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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: MEDIO ORIENTE
parole chiave: Iran, Israele, Medio Oriente
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Democrito scrisse: “Tutto ciò che esiste è frutto del caso e della necessità“. In realtà se sostituiamo la parola “caso” con Fato e “necessità” con Destino (o meglio con quei motori invisibili che regolano da sempre questa nostra Umanità, come la voglia di predominio per accaparrarsi risorse, la necessità di sopravvivenza, etc … ), non è difficile comprendere i meccanismi che muovono il mondo che ci circonda. Spesso i media si arrovellano intorno a fantasiose e ideologicamente guidate valutazioni sulla situazione internazionale ma, in realtà, non c’è nulla di complicato ed è stato tutto già scritto. Quello che conta e trova difficile (as)soluzione è il dolore degli innocenti. La Pace è quindi un’utopia? Permanendo l’attuale disordine mondiale purtroppo la risposta è si. Siamo arrivati ad un clash di civiltà dove le ragioni non possono essere considerate universali. Possiamo accettare che nel terzo millennio si torturino giovani colpevoli di andare contro la religione di Stato? Possiamo accettare che operazioni speciali stile sovietico siano ancora considerate legittime, violando i diritti di autodeterminazione di un popolo? Possiamo rinnegare le nostre radici per annichilire la nostra civiltà? Il discorso è complesso e senza un’unica risposta ma quello che trovo irritante sono alcune affermazioni pubblicate dai mass media da parte dei cosiddetti esperti della materia che, solo sulla base dei loro studi (la maggior parte non ha mai visto una zona di guerra), continuano a pontificare su questi eventi, frutto di errori di decenni.
L’attacco all’Iran, un evento da lungo tempo prevedibile che potrebbe cambiare le geometrie mediorientali
Nella drammaticità della situazione politica mondiale – e mai un tale termine può essere così adatto – stiamo di fatto pagando il prezzo di errori ripetuti e mal gestiti fatti in questi ultimi due secoli. Se il Fato è una buona scusa per giustificare il cosiddetto “ineluttabile”, tutte le nostre piaghe sono in realtà attribuibili ad errori umani che trovano la loro matrice nell’Ottocento (se non prima); scelte politiche fallaci che portarono a frettolosi ordini mondiali post coloniali, lasciando sotto la cenere braci inestinguibili. Dagli errori emersi a seguito delle dissoluzioni coloniali, alle politiche arroganti delle grandi potenze a scapito dei giovani Stati in crescita che favorirono i regimi totalitari al termine della I guerra mondiale, fino alle decisioni territoriali post seconda guerra mondiale (ancora una volta frettolose) che portarono alla luce fratture secolari in Medio Oriente. Si arriva oggi, in pieno “neo colonialismo tecnologico“, alla lotta tra vecchie e nuove superpotenze che si muovono come scimmie in una cristalleria per accaparrarsi le risorse necessarie alla loro sopravvivenza, spesso non curandosi del resto del mondo sempre più separato da una forbice sociale che non accenna ad avvicinarsi. Tutte cose che abbiamo spesso citato, certo non piacevoli da leggersi in questi primi giorni roventi di un’estate astronomicamente non ancora iniziata.

Il commento geopolitico di oggi è rivolto alla crisi israelo-iraniana, o meglio, allo stato di guerra dichiarato da Tel Aviv contro l’Iran. Da tutte le parti si ergono commenti a favore, o contro, questa situazione che è comunque grave (in questo caso non possiamo definirla drammatica). Inutile citare le ragioni ed i torti, come sapete una guerra è sempre sbagliata anche se, fateci caso, ha sempre una ragione per cui avviene. Da un lato abbiamo la politica attuale israeliana, mirata a mantenere il pieno possesso del territorio, nel tempo acquisito togliendolo alle popolazioni arabe preesistenti (con la complicità dell’ignavia della Società delle Nazioni), dall’altro il disegno politico dei Guardiani della rivoluzione iraniani2 di combattere lo stato di Israele per scopi che appaiono tutt’altro che etici.

