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livello elementare
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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: STATI UNITI VS RUSSIA VS EUROPA
parole chiave: USA, Russia, Cina, Unione Europea
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Si parla molto dei rapporti diretti tra USA e Russia per raggiungere una stabilizzazione in Ucraina. Si tratta di un’iniziativa unilaterale, apparentemente non concordata con gli alleati e tanto meno con l’UE che dall’invasione russa ha sempre supportato con decisione la difesa dell’Ucraina. Ancora più eclatante la dichiarazione che sarebbero presto iniziati negoziati diretti per porre fine alla guerra in un summit nel prossimo futuro a Riyadh, Arabia Saudita. Di fatto Donald Trump ha sconvolto gli schemi canonici della diplomazia, in controcorrente con le politiche precedenti (tra l’altro da lui sempre avversate), cercando un ravvicinamento a Putin che di fatto spezza l’isolamento diplomatico occidentale che coinvolge anche i Paesi Europei.

la nuova America di Trump, oltre la propaganda – photo credit @Guido Alberto Rossi
Sin dai primi giorni del suo insediamento Donald Trump ha mostrato un atteggiamento di rottura con gli schemi del suo predecessore, inteso a ricucire i danni sociali ed economici delle amministrazioni precedenti. A settembre 2024, il debito nazionale degli Stati Uniti ammontava a 35,4 trilioni di dollari, il più alto mai registrato, senza segni di riduzione causato da una spesa eccessiva cronica. Per avere un’idea, nell’anno fiscale 2024, il governo precedente ha speso in eccesso di circa 1,83 trilioni di dollari rispetto alla sua riscossione delle entrate. Per memoria, dopo la prima parentesi Trump, l’andamento dei prezzi era salito del 18%, cosa inimmaginabile negli Stati Uniti. Trump è un uomo d’affari prima ancora di essere un politico e guarda al profitto per il suo Paese che non può continuare a sostenere un debito così alto.

l’andamento del debito federale statunitense. Notare l’impennata nel periodo del COVID – Fonte
Federal Debt: Total Public Debt (GFDEBTN) | FRED | St. Louis Fed
Guardando l’andamento dell’inflazione americana – nel senso di tasso d’inflazione, cioè la differenza tra i prezzi rispetto a quelli dell’anno precedente – il periodo Trump era stato abbastanza stabile, a parte un periodo di recessione in cui scese e la pandemia nella parte terminale della sua presidenza, ma con l’arrivo di Biden l’inflazione salì fino 9,1% per poi riscendere lentamente con l’arrivo dell’attuale presidente. Effetto taumaturgico o no, basta viaggiare negli Stati Uniti in questo periodo per domandarsi cosa è successo del sogno americano. Non c’è quindi da meravigliarsi se Trump stia cercando di consolidare, con scelte dure ed impopolari in campo economico – ma anche militare – , quanto promesso in campagna elettorale.

