La Clotilda, la goletta che trasportò gli ultimi schiavi negli Stati Uniti

Gabriele Campagnano

7 Aprile 2026
tempo di lettura: 4 minuti

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livello elementare

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ARGOMENTO: STORIA
PERIODO: XIX SECOLO
AREA: STATI UNITI
parole chiave: tratta atlantica

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Un storia lunga, quella della tratta atlantica, e tremendamente dolorosa. Ma quali furono gli ultimi schiavi e quale l’ultima nave a portarli negli attuali Stati Uniti?
Parliamo della Clotilda, arrivata segretamente nella baia di Mobile (Alabama) nell’estate 1860, più di cinquant’anni dopo che la tratta degli schiavi era stata messa fuorilegge (1808). Lo schooner Clotilda era stato finanziato dall’armatore Timothy Meaher (figlio di un immigrato irlandese) e comandato dal capitano William Foster ed impiegò 126 giorni a trasportare, da un lato all’altro dell’Atlantico, 110 africani (di cui due morirono durante il viaggio). Per cancellare le prove, appena sbarcati i prigionieri su chiatte fluviali, l’equipaggio incendiò ed affondò l’imbarcazione nel delta del fiume Mobile, Alabama. Il relitto è stato identificato solo pochi anni fa, nel 2019.

Un ultimo abominevole atto
Meaher si vantò sempre di aver portato a termine questa ultimo episodio della tratta anche per scommessa, volendo dimostrare di poter eludere la legge federale e i pattugliamenti della US Navy. Il viaggio fu organizzato con una  piccola nave, senza stive adatte al trasporto di un gran numero di schiavi, per passare inosservato. Dopo lo sbarco notturno nei canneti, i prigionieri vennero smistati tra le piantagioni della famiglia Meaher e soci, spezzando deliberatamente i loro legami di parentela per evitare ribellioni. Per anni, a Mobile, tutti “sapevano” ma nessuno testimoniò: d’altronde, l’assenza di un relitto visibile e di tracce nei registri ufficiali rese quindi impossibile perseguire i responsabili. 

circa 1835, Slaves aboard a slave ship being shackled before being put in the hold. Illustration by Swain (Photo by Rischgitz) On Board a Slave-Ship, engraving by Swain c. 1835.jpg – Wikimedia Commons

Gli schiavi erano stati acquistati a Ouidah (oggi Benin) dopo spedizioni di razzia dell’esercito del regno del Dahomey, che catturava abitanti di villaggi dell’entroterra (soprattutto yoruba e fon) per venderli al grande mercato costiero. Molti racconti dei sopravvissuti, come quello di Cudjo Lewis (Oluale Kossola), parlano di villaggi assaltati all’alba, marce forzate verso la costa, e della compravendita sulla spiaggia di Ouidah prima dell’imbarco sulle scialuppe e poi sulla Clotilda per intraprendere la traversata.

Cudjoe Kazoola Lewis e Abaché facevano parte dell’ultimo gruppo di africani trasportati con la forza negli Stati Uniti a bordo della nave negriera Clotilde, nel 1914 – Fonte: Emma Langdon Roche, Historic Sketches of the South (New York: The Knickerbocker Press, 1914) – Cudjoe Abache.jpg – Wikimedia Commons

Quelle razzie rifornivano un mercato illegale da decenni che era ancora discretamente redditizio per mercanti locali ed i loro intermediari atlantici. Nei barracoon – i recinti in riva al mare dove si tenevano i prigionieri prima dell’acquisto – i prigionieri venivano marchiati, selezionati e scambiati in cambio di tessuti, armi, alcool e polvere da sparo. Il capitano Foster caricò la nave in fretta, mascherando il carico umano con false dichiarazioni e scegliendo una rotta che evitasse le navi in pattugliamento marittimo britanniche e americane. Dopo  lo sbarco, l’8 luglio 1860, la goletta salpò per finire la sua vita affondate nelle melmose acque vicino a Mobile Bay. 

Relitto della nave negriera Clotilda nel fiume Mobile (Alabama), tratto da “Historic sketches of the South” di Emma Langdon Roche, editore: New York: The Knickerbocker Press, 1914 – Wreck of the Slave Ship Clotilda.jpg – Wikimedia Commons

Dopo la Guerra Civile e l’Emancipazione (1865), i sopravvissuti della Clotilda, impossibilitati a tornare in Africa, acquistarono terreni a nord di Mobile e fondarono Africatown, una comunità autonoma dove conservarono lingua, usi e memoria della cattura. Lì ricrearono reti parentali spezzate, costruirono chiese e scuole, e negoziarono lavoro salariato in un Sud che restava ostile ai neri liberi. La loro storia fu trasmessa oralmente per decenni ed ha trovato una eco mondiale con la pubblicazione dello strepitoso Barracoon 1, risalente al 1927 ma pubblicato nel 2018.
Gabriele Campagnano
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in anteprima stampa che raffigura un marinaio su una nave negriera che sospende una ragazza africana per la caviglia a una corda che passa sopra una carrucola. Il capitano John Kimber è in piedi sulla sinistra con una frusta in mano – Fonte British Cartoon Prints Collection (Biblioteca del Congresso) attribuita a I. Cruikshank The abolition of the slave trade LCCN98510128.jpg – Wikimedia Commons

 

1 Barracoon: The Story of the Last “Black Cargo” è un’opera non-fiction di Zora Neale Hurston, basata sulle interviste che condusse nel 1927 con Oluale Kossola (noto anche come Cudjoe Lewis) che si presumeva fosse l’ultimo sopravvissuto della traversata atlantica a bordo del Clotilda. Sebbene successivamente furono identificate altre due sopravvissute, Cudjoe continuò a essere considerato come l’ultima persona vivente con ricordi nitidi della vita in Africa prima della traversata e della schiavitù.

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pubblicato in origine su Zhistorica Gli Ultimi Schiavi arrivati in USA – Zhistorica

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1. Secondo Jim Delgado, l’archeologo subacqueo che ha guidato la ricerca sul relitto della Clotilda per la SEARCH, Inc. Delgado, si tratterebbe della nave negriera più intatta esistente in quanto circa due terzi della struttura in legno della nave sono sopravvissuti nelle acque melmose del fiume. Gli archeologi hanno ritrovato nel 2019 in ottime condizioni  le paratie e dello scafo, dove sono ben distinguibili  le modifiche strutturali che resero quella goletta mercantile adatta per per il trasporto degli schiavi. Dopo il suo arrivo, il capitano della Clotilda, William Foster, cercò di distruggere le prove del suo crimine, incendiando e affondando la goletta nel fiume Mobile. 
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