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livello elementare
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ARGOMENTO: MARINE MILITARI
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: OCEANI
parole chiave: Mezzi sottomarini autonomi
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Una ventina d’anni fa alla NATO si incominciò a ragionare sulla possibilità di effettuare missioni covert lanciando da sottomarini immersi dei droni di ricerca. All’epoca le missioni da coprire riguardavano la scoperta, l’identificazione e la neutralizzazione di mine o ordigni subacquei, missioni tipicamente effettuate con sommozzatori EOD (nei limiti operativi consentiti) e/o con l’ausilio di sistemi filoguidati. L’idea di rendere autonome queste operazioni portò allo sviluppo di sistemi completamente autonomi (AUV o UUV) che potevano essere rilasciati dalle unità navali o da terra in maniera relativamente semplice. Il problema era rendere queste operazioni occulte, ovvero poterle eseguire senza rendere partecipe della loro effettuazione il possibile avversario. Si pensò subito ai sottomarini, studiando diverse soluzioni per il rilascio di questi mezzi che però mostrarono un certo numero di difficoltà tecniche. L’esigenza operativa di poter operare in maniera covert spinse quindi la marina statunitense ad approfondire diverse soluzioni.

Key West, Florida (27 luglio 2007) – I sommozzatori e gli operatori speciali della Marina Militare del Seal Delivery Team Two (SDV-2) eseguono operazioni SDV dal USS Florida (SSGN 728) per la certificazione dei materiali – Foto della Marina Militare degli Stati Uniti scattata dal Senior Chief Mass Communication Specialist (DV) Andrew McKaskle (pubblicata)
Per memoria, sin dal dopo guerra (WWII), erano stati sperimentati rilasci di operatori subacquei, inizialmente facendoli uscire dai tubi lanciasiluri (con tutte le difficoltà di rilasciarli da un tubo del diametro di 533mm allagato); poi si era optata la soluzione dell’uscita dalle torrette dei sottomarini, allagate per consentire l’apertura dei portelli esterni in modo da permettere agli incursori di accedere ai mezzi di ricognizione (trasportatori) collocati sulle selle esterne … un impiego pericoloso per gli operatori che potevano essere soggetti a rapidi e inaspettati cambiamenti di quota del sottomarino, tra l’altro pericolosi per il fatto che essi impiegavano per la respirazione degli apparati di respirazione ad ossigeno. L’idea di sviluppare dei sistemi subacquei, prima filoguidati e poi autonomi, avrebbe quindi ridotto i rischi sia in operazioni di ricognizione che di attacco per i preziosi operatori delle forze speciali.

