, una tale portata da generare una cascata talmente rumorosa che a distanza se ne ascoltava il boato.
L’acquedotto del Triglio non fu costruito per l’abitato di Taranto, come si è sempre creduto, che non poteva mai raggiungere per la particolare conformazione orografica del territorio, ma per un molo esterno al porto, tornato alla luce nel 1900 in occasione dello sbancamento dello Scoglio del Tonno per la costruzione della nuova stazione ferroviaria e del porto mercantile. Nel 1884 l’Amministrazione comunale decise di ripristinare tutto il condotto, per far giungere l’acqua alla base navale, all’Arsenale e al Borgo. Questo durò fino all’ultimo utilizzo, nell’agosto del 1943, quando i bombardamenti alleati distrussero i condotti al rione Tamburi.

Ho fotografato il tratto dell’acquedotto che passa vicinissimo all’acciaieria,10 m circa, e si vede il camino E312 dell’agglomerato che emette grandi quantità di polveri e diossina. La costruzione, erosa dalle polveri e dalla incuria, ha assunto un colore rosso marrone per le polveri di ferro che vengono emesse dall’industria.

Anche la vegetazione e tutto ciò che è in zona hanno assunto un colore rossastro innaturale. Un ver vulnus nell’habitat del mar Piccolo dove sfocia anche il fiume Galeso dove, si narra, Virgilio amasse riposare sulle rive. Nel corso del Medioevo si era diffuso un culto della personalità di Virgilio che ben presto travalicò la semplice fama di sapiente e gli vennero attribuite delle capacità soprannaturali a cui si faceva riferimento con l’epiteto di Virgilio mago. 
In questo contesto ebbe origine una leggenda secondo la quale il poeta latino disputava alle streghe il dominio di Taranto e quindi cercava di affezionarsi i tarantini con opere ad essi accette. In un periodo di particolare siccità Virgilio cominciò la costruzione di un acquedotto che terminò in una notte. Le streghe, non volendo essere da meno, cominciarono la costruzione di un altro acquedotto (quello di Saturo) ma al sorgere del sole avevano portato a termine solo metà del lavoro e vennero a sapere che Taranto riceveva già l’acqua grazie all’opera di Virgilio. La leggenda ebbe origine probabilmente dal fatto che il condotto di Saturo non giungeva sino alla città al contrario di quello del Triglio.
“Ricordo che sotto le torri della rocca di Taranto, dove il Galeso ricco di ombre bagna i campi biondeggianti, ho visto un vecchio di Corico, che aveva pochi iugeri di terra abbandonata, e quella terra non era fertile, se lavorata dai buoi, né adatta all’allevamento, né alle viti. Tuttavia questi, piantando un po’ d’erba, qua e là, gigli, verbene e papaveri commestibili, eguagliava in cuor suo le ricchezze dei re e, tornando a casa a tarda sera, riempiva la mensa di cibi non comperati. Per primo coglieva le rose a primavera e i frutti in autunno, e quando il triste inverno spaccava ancora le pietre con il freddo e con il gelo fermava il corso dei fiumi, egli già tagliava la chioma del molle giacinto, irridendo il ritardo dell’estate e l’indugio degli zefiri. Quindi sempre per primo aveva in abbondanza api feconde e denso sciame e raccoglieva il miele schiumoso, spremuto dai favi. Aveva anche tigli e pini fecondi, e di quanti frutti nella nuova fioritura si era rivestito l’albero fecondo, altrettanti in autunno ne restituiva maturi. Sapeva disporre gli olmi adulti in filari e i peri durissimi e pruni selvatici che producevano già le prugne e platani, che offrivano ombra a chi beveva.” Virgilio.
Vincenzo Popio
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