La domanda è perché siamo arrivati a questa situazione?
Partendo dall’Iran, potremmo risalire alle origini del sistema di governo iraniano basato sul concetto di “velāyat-e faqīh”1, esposto dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, primo leader dell’Iran post-rivoluzionario. Khomeini nella sua tesi si ispirò ad Ali Shari’ati, un sociologo, saggista e filosofo iraniano, autore di una sintesi fra fondamentalismo islamico e terzomondismo. Secondo Shari’ati era necessario proporre un’alternativa alla dicotomia a livello mondiale tra capitalismo e marxismo, applicando i princìpi islamici dove l’imam diventava un leader carismatico, il jihad uno sforzo di liberazione dall’oppressore, i miscredenti ed i shahid (martiri) eroi rivoluzionari. In assenza di un iman di ispirazione divina si doveva quindi attribuire al faqīh – giurista del diritto canonico islamico – la guida del popolo. Essendo Khomeini il leader della rivoluzione che capovolse il potere dello Shah (accusato di corruzione e legami con frange occidentali corrotte), l’ayatollah assunse la funzione di guida spirituale, sostenendo che contenendo la legge islamica della sharia tutto il necessario per governare uno Stato, qualsiasi altra base di governo avrebbe portato solo all’ingiustizia e al peccato. Pertanto l’Iran, il mondo musulmano e, in definitiva, il mondo intero, secondo il pensiero rivoluzionario avrebbero dovuto essere governati secondo la sharia, controllata dai Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran2), considerati i veri detentori dell’autorità sia religiosa che politica a cui si sarebbe dovuto obbedire come “espressione di obbedienza a Dio”.
Una politica che si spinse oltre i confini dell’Iran, ricercando alleati tra le frange più estremiste del mondo arabo, tra cui l’OLP di Arafat che combatteva le attività sioniste in Palestina; dopo un’iniziale vicinanza, Khomeini cominciò a far pressione su Arafat per trasformare la sua organizzazione in un movimento di «resistenza islamica», cosa che non fu ovviamente gradita dall’OLP che aveva di base una matrice di ispirazione politica e non religiosa. Ben presto la “simpatia” tra di loro si spezzò e l’OLP fu rimpiazzato nella scena mediorientale dal regime iraniano che si appropriò della causa palestinese, ponendosi come Stato islamico difensore della loro causa. In realtà, mettendo le basi di un progetto molto più ambizioso: l’egemonia dell’ideologia scita nel mondo islamico, attraendo tra le sue file frange palestinesi e libanesi. In altre parole creando quei proxies attualmente impiegati in Libano, Siria, Yemen e, naturalmente, nella striscia di Gaza.
Sotto un certo aspetto i Palestinesi divennero doppiamente vittime della situazione, schiacciati dalla politica aggressiva dei coloni israeliani, talvolta in risposta dalle azioni terroristiche di Hezbollah, Hamas, e ora degli Houthi, trasformandosi in pedine di un gioco più grande di loro a favore di un disegno di allargamento dell’influenza iraniana nel Medio Oriente. In questo circolo non virtuoso si inserirono interessi internazionali che vanno dalle complesse influenze locali, alle politiche per l’uso delle risorse energetiche nell’area (ricordo i ricchi giacimenti tra Israele e il Libano), ai mutevoli rapporti tra le superpotenze interessate a mantenere vantaggi. Sebbene si cerchi talvolta di giustificare, specialmente tra i pensatori della sinistra internazionale, le reazioni iraniane contro il capitalismo occidentale, esistono di fatto testimonianze inequivocabili. Ricordo la dichiarazione del rappresentante iraniano alle Nazioni Unite, Saʿid Rajaʾie-Khorassani, che affermò che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani rappresentava una “comprensione laica della tradizione giudaico-cristiana“, che non “era in accordo con il sistema di valori riconosciuto dalla Repubblica Islamica dell’Iran“; per cui l’Iran non avrebbe esitato a violare quei diritti universali alla base della civiltà occidentale.

