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Henry Kissinger: come ottenere un nuovo ordine mondiale

tempo di lettura: 8 minuti

 

livello elementare

.

ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ORDINE MONDIALE
parole chiave: Henry Kissinger, ordine mondiale

 

Dopo aver compiuto 100 anni il maggio scorso, Henry Kissinger, mantenendo uno spirito critico e costruttivo fino all’ultimo giorno, è deceduto il 29 novembre 2023. Su questo grande statista ci sarebbe molto da scrivere, se non altro per la sua non comune capacità politica che guidò alcuni degli eventi più importanti del secolo scorso.

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Forse il suo saggio più importante degli ultimi anni è il “World Order,  Reflections on the Character of Nations and the Course of Historyin cui lo statista analizzò l’evoluzione del concetto di ordine mondiale, considerando meticolosamente le differenze fra i popoli che svilupparono le loro civiltà autonomamente ed in aree geograficamente non a contatto fra loro.  Nella sua analisi, Kissinger identificò quattro fattori che plasmarono storicamente l’ordine mondiale: la pace di Westfalia dell’Europa del XVII secolo, la filosofia dell’impero centrale della Cina imperiale, il suprematismo politico-religioso dell’Islam e l’idealismo democratico degli Stati Uniti.

Secondo Kissinger, il concetto di “ordine mondiale globale” non è mai esistito in quanto un concetto di ordine fra più Stati apparve per la prima volta nell’Europa occidentale solo quattro secoli fa, al termine della Pace di Westfalia, due conferenze che potremmo definire regionali in quanto condotte senza il coinvolgimento di Paesi appartenenti ad altri continenti o civiltà. Quello che fu concordato fu il risultato di quasi un secolo di conflitti settari e politici in tutta l’Europa centrale che era culminato nella Guerra dei Trent’anni del 1618-48. Nel mezzo di queste lotte sanguinose si mescolarono controversie politiche e religiose che portarono ad una guerra totale che decimò le popolazioni, causò fame ed epidemie riducendo di quasi un quarto la popolazione dell’Europa centrale. Fu gioco forza che le potenze dell’epoca decisero di incontrarsi per definire una serie di accordi e fermare lo spargimento di sangue. In pratica, in un Europa frammentata politicamente e religiosamente, al termine di guerre tra fazioni non in grado di sconfiggere i propri avversari, furono costretti a ricercare “regole neutre per regolare la loro condotta e mitigare i conflitti”.

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Fotografia del presidente Gerald Ford, del segretario generale Lenoid Brezhnev e di Henry Kissinger che parlano in modo informale alla conclusione del vertice di Vladivostok sull’asfalto dell’aeroporto Vozdvizhenka. Pochi istanti dopo lo scatto di questa foto, il presidente Ford concluse informalmente il vertice di Vladivostok donando il suo cappotto di pelle di lupo al segretario Breznev.

Un adattamento pratico ad una realtà non più sostenibile, non legato ad una visione morale unica ma basato su un sistema di stati indipendenti che si sarebbero astenuti dall’interferire negli affari interni degli altri attraverso un equilibrio generale di potere. Di fatto, secondo lo statista, non vi fu nessuna pretesa “di verità o di regole universali” ma prevalse il buon senso (almeno per un certo tempo). Inoltre, non fu fatto nessun tentativo di includere altri Stati, come la Russia che, nello stesso periodo si stava consolidando con principi diversi nettamente in contrasto con l’equilibrio vestfaliano, ovvero un unico sovrano assoluto, un’ortodossia religiosa unificata e un programma di espansione territoriale in tutte le direzioni. Una scelta obbligata in quanto non esisteva una visione che andava oltre l’estensione geografica nota agli statisti dell’epoca, in territori da loro stessi considerati “barbari” ovvero “governati in un modo incomprensibile per il sistema stabilito e irrilevante per i suoi progetti se non come minaccia”. Ma con il senno del poi, un’occasione persa di consolidare un modus operandi comune.

Si trattò di una visione limitata alla visione di quel tempo, per cui ognuno definì un modello personale per l’organizzazione legittima di tutta l’umanità, immaginando che chi governava i “vicini” di fatto aveva ordinato il mondo. In realtà i cosiddetti “Barbari” avevano sviluppato un loro modo di governare, basato su regole politiche e religiose diverse, spesso in contrasto con quelle dell’allora mondo occidentale.  In particolare, la lontana Cina aveva creato un concetto gerarchico e teoricamente universale di ordine interno, basato sulla presunta illimitatezza della potenza dell’Imperatore, applicando regole e principi che temporalmente erano già in vigore dai tempi dell’Impero romano. Come Kissinger sottolinea “Era l’apice di una gerarchia politica e culturale, distinta e universale, che si irradiava dal centro del mondo, nella capitale cinese, verso tutto il resto dell’umanità. Questi ultimi erano classificati in vari gradi “barbari” in cui il concetto di sovranità (nel senso europeo) non esisteva perché l’Imperatore del celeste impero dominava “Tutto sotto il cielo””.