elaborazione da https://tg24.sky.it/economia/2024/03/08/economia-usa
Quello che colpisce l’opinione pubblica europea è l’apparentemente nuova posizione statunitense nei confronti della NATO. In realtà, per chi ha vissuto i primi dieci anni di questo millennio nei corridoi del Quartier Generale di Bruxelles, non appare niente di nuovo ma piuttosto della ricerca di una maggiore incisività nelle decisioni della difesa collettiva. Già dagli ultimi Summit del secolo scorso, gli Stati Uniti avevano sollevato il problema della riduzione del peso finanziario a loro carico degli Stati inerenti gli armamenti, chiedendo una ridistribuzione più equa delle spese militari su tutti i Paesi membri. Il rientro della Francia nell’Alleanza avrebbe dovuto facilitare il processo ma di fatto provocò non pochi momenti imbarazzanti. Va compreso che la risuddivisione delle spese avrebbe garantito agli Stati Uniti due vantaggi: una riduzione dei costi della Difesa (ormai insostenibili, in particolare per il mantenimento in efficienza della componente nucleare) e la vendita preferenziale di armi ad alta tecnologia agli Alleati. Di fatto, la situazione peggiorò causando, all’interno dell’Alleanza, innumerevoli discussioni su come affrontare il problema a fronte della crisi economica globale aggravata durante il COVID. Ricordo che anche dall’Unione Europea, dalla quale si aspettava una certa coesione di intenti, arrivarono alla NATO delusioni cocenti: in parole semplici gli staff militari della UE, tra l’altro in gran parte membri della NATO, non riuscivano a trovare una quadra con i propri colleghi dell’Alleanza. Un problema ovviamente non operativo (la loro formazione militare era simile) ma politico che si sta rivelando nella sua drammaticità in questo momento. Non c’è quindi da meravigliarsi se gli Stati Uniti, attanagliati da non poche situazioni interne, si siano ritrovati arrovellati tra questioni di lana caprina su aspetti sociali mentre il mondo si avvicinava sempre più ad una situazione di scontro, non di civiltà ma di potere per accaparrarsi le risorse strategiche necessarie per il III millennio. Nel frattempo la Cina, silenziosamente, si è già impadronita di una gran parte dell’Africa mettendo a segno, uno dopo l’altro tutti i suoi obiettivi strategici. Altri Paesi emergenti, seppur riuniti in una coalizione di intenti fragile come iBRICS, hanno messo i loro paletti, sottolineando che comunque le priorità restano focalizzate sugli interessi nazionali. A loro vantaggio le politiche democratiche statunitensi che non avevano portato vantaggi significativi nella classe media, contribuendo all’indebolimento dell’efficienza dello strumento militare statunitense. Questa situazione ha in parte favorito la vittoria, seppur di misura, dell’intemperante Trump.
Vediamo ora l’analisi della situazione: Trump sta tirando diritto per accontentare i suoi elettori con azioni coerenti al suo programma elettorale; può non piacere per i suoi modi, quella carot and stick strategy che lascia molto perplessi i suoi interlocutori, ma vanno visti nel contesto statunitense; Trump rappresenta perfettamente una parte dell’America che vede come priorità i propri bisogni ed è stanca di vedere risorse “sprecate” in campagne sociali dai risultati incerti. In merito all’Ucraina, al di là dei brainstorming nei vari salotti televisivi o mediatici, quello prospettato dallo staff presidenziale è abbastanza chiaro: opposizione all’ingresso di Kiev nella NATO, un nulla contro che i territori occupati da Putin possano restare alla Russia, e nessun intervento diretto delle truppe americane in difesa dell’Ucraina. Sebbene le posizioni appaiano chiare ed in contrasto con il diritto consuetudinario internazionale, di fatto legittimando la legge del più forte, si pone un interessante dilemma: quale dovrebbe essere il comportamento americano in caso di invasione di Taiwan da parte della Cina popolare? Di fatto una simile decisione metterebbe in crisi il rapporto di fiducia reciproca nel mondo occidentale, che ha sempre visto nel ruolo degli Stati Uniti la via per contrapporsi a tutti i totalitarismi, in ultimo quello sovietico. In un simile contesto diventa ancora più evidente l’assenza di una figura diplomatica del calibro di Kissinger che, campione della realpolitik, pur sottolineando che “Non si fanno le guerre per il beneficio dell’umanità, ma per interessi nazionali“, di fatto sosteneva che “La debolezza ha sempre rappresentato una tentazione ad usare la forza.“. Se la prima è indiscutibile, la seconda mostra come l’uso della forza, con operazioni speciali o interventi di pacificazione, sia il fallimento della diplomazia.