In altre parole, un chiaro antagonismo al pensiero occidentale che aveva di base delle radici giudaico-cristiane, anche se diversificate nel tempo dal processo intellettuale, politico e filosofico che ha modulato il nostro pensiero odierno. Nel neo regime iraniano le tensioni sociali si manifestarono prima nei settori sociali più poveri, che si videro privare dei sussidi statali a causa dell’aumento delle disuguaglianze interne, in particolare nelle città e le aree rurali e periferiche, e nelle aree “etniche” ovvero dove coesistevano (e coesistono) etnie diverse dai Farsi come i Baluci (detti anche Balochi) e i Curdi. Sebbene nel periodo del presidente Rouhani si era visto un debole tentativo di liberalizzare l’economia del Paese, favorendo lo sviluppo del settore privato, abolendo i sussidi ed i monopoli delle entità di proprietà dei Pasdaran, nel 2021 la situazione, con l’arrivo del più radicale Raisi, si incancrenì con il soffocamento nel sangue di molti giovani. Ricordo la morte di Mahsa Jina Amini, la ventiduenne iraniana uccisa mentre si trovava in stato di fermo presso una stazione di polizia per una presunta inosservanza della legge sull’obbligo del velo, un’eroina tra i tanti martiri della resistenza ad un regime liberticida. La risposta europea fu ferma ed il 19 gennaio 2023, il Parlamento europeo chiese sanzioni più severe contro il regime iraniano, affermando che tutti i responsabili di violazioni dei diritti umani avrebbero dovuto essere soggetti a sanzioni, e che il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche venisse aggiunto alla lista dei terroristi dell’UE. Una risposta che si unì alle oltre sessanta risoluzioni delle Nazioni Unite che condannano le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in Iran che includono il massacro dei prigionieri politici del 1988 e la brutale repressione della rivolta del novembre 2019 che provocò l’uccisione di oltre 1500 e l’arresto di 12.000 dimostranti.
Voglio sottolineare che questo comportamento non ha niente a che fare con la religione islamica; avendo vissuto per quasi un anno in un paese arabo, ho imparato a riconoscere le differenze tra coloro che seguono il loro credo (con molti distingui) e quei pochi che lo vogliono imporre interpretandolo per i loro fini personali. Sebbene l’Iran sia un Paese islamico, l’attuale regime ha una sua identità ben definita che lo distingue dai Paesi sunniti, ma anche dagli altri sciiti. Il regime teocratico di Teheran ha adottato scelte politiche ben precise che trovano una ragione nella ricerca di un deciso protagonismo nella regione Medio orientale. Il vecchio detto pecunia non olet è sempre valido e ciò non ha frenato il Regime a trovare in paesi come la Cina e la Russia (tecnicamente molto lontani dalla loro politica e credenza religiosa) dei potenti alleati contro il “satanismo occidentale” e, in particolare, contro lo Stato di Israele da sempre sostenuto dagli Stati Uniti.
Veniamo ora ad un punto caldo: la questione nucleare. il Regime rivoluzionario ha di fatto dato seguito al programma nucleare avviato negli anni cinquanta dallo Scià Mohammad Reza Pahlavi, che firmò diversi accordi con gli Stati Uniti d’America ed altri Stati europei, soprattutto Francia e Germania, che possedevano ed impiegavano tecnologie nucleari. Dopo la Rivoluzione iraniana le relazioni con i Paesi occidentali si interruppero e il primo impianto, Bushehr, fu in seguito danneggiato dai bombardamenti dell’aviazione irachena. Nel 1995, la Russia stipulò un accordo con cui si impegnava a terminare l’impianto ed a fornire il materiale fissile per una cifra iniziale di 800 milioni di dollari.
