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livello elementare
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ARGOMENTO: BIOLOGIA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANO ATLANTICO
parole chiave: calamari
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Quando si dice la fortuna. Quanti di noi, probabilmente molto pochi, hanno avuto un incontro sott’acqua che potremmo dire, scherzosamente, del terzo tipo. Un gruppo di subacquei al largo della costa occidentale della Norvegia ha avuto un approccio ravvicinato con una grande sfera gelatinosa alla deriva che si è rivelata essere un sacco di uova di calamaro delle dimensioni di … un essere umano adulto.

Un bel video, condiviso su YouTube il 6 ottobre da Ronald Raasch, un sommozzatore della nave da ricerca norvegese REV Ocean, mostra il subacqueo che gira lentamente attorno ad una strana struttura sferica, circondata da una membrana trasparente che presenta una massa scura sospesa al suo interno. Mentre il sommozzatore vi nuotava intorno, si potevano scorgere al suo interno, illuminate dalla sua torcia, numerose piccole uova di centinaia di migliaia di piccoli calamari. Un esperienza decisamente straordinaria.
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I sommozzatori del REV Ocean hanno individuato questa massa di uova mentre stavano esplorando un relitto risalente alla seconda guerra mondiale nei pressi di Ørstafjorden, Norvegia, situato a circa 200 metri dalla costa. Stavano nuotando verso la riva, ad una profondità di 55 piedi (17 metri), quando hanno visto quell’ammasso vivente che fluttuava nell’acqua. Raasch ha descritto scherzosamente quella strana struttura come una sfera gelatinosa a forma di polpo.

Blob cosmopoliti
In realtà non è la prima volta che dei subacquei incontrano questi blob biologici nei mari di tutto il mondo. Queste strutture biologiche sono state avvistati nelle acque costiere norvegesi ma anche in Spagna, Francia e Italia, e sono documentati anche in rapporti risalenti a 30 anni fa. Gli scienziati hanno riferito la loro presenza dal Mediterraneo fino alle fredde acque atlantiche già dal 2017. Ma come si generano? Una volta che un calamaro depone la sua massa di uova nell’acqua, questa palla gelatinosa inizia ad affondare molto lentamente fino a circa 150 metri di profondità dove gli embrioni dei piccoli calamari si schiuderanno molto rapidamente. Un fenomeno noto ma ancora non del tutto compreso. Di fatto i grandi calamari producono queste masse giganti di muco all’interno delle quali decine di migliaia di uova sono incubate. Una delle ipotesi è che la femmina deponga una massa più piccola che poi si espande al contatto con l’acqua.
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uova – vedi riferimenti
I calamari sembrano produrre forme diverse di masse di uova. Ad esempio, quelle del calamaro diamantato (Thysanoteuthis rhombus), osservata in acque tropicali e subtropicali, assomigliano a un lungo tubo con fili di uova, avvolti attorno ad esso, che possono contenere oltre quarantamila uova. La rarità nella loro scoperta è dovuta per il fatto che questi globuli hanno una vita molto breve, forse di un paio di giorni, e poi vengono normalmente rilasciati a grande profondità.

embrioni di un diamond-shaped squid (Thysanoteuthis rhombus). Queste masse possono raggiungere la lunghezza di 1,8 metri – vedi riferimenti
I calamari di Humboldt (Dosidicus gigas) producono delle sfere che sono più simili ad una chiazza trasparente, come quella dei calamari di Gould (Nototodarus gouldi). Anche i calamari volanti giapponesi (Todarodes pacificus) ed i calamari volanti al neon (Ommastrephes bartramii) sembra ne producano di grandi dimensioni. Per darvi un’idea una di esse, osservata e filmata dal National Geographic nel 2015, misurava ben quattro metri di diametro.

uova di Ommastrephes bartramii
Precedentemente gli scienziati erano perplessi sull’origine di questi globi, così delicati e difficili da avvicinare da vicino. L’analisi del DNA dei campioni provenienti da quattro sfere ha recentemente confermato che si tratta di sacche di uova appartenenti al calamaro meridionale (Illex coindetii) comunemente noto come il calamaro a punta corta meridionale o calamaro a coda larga, una specie di calamari neritici della famiglia Ommastrephidae. Questi animali si trovano anche nel Mar Mediterraneo e su entrambi i lati dell’Oceano Atlantico settentrionale.
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calamaro meridionale (Illex coindetii)
La sfera osservata in Norvegia è simile ad altre sacche di uova precedentemente documentate per aspetto, dimensioni e posizione. Per avere un’idea delle loro dimensioni, questi globi misurano in media circa un metro di diametro, non sono i più piccoli ma nemmeno i più grandi.

Halldis Ringvold
Secondo Halldis Ringvold, una ricercatrice subacquea della Sea Snack Norway e leader del progetto di studio “Huge Spheres“, la massa oscura osservata al suo interno potrebbe essere con buona probabilità l’inchiostro del calamaro femminile, espulso mentre creava la sfera. Osservando il video è possibile anche vedere le uova di calamaro, molto piccole, rotonde e trasparenti. Si ritiene che le femmine possano produrre tra 50.000 a 200.000 uova. Quando l’embrione è pronto a schiudersi (e questo potrebbe avvenire dopo pochi giorni) il piccolo calamaro misura circa 0,2 centimetri di diametro. Tutto potrebbe dipendere dalla temperatura dell’acqua. Ad esempio, lo sviluppo embrionale richiede in genere da 10 a 14 giorni quando la temperatura dell’acqua è di 59 gradi Fahrenheit (15 gradi Celsius). Il calamaro che ha generato la massa osservata in Norvegia fa parte invece degli Oegopsida, ed è noto per la produzione di queste grandi sacche sferiche di uova. I ricercatori del progetto Huge Spheres stanno raccogliendo da anni foto e video degli avvistamenti di queste incredibili sfere per studiarle. E’ il caso di dirlo. La natura ci regala sempre nuove sorprese.
Riferimenti
[1] Alejandro Escánez Pérez, Rodrigo Riera Elena, Ángel Francisco González González, and Ángel Guerra Sierra. On the occurrence of egg masses of the diamond-shaped squid Thysanoteuthis rhombus Troschel, 1857 in the subtropical eastern Atlantic (Canary Islands). A potential commercial species? (2012). Zookeys. 2012; (222): 69–76.
[2] Kazutaka Miyahara, Katsuya Fukui, Taro Ota and Takashi Minami. Laboratory observations on the early life stages of the diamond squid Thysanoteuthis rhombus (2005). J. Mollus. Stud. (May 2006) 72 (2): 199-205. doi: 10.1093/mollus/eyi068
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