Al di là dei modi, la domanda che noi Europei ci potremmo porre è legata alla sicurezza del vecchio continente nel prossimo futuro. La nostra sicurezza si basa principalmente su un’Alleanza transatlantica che, all’articolo 5, sancisce la mutua difesa. Una posizione di riconoscimento in tal senso metterebbe in crisi gli equilibri attuali che si basano su accordi di mutuo supporto e condivisione delle forze, inclusa l’approvazione di un livello di ambizione che stabilisce la consistenza delle forze assegnate. Concetti che prevedono una rivisitazione periodica delle decisioni, democraticamente prese in consessi in cui ogni Paese membro può porre il veto. In estrema sintesi, una posizione di disimpegno americano potrebbe comportare un immobilismo politico-militare, lo stesso fattore che di fatto non ha consentito lo sviluppo delle politiche militari dell’Unione Europea. Potremmo dire che la NATO ha bisogno degli Stati Uniti quanto loro hanno bisogno di noi.

L’America ha bisogno degli Alleati europei e l’Europa degli Stati Uniti. Bisogna sedersi intorno ad un tavolo e capirsi, abbaiare non serve a nulla – photo credit @Guido Alberto Rossi
Cosa sta succedendo a livello mondiale?
Per comprendere l’importanza della cooperazione euro-atlantica bisogna fare un passo indietro; non si tratta solo della lotta per le risorse, già prevista alla fine del secolo scorso e purtroppo favorita dalla globalizzazione, ma dall’incapacità a mettere frutto un sistema Europa competitivo a livello globale ed in grado di proporsi come esempio di funzionalità ed efficacia per contrastare gli appetiti di Stati le cui radici culturali e di pensiero sono totalmente diverse da quelle europee. L’argomento è complesso e ovviamente discutibile; ci stiamo avvicinando ad uno scontro di civiltà che richiama il pensiero di Huntington e che trova spazio dalle politiche neocapitalistiche del dopoguerra basate su un novus ordo oeconomicus in cui l’onnipotenza del mercato avrebbe sostituito le società precedenti, distruggendo valori etici e morali e creando un pensiero unico basato sul politically correct, corrotto da bias sociali nei quali la verità, un’interpretazione già da sé non sempre univoca, veniva sostituita dall’utilità e dal successo economico. Ne derivò un impoverimento culturale degli individui sempre più “guidati” attraverso una visione tecnocratica da lobby transnazionali che, attraverso i mezzi di comunicazione, monopolizzarono il pensiero comune, offrendo in cambio la soddisfazione dei bisogni primari. Interessante il caso degli Stati Uniti dove le politiche basate su valori di uguaglianza della Rivoluzione francese si trasformarono dalle teorie di Adam Smith, che in qualche maniera assimilavano l’ordine economico all’ordine morale, al nuovo ordine mondiale di Bush. In realtà, con la caduta dei totalitarismi del secolo scorso, si sarebbe aspettata una crescita equilibrata dove le grandi potenzialità offerte dallo sviluppo tecnologico avrebbe fornito nuove prospettive, ma questo non avvenne. Di fatto la storia ce lo insegna; il buono e il giusto delle cose non sempre coincidono con l’ideale che dovrebbe guidare i desideri collettivi. Il mito del self made man, del successo facile, dell’individualismo condussero ad un mondo che ci ricorda i timori di Tocqueville, che prevedeva che anche in una società democratica un aumento dell’individualismo avrebbe indebolito la coesione sociale inducendo l’individuo, sempre meno educato, ad adeguarsi alla volontà della maggioranza. Nell’ultimo dopoguerra si assistette alla nascita di un potere, che potremmo definire transnazionale, in cui i bisogni primari dei cittadini venivano assicurati mantenendo i singoli in uno stato adolescenziale, in cui il panem et circenses rendeva poco attraente la necessità di pensare. In un tale contesto prese forza il globalismo che, portando in secondo piano ogni forma umanistica, favorì l’apparire e non l’essere. Questo comportò che tutto ciò che non aveva