Il 14 agosto 2002 il Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana, durante una conferenza stampa a Washington, rese noto che l’Iran stava costruendo nei pressi della città di Natanz (a 200 chilometri a sud di Teheran) un impianto per l’arricchimento dell’uranio con alcune centrifughe di costruzione pakistana. Questa notizia, ed il fatto di non aver firmato il protocollo aggiuntivo al trattato di non proliferazione nucleare (TNP), spinse ad inviare sul posto degli ispettori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica (AIEA) che però non trovarono alcuna presenza di tracce di esafloruro di uranio, un composto impiegato nei processi di arricchimento dell’uranio per la produzione di combustibile nucleare ed armi nucleari. Nonostante ciò, i “5 + 1″ (i cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite più la Germania) nel mese di febbraio del 2007 approvarono una prima bozza di sanzioni, poi emanate con la risoluzione 1747 del Consiglio di Sicurezza. Nel frattempo gli Stati Uniti d’America, chiesero di cessare l’arricchimento dell’uranio e si proposero di aiutare l’Iran a costruire un reattore LWR in cambio della rinuncia a perseguire tale attività che poteva avere degli aspetti militari. Le proposte furono però ritenute inaccettabili dal governo iraniano.
Di fatto il 9 aprile 2009 entrò in funzione a Isfahan anche un secondo impianto di arricchimento dell’uranio su scala industriale, dotato di circa 7.000 centrifughe, e fu annunciato ufficialmente il possesso della tecnologia per la realizzazione di due nuovi tipi di centrifughe “capaci di fornire uranio arricchito a un ritmo diverse volte superiore” a quello finora ottenuto con le centrifughe già installate a Natanz e Isfahan.

Le preoccupazioni internazionali crebbero nel tempo dopo la pubblicazione in Iran di un articolo a firma di Alireza Forghani, consigliere di Khamenei, che affermava che “il mondo islamico deve avere la bomba nucleare” ed il diritto di produrre e possedere l’ordigno atomico al fine di “distruggere i sogni di America e Israele“. Queste le premesse, certamente non le sole, che hanno portato a questa folle escalation di guerra.
La domanda che ci possiamo ora porre è: quali saranno le conseguenze in Iran? Sarà l’inizio della caduta del regime restituendo a quel grande Paese la libertà che i giovani chiedono? Le superpotenze, che hanno tutte notevoli interessi nell’area (in primis per il traffico marittimo attraverso Hormuz), sapranno mantenere il timone al centro? Israele, il cui comportamento nella striscia di Gaza non è ragionevolmente giustificabile, sta di fatto agendo per la sua sicurezza, cercando di eliminare alla base il rischio maggiore per la sua sopravvivenza, ma non lo potrebbe fare senza il silenzio assenso statunitense e delle altre superpotenze e presenterà, prima o poi, il suo conto all’Occidente … e questo fa pensare.
C’è da aspettarsi un cambio con un regime più democratico in Iran? La struttura organica interna è estremamente radicata e nonostante il dissenso potrebbe non essere così semplice … d’altronde nessuno vorrebbe un altro Afghanistan. Come reagiranno la Russia e la Cina a questo cambio di carte sul tavolo? Tante domande che aprono diversi scenari sul quale potremmo ipotizzare ma il discorso diventerebbe troppo lungo. In sintesi, se al Fato non ci si possiamo opporre, il destino è stato già scritto in questi ultimi 75 anni … e quindi attribuire colpe all’uno o all’altro non avrebbe poi molto senso; potremmo sempre provare a modificarlo, riducendo i danni collaterali, ovvero applicando la regola che saggiamente ci ricorda Alessandro Manzoni nel XIII capitolo dei Promessi sposi, “Adelante Pedro, con juicio” … ma purtroppo non ha mai funzionato.
Andrea Mucedola
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1 velāyat-e faqīh farsi per “tutela del giurisperito”, una dottrina teologico-politica teorizzata dall’ayatollah Khomeini, pubblicata nel 1970, secondo cui, il faqīh, avrebbe il compito di agire quale sostituto tutelare dell’Imām tanto negli affari religiosi quanto nella conduzione politica della comunità sciita
2 il potere dei pasdaran non deve essere sottovalutato essendo un’organizzazione che oggi va ben oltre gli aspetti militari e coinvolge il mondo economico del Paese tramite società̀ proprie o affiliate che controllano circa un terzo dell’economia del Paese
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