Fra queste due visioni (l’europea e cinese), concettualmente molto diverse, nasceva un altro modo di concepire il mondo, l’Islam, che credeva in un ordine divinamente sancito che avrebbe pacificato il mondo. Nel settimo secolo, l’Islam, dopo aver unificato il mondo arabo, aveva preso il sopravvento su alcune province dell’ormai decaduto Impero Romano di Occidente ed inglobato il grande Impero Persiano, arrivando a governare il Medio Oriente, il Nord Africa, e vaste aree dell’Asia. Secondo l’Islam l’ordine universale comprendeva la conquista di tutti i territori popolati dai non credenti, per convertirli nella verità del messaggio lasciato dal profeta Maometto.

In pratica, alle porte di un’Europa in cui esisteva un ordine “forzato” tra più Stati, si rafforzava un impero ottomano con sede in Turchia che diffondeva la sua supremazia nel mondo arabo, dal Nord Africa ai Balcani ed all’Europa orientale, di fatto consapevole della debolezza occidentale fata dalla loro frammentarietà. Esemplificativo il sultano Mehmed il Conquistatore che ammonì le città-stato italiane nel XV secolo, “Voi siete 20 stati… siete in disaccordo tra di voi… Ci deve essere un solo impero, una sola fede e una sola sovranità nel mondo.” Un messaggio ben chiaro che fa pensare che il mondo non è poi così cambiato.

Dopo la scoperta del nuovo mondo, al di là dell’Atlantico, si subirono gli effetti di molti dei mali europei, con lotte fratricide fra i coloni e genocidi delle popolazioni locali. Il vero mutamento si ebbe proprio nel XVII secolo quando, a seguito dei conflitti politici e religiosi in Europa, i coloni puritani migrarono nelle Americhe 1 con l’idea di creare una “città su una collina”, che avrebbe ispirato il mondo attraverso la giustezza dei principi divini e la forza dell’esempio. Nasceva la visione americana dell’ordine mondiale, per cui la pace e l’equilibrio sarebbero avvenuti in modo naturale e “le antiche inimicizie sarebbero state messe da parte – una volta che alle altre nazioni fosse stata data la stessa voce di principio nel proprio governo che gli americani avevano nel loro”. Secondo Kissinger, rileggendo la storia dell’umanità, tutto ciò che osserviamo oggi deriva da queste diverse visioni, per cui potremmo quindi domandarci se gli attuali leader saranno mai in grado di superare il quotidiano per raggiungere un nuovo equilibrio.

La risposta, secondo Kissinger, include tre livelli di ordine:

  • l’ordine mondiale descrive il concetto sostenuto da una regione o civiltà riguardo alla natura dei giusti accordi e alla distribuzione del potere che si ritiene applicabile al mondo intero.

  • un ordine internazionale è l’applicazione pratica di questi concetti ad una parte sostanziale del globo, abbastanza grande da influenzare l’equilibrio globale del potere.

  • gli ordini regionali implicano gli stessi principi applicati a un’area geografica definita.

Viene da sé che ciascuno di questi sistemi di ordine si basa su due componenti: un insieme di regole comunemente accettate (che definiscano i limiti di azione consentita) ed un equilibrio di potere che imponga la moderazione laddove le regole vengano a meno, impedendo a chiunque di sottomettere gli altri.

Un consenso sulla legittimità degli accordi esistenti non preclude, né oggi né in passato, competizioni o confronti, ma aiuta a garantire che essi avvengano come aggiustamenti all’interno dell’ordine esistente piuttosto che come sfide fondamentali ad esso. Un equilibrio di forze non garantisce di per sé la pace, ma se attentamente riunito e invocato, può limitare la portata e la frequenza delle sfide fondamentali e ridurre le loro possibilità di successo quando si verificano.

Inoltre, “L’equilibrio tra legittimità e potere è estremamente complesso; quanto più piccola è l’area geografica a cui si applica e quanto più coerenti sono le convinzioni culturali al suo interno, tanto più facile è distillare un consenso realizzabile. Ma nel mondo moderno c’è bisogno di un ordine mondiale globale. Una serie di entità non correlate tra loro da storia o valori (eccetto che a debita distanza), e che si definiscono essenzialmente in base al limite delle loro capacità, è probabile che generi conflitto, non ordine.

Purtroppo sono situazioni belliche che vediamo ogni giorno, esposte dai mass media nella loro crudezza, che colpiscono il cuore ma non la mente di chi potrebbe fermarle.  