un’utilità immediata fosse ritenuto non necessario, di fatto vendendo l’illusione di poter soddisfare ogni desiderio come libertà individuale. Di fatto il “there is no alternative” thatcheriano, anche nel cuore dell’Europa (all’epoca la Gran Bretagna ne faceva parte), favorì nel ceto medio una certa rassegnazione: non c’era speranza di redenzione ed il mondo stava ormai correndo verso un baratro inevitabile (ricordate il filone dei film apocalittici del secolo scorso, dove il machismo veniva esaltato a fronte dei valori umani). Il distacco dalla politica attiva di molti portò ad un indebolimento anche nei rapporti umani. Fattore che, grazie ad una maggiore condivisione dell’informazione, mostrò la debolezza della società occidentale alle altre civiltà. In estrema sintesi, in molti Paesi occidentali iniziò un processo di decadentismo dove valori universali come la cultura, il rispetto, le identità sociali, che per secoli avevano rappresentato la volontà dell’Uomo di ricercare una via comune e condivisibile, si annichilirono, trasformando le società in un insieme di individualità appiattite, intrappolate in una rete dove la “verità” era quella imposta da chi aveva – ed ha – il controllo delle comunicazioni. Nell’America del XX-XXI secolo, e a caduta nel mondo globalizzato, si attua ciò che viene descritto da Ercolani: “Con l’evoluzione della «società dello spettacolo» sta maturando il passaggio da una forma di dominio sui corpi a una sulle menti. L’individuo, sotto attacco nella sua sfera intellettiva, rischia di perdere la capacità di agire consapevolmente e di essere soggetto della storia.“. L’ignoranza dilaga a favore dell’apparenza e a sfavore dell’essere per cui diventa sempre più facile imporre verità, nel caso giustificate dall’intelligenza artificiale. Non stupiamoci quindi che, in questo complesso III millennio, anche le regole consuetudinarie del diritto, faticosamente accettate nei secoli, sembrano essere tornate in discussione e il fenomeno Trump è un esempio calzante. Poco importa quindi la violazione della sovranità di un Paese, se è possibile giustificarla con una apparente realpolitik.

Donald Trump e la rottura degli schemi
In questo scenario, Trump ha sorpreso tutti con la sua apertura verso Putin, una scelta che fa discutere e spaventa i Paesi ex sovietici membri della NATO; analogamente mostra uno scarso se non marginale interesse verso l’Europa, un insieme di Paesi disuniti per i quali non mostra aver grande riguardo. Tuttavia la sua posizione non è una novità: già alla fine del secolo scorso gli Stati Uniti avevano richiamato gli Alleati ad una maggior assunzione di responsabilità. Se la NATO può incominciare a riflettere sul recente passato, ancor più deve farlo l’Europa che non ha mai provato seriamente a creare una sua struttura difensiva. Ora i Paesi dell’UE e, vogliamo inserire, anche il Regno Unito, dovranno trovare una soluzione per assicurare che questa frammentata unione possa mettersi in grado di difendersi non solo dal revanscismo russo ma anche dalle minacce provenienti dalla regione nord africana. Nel primo caso le armi economiche non mancherebbero, avendo di fatto congelato i beni russi, ma andrebbero sciolti molti nodi interni; innanzitutto andrebbero appianate le tendenze “da prima donna” di alcuni, stabilendo regole approvate da tutti sul livello di ambizione che si vuole ottenere, armonizzando le necessità energetiche, ricostruendo le politiche con i Paesi della sponda sud del Mediterraneo – al di fuori degli interessi nazionali-, riducendo le aree di instabilità e frizione e, non ultimo, mantenendo il controllo dei mari, grande ricchezza per tutti. Queste azioni potrebbero garantire ad un Unione Europea allargata (con la presenza del Regno Unito) una possibilità di sopravvivenza. Rimane quindi aperta la problematica dell’Ucraina; la necessità di un accordo di una pace duratura è ormai non più demandabile ma per essere reale deve esserci una volontà comune.