Il sottomarino d’attacco classe Virginia USS Delaware (SSN 791) effettua le prove in mare nell’Oceano Atlantico. (Foto della Marina degli Stati Uniti per gentile concessione di HII di Ashley Cowan/pubblicata) USS Delaware (SSN-791) transits the Atlantic Ocean during builder’s sea trials in August 2019 – 2.jpg – Wikimedia Commons
Recentemente l’USS Delaware (SSN 791), un moderno sottomarino d’attacco classe Virginia della Marina degli Stati Uniti, ha raggiunto un traguardo importante nello sviluppo di questo tipo di operazioni, conducendo operazioni con un veicolo subacqueo senza equipaggio (UUV) Yellow Moray (REMUS 600) nell’area di responsabilità del Comando Europeo degli Stati Uniti (EUCOM). Questo test è particolarmente significativo in quanto rappresenta il primo caso in cui un sottomarino ha lanciato e recuperato con successo un UUV tramite il suo … tubo lanciasiluri nell’ambito di una missione tattica.
Vediamo i protagonisti
Entrato in servizio nell’aprile 2020, l’USS Delaware è il 18° sottomarino di classe Virginia (una variante Block III). Con una lunghezza di 115 metri, una larghezza di 10,3 metri e un dislocamento di circa 7.800 tonnellate in immersione, il sottomarino è alimentato da un reattore nucleare S9G e da un propulsore a pompa-getto che consente di raggiungere velocità in immersione di oltre 25 nodi. Secondo le fonti aperte questo sottomarino può operare a profondità superiori a 240 metri (oltre 800 piedi). Impiegabile in missioni di sorveglianza oceanica anche per lunghi periodi di tempo, il USS Delaware è armato con 12 tubi di lancio verticali (VLS) per missili da crociera Tomahawk e quattro tubi lanciasiluri da 533 mm in grado di lanciare siluri Mk. 48 ADCAP. La sua suite di sensori avanzata, composta dal sonar AN/BQQ-10 e da un array Large Aperture Bow (LAB), garantisce un rilevamento subacqueo di livello superiore.
Inoltre, il battello è predisposto anche per operazioni speciali, essendo dotato di spazi di carico riconfigurabili e compatibili per il trasporto di mezzi da ricognizione contenuti nel dry deck esterno. Per quanto concerne lo Yellow Moray, un adattamento di un UUV REMUS 600 sviluppato dalla divisione Hydroid di HII, si tratta di un mezzo autonomo sottomarino progettato per missioni di lunga durata e ad alta autonomia (quasi 70 ore, con velocità fino a 5 nodi). Ha un carico utile maggiorato rispetto ai suoi predecessori (REMUS 100 e 300), ed un’autonomia di 286 miglia nautiche. Inoltre, può raggiungere profondità fino a 600 metri (1.968 piedi). L’UUV è lungo 3,25 metri, ha un diametro di 0,32 metri (12,6 pollici) e pesa circa 240 kg. Ma la chiave vincente è la sua architettura modulare che consente l’installazione di una varietà di carichi utili per la missione, come sonar ad apertura sintetica, sonar a scansione laterale, sensori CTD (conduttività, temperatura, profondità), Doppler Velocity Log (DVL) supportati nelle missioni anche da un sistema di navigazione inerziale che consente di operare in modo autonomo in ambienti dove non ci sia la disponibilità di dati GPS e si richieda di dover navigare su rotte complesse sia in acque basse che profonde. Nato per compiti oceanografici, le sue missioni principali includono la mappatura dei fondali marini, la lotta alle mine e agli ordigni navali, la ricognizione idrografica e il monitoraggio delle infrastrutture sottomarine come cavi e pipeline. È inoltre in grado di supportare operazioni covert di intelligence, sorveglianza e ricognizione (ISR) in aree ad alto rischio o interdette. I dati raccolti da sistemi come il Moray Eel possono fornire ai comandanti operativi preziose informazioni ambientali e tattiche, facilitando il processo decisionale in previsione di operazioni in periodi di crisi o di guerra.
La notizia segna quindi una pietra miliare per l’impiego di sistemi autonomi nella dimensione subacquea. Recentemente l’UUV Yellow Moray è stato rilasciato da un sottomarino eseguendo un profilo di missione pre-programmato, dimostrando così la piena fattibilità dell’impiego di sistemi robotici e autonomi rilasciabili da sottomarini. In estrema sintesi, sono state eseguite tre missioni della durata di circa 6-10 ore ciascuna con lo stesso veicolo, convalidando l’affidabilità del sistema e la capacità di eseguire più missioni in maniera totalmente autonoma, ovvero senza la necessità di sommozzatori per il lancio e il recupero del veicolo.

Le foto del UUV Yellow Moray, pubblicate dalla Marina Militare statunitense, mostrano l’UUV caricato a bordo della USS Delaware in un cilindro di acciaio inossidabile, utilizzando le stesse attrezzature di movimentazione impiegate per spostare e stivare i siluri. È previsto un piano per iniziare a “installare queste funzionalità su ogni sottomarino statunitense” – credit USN
Secondo il Comandante delle Forze Sottomarine USN, Vice Ammiraglio Rob Gaucher “Questa capacità ci consente di estendere la nostra portata con sensori aggiuntivi sia a profondità minori che maggiori rispetto a quelle a cui può accedere un sottomarino con equipaggio. Riduce i rischi per il sottomarino, consentendogli di eseguire missioni noiose, sporche e pericolose con gli UUV, e il sistema Yellow Moray riduce i rischi per i nostri sommozzatori, poiché possiamo lanciarli e recuperarli tramite un tubo lanciasiluri“.
La sperimentazione continua e, in un futuro non molto lontano, gli abissi potrebbero essere solcati da grandi sottomarini completamente autonomi, in grado di effettuare missioni diversificate per la sicurezza ed il controllo dei mari.
Andrea Mucedola
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