Dobbiamo renderci conto che in un mondo multipolare le equazioni tradizionali per raggiungere una comunione di intenti sono fallite; forse sarebbe meglio usare il termine sperequazione, quella mancanza di uniformità ed equità nella ripartizione, in special modo in senso economico, finanziario e geopolitico, che viene sempre più negativamente considerata nei rapporti tra le vecchie e nuove superpotenze. Di fatto le potenze emergenti pretendono un ruolo maggiore nel definire le regole del III millennio, da loro giustificato da motivi demografici che però spesso nascondono aspirazioni diverse e ben più antiche. Un sistema di equazioni complesse le cui variabili hanno in comune un fattore comune l’instabilità che continua a governare i rapporti tra le nazioni.

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Henry Kissinger, ex segretario di Stato americano e consigliere per la sicurezza nazionale dei presidenti Richard Nixon e Gerald Ford, discute della guerra del Vietnam con il direttore della Biblioteca presidenziale della LBJ Mark Updegrove martedì 26 aprile 2016. Kissinger, che ha svolto un ruolo di primo piano nella diplomazia e politica militare durante la guerra del Vietnam, è stato l’oratore principale del primo giorno del vertice di tre giorni sulla guerra del Vietnam della Biblioteca presidenziale LBJ – autore Marsha Miller Henry Kissinger at the LBJ Library (2016).jpg – Wikimedia Commons

Nonostante la proliferazione di organizzazioni internazionali per migliorare i rapporti comuni, esistono ancora diverse dimensioni concettuali estremamente diverse sul come ottenere l’ordine mondiale, che derivano da presupposti opposti in cui persistono frammentazioni irreparabili. Ad esempio, il termine democrazia ha interpretazioni diverse nel mondo occidentale e può arrivare ad annullarsi in Paesi in cui la definizione non appare nemmeno nei vocabolari. Il pensiero di Henry Kissinger 2, sviluppato nel libro Order World, pubblicato nel 2014 (scritto dallo statista all’età di 91 anni), è quindi ancora attualissimo.

La sua visione sull’ordine mondiale contenuta nei numerosi scritti è sempre validissima e ci fa domandare se qualcuno l’abbia mai capita.

Andrea Mucedola

 

Note

1 i Puritani si erano proposti di “redimere il piano di Dio con una “missione nel deserto” che li avrebbe liberati dall’adesione a strutture di autorità consolidate (e, a loro avviso, corrotte)”. Lì avrebbero costruito, come predicò il governatore John Winthrop nel 1630 a bordo di una nave diretta all’insediamento del Massachusetts, un nuovo mondo.

2 Henry Alfred Kissinger, nato Heinz Alfred Kissinger, 27 maggio 1923 – 29 novembre 2023), è stato un politico e diplomatico statunitense che ha servito come segretario di Stato e sicurezza nazionale degli Stati Uniti, consigliere sotto due amministrazioni presidenziali. In particolare, come consigliere per la sicurezza nazionale sotto Nixon, Kissinger fu pioniere della politica di distensione con l’Unione Sovietica, cercando un allentamento delle tensioni tra le due superpotenze. Come parte di questa strategia, negoziò i colloqui sulla limitazione delle armi strategiche (culminati nel trattato SALT I) e il trattato sui missili antibalistici con Leonid Brezhnev, segretario generale del Partito comunista sovietico. L’eredità di Kissinger è ancor oggi un argomento polarizzante nella politica americana. Nonostante fu mediaticamente condannato per aver volutamente ignorato i crimini di guerra commessi da Paesi alleati in sud america  fu unanimemente considerato un efficace Segretario di Stato e la sua politica, che venne definita Realpolitik, “giustificata” come un approccio pragmatico alla situazione del momento.

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Kissinger, qui raffigurato con Zhou Enlai e Mao Zedong, negoziò il riavvicinamento con la Cina Kissinger Mao – Henry Kissinger – Wikipedia

Di fatto fu responsabile del primo avvicinamento statunitense alla Cina di Mao, aprendo la strada al “rivoluzionario” vertice del 1972 tra Nixon, Zhou e il presidente del Partito comunista cinese Mao Zedong, nonché alla formalizzazione delle relazioni tra i due paesi. Questo pose fine a 23 anni di isolamento diplomatico e reciproca ostilità che aveva vissuto momenti di estremo pericolo come la guerra di Corea e del Vietnam. Di fatto, per il suo impegno a negoziare un cessate il fuoco nella guerra del Vietnam, ricevette il Premio Nobel per la pace nel 1973. In sua commemorazione, il presidente del Consiglio europeo Charles Michel lo ha definito uno “stratega attento al più piccolo dettaglio” e “un essere umano gentile e una mente brillante che, per oltre 100 anni, ha plasmato i [destini] di alcuni degli eventi più importanti del secolo“.

 

Alcune delle foto presenti in questo blog possono essere state prese dal web, citandone ove possibile gli autori e/o le fonti. Se qualcuno desiderasse specificarne l’autore o rimuoverle, può scrivere a infoocean4future@gmail.com e provvederemo immediatamente alla correzione dell’articolo

 

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