fotogramma dello scontro tra il Presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky e il U.S. President Donald Trump. Più che di un dialogo diplomatico, lo scontro verbale è andato oltre i limiti della diplomazia. Ukraine President Volodymyr Zelensky U.S. President Donald Trump Clash During Meeting.png – Wikimedia Commons
Secondo le logiche del Diritto internazionale, l’Ucraina non può essere tagliata fuori dai negoziati, e tanto meno l’Unione Europea, se non altro per l’impegno profuso fino ad oggi. Le previsioni catastrofiche a seguito di ipotesi basate sul “e se …” aggiungono solo entropia in una situazione già da sé complessa. Prima di tutto sarebbe necessario comprendere fino a dove Trump vuole andare: basti pensare agli ultimi colloqui con il leader ucraino Zelensky, riprese dalle televisioni di tutto il mondo, che mi hanno ricordato le riunioni di un condominio dove i proprietari si accapigliano per il posto auto. Al di là dell’increscioso episodio (alla NATO si definirebbe dramatic but not serious), voglio fare una mia considerazione: sebbene sia ormai chiaro l’obiettivo di Trump, il Presidente statunitense ha ancora bisogno dell’Europa e della NATO; le sue posizioni estreme non facilitano certo le relazioni euro atlantiche. Il suo obiettivo strategico sembrerebbe essere quello di ricucire le ferite con Putin, restituendogli una dignità internazionale, non tanto per condivisione di idee ma per pura opportunità politica; di fatto gli Stati Uniti non possono permettersi che la Russia si schieri a favore della Cina, il vero avversario economico del III millennio, con cui Mosca ha già un rapporto di collaborazione tecnico-militare tutt’altro che limitato. Per quanto concerne l’Europa, Trump non pare avere molto interesse, considerandola un insieme di Paesi che nel tempo si sono in qualche modo approfittati del sostegno americano, citando le differenze già esistenti tutt’altro trascurabili sui dazi che sono a favore dell’Europa. Come sempre, lascio agli economisti le loro valutazioni, ricordando però che l’economia è il mezzo ma l’obiettivo è quello di cambiare il cuore e l’anima (Margaret Thatcher). Non ultimo un cenno alla big stick policy citata da Trump. Fa parte del personaggio che ci ha abituato negli anni a queste parole grosse, al limite se non oltre il politically correct. In realtà, ancora una volta, una riassicurazione; Trump non ha inventato nulla; “Parla piano e porta un grosso bastone“, è una frase attribuita all’ex presidente degli Stati Uniti Theodore Roosevelt. Nel caso di Trump potremmo azzardarci ad un più nazionale “can che abbaia non morde”. Donald Trump parla a voce alta, senza tener conto che lo stesso mondo economico che lo sostiene potrebbe non gradire un cambiamento di policy che necessiterebbe una costosa presenza militare dominante in tutto il mondo; un costo enorme certo non gestibile dall’economia americana che aveva, ripeto sin dall’ultimo decennio del secolo scorso, fatto comprendere la necessità di distribuire le spese militari, sostenute dagli Stati Uniti per decenni per proteggere gli alleati europei. Questo a meno di trovare una quadra con la Russia e con le altre superpotenze con rapporti bilaterali che appaiono essere poco percorribili.
Cosa possiamo fare?
Dopo aver letto questa lunga dissertazione molti si potranno domandare cosa può fare questa ancora debole Europa chiamata, ancora una volta, a prendersi le sue responsabilità. Credendo nello spirito l’Atlantico, ritengo che tutti i Paesi europei debbano tornare a ricordarsi i valori fondanti che hanno fatto grande il nostro continente. È il momento che l’Europa si risvegli, togliendosi da addosso i panni dei mantenuti privilegiati; abbiamo divergenze culturali ma abbiamo dalla nostra secoli di cultura e crescita comune. L’Unione Europea deve rialzarsi e trovare una soluzione pragmatica con gli Stati Uniti; in questo frangente l’Italia potrebbe giocare un ruolo chiave nel favorire un nuovo equilibrio internazionale, avendo dimostrato in questi ultimi anni una nuova maturità politica con una visione maggiore ad altri Paesi. Per poterlo fare però deve avere una comunità di intenti con tutti gli Alleati, e guardare oltre l’orizzonte. Ci vuole pragmatismo e onestà intellettuale in questa nuova partita a scacchi che dobbiamo vincere per non scomparire.
Andrea Mucedola
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