Theory of the Arc of Crisis: Geopolitics and Geostrategy di Tiberio Graziani – parte 2

Redazione OCEAN4FUTURE

21 Febbraio 2024
tempo di lettura: 6 minuti

 

livello medio

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ARGOMENTO: GEOPOLITICA
PERIODO: XXI SECOLO
AREA: ANALISI
Parole chiave: Archi di crisi, Scontro di civiltà, Ucraina, Striscia di Gaza

 

Dalla guerra arabo-israeliana al conflitto Israele-Hamas
La guerra in corso tra la Striscia di Gaza e lo Stato di Israele, iniziata il 7 ottobre di quest’anno con l’operazione Al-Aqsa Flood, voluta e organizzata da Hamas, alla quale Israele ha prontamente reagito attuando una risposta sproporzionata con l’operazione Iron Swords, è un episodio del più ampio conflitto arabo-israeliano iniziato nel lontano 1948. Costituisce la terza fase dello scontro diretto tra Israele e Gaza. Segue cioè le operazioni Piombo Fuso e Margine Protettivo, lanciate da Israele contro Gaza rispettivamente nel 2008 e nel 2014.

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un miliziano di Hamas irrompe sparando in un kibbutz nel sud di Israele, 2023 Hamas gunmen storming kibbutz in southern Israel – 2023ko Israel-Palestina guerra – Wikipedia, entziklopedia askea.

È utile ripercorrere rapidamente il percorso storico di questo lungo conflitto, di cui l’attuale guerra costituisce una parte significativa, per alcuni elementi che la distinguono dagli episodi precedenti: l’asimmetria dei contendenti, l’impressionante quantità di vittime, per lo più bambini, la passività della cosiddetta comunità internazionale e dei paesi arabi, l’ibridazione tra guerra religiosa e liberazione nazionale, la strategia dell’Asse di resistenza sponsorizzata dall’Iran. Le tre guerre del 1948, 1967 e 1973 sono conflitti tra le coalizioni arabe e Israele. Sono guerre che esprimono la volontà di alcune nazioni arabe di risolvere la questione del popolo palestinese, attraverso uno scontro militare, in seguito alla proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 da parte delle autorità sioniste in Palestina. Per certi versi queste guerre arabo-israeliane sono figlie della Thawra Filasṭīn (Rivoluzione Palestinese), la grande rivolta degli arabi palestinesi, durata circa tre anni, dal 1936 al 1939, contro la politica degli insediamenti ebraici, consentita dai seguaci inglesi la Dichiarazione Balfour del 1917.

La politica insediativa aveva visto la popolazione ebraica passare da 80.000 a circa 360.000 unità nell’arco di soli 18 anni, creando un notevole sconvolgimento demografico e socioeconomico a scapito delle popolazioni autoctone. La Palestina, dopo la sconfitta dell’Impero Ottomano e la sua dissoluzione, fu governata dal 1920 al 1948 dagli inglesi (Palestina Mandatoria) e si estendeva su un territorio di circa 28.000 chilometri quadrati. In seguito alla spartizione del 1947, alla nascita dello Stato israeliano e agli esiti delle tre guerre arabo-israeliane (’48, ’67, ’73), il territorio di quella che era la Palestina sotto mandato britannico è oggi diviso tra Israele (20.770 km2) e lo Stato di Palestina (6.020 km2) che comprende la Cisgiordania (5.655 kmq) e l’ex chiave della Striscia di Gaza (365 kmq). Dopo i deludenti risultati delle tre guerre arabo-israeliane sopra menzionate, le coalizioni arabe, per vari motivi, si sono sgretolate e la popolazione palestinese è stata, per così dire, abbandonata al proprio destino. Infatti, l’Egitto e la Giordania hanno raggiunto un accordo con Israele e hanno firmato trattati di pace con lo Stato ebraico rispettivamente nel 1979 e nel 1994. Mentre Siria, Libano e Iraq non hanno riconosciuto lo Stato di Israele e hanno continuato a sostenere la causa palestinese.

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Fumo e fiamme si espandono dopo che le forze israeliane hanno colpito un grattacielo a Gaza City, il 7 ottobre 2023 – Damage in Gaza Strip during the October 2023.jpg – Wikimedia Commons

Dalla guerra dello Yom Kippur (1973) in poi, la resistenza palestinese si espresse in modi asimmetrici e con azioni sporadiche, i cui episodi più rilevanti furono le lunghe e sanguinose rivolte passate alla storia come intifada: la prima intifada o intifada delle pietre, iniziata l’8 dicembre 1987 si concluderà circa sei anni dopo, il 13 luglio 1993 e la seconda intifada o intifada di Al-Aqsa, iniziata nel 2000 e terminata nel 2005.  È proprio con le Intifada, in particolare quella del 1987, che la resistenza palestinese più radicale inizierà ad opporsi allo Stato israeliano non solo nel contesto di una lotta di liberazione nazionale, ma anche in termini di guerra religiosa. È proprio il caso dell’organizzazione islamista di ispirazione sunnita Hamas, nata durante la prima intifada e riuscita, a partire dalla seconda metà del 2007, a controllare la Striscia di Gaza. Questo è anche il caso dell’organizzazione islamista libanese di ispirazione sciita Hezbollah. Il passaggio dal modello tradizionale delle lotte di liberazione nazionale, basato sul principio di autodeterminazione dei popoli, che ottenne un chiaro successo nell’indipendenza di Algeria e Tunisia e costituì un punto di riferimento teorico per l’OLP alla pratica della “guerra santa”, è dovuto a diversi fattori.

Tra questi è importante evidenziare la crescente influenza dell’Iran, soprattutto dopo la conclusione della guerra con l’Iraq, e dei Fratelli Musulmani nelle organizzazioni politiche palestinesi. Se fino al 1973 la lotta per la creazione di uno Stato palestinese coinvolgeva attori statali, cioè i principali stati della regione (Egitto, Giordania, Siria, Libano), oggi coinvolge soprattutto organizzazioni radicali, ideologicamente motivate, che partecipano all’Asse della Resistenza, il cui obiettivo non è solo la liberazione della Palestina, ma la lotta totale contro Israele e le influenze politiche degli Stati Uniti e dello stesso Israele nella regione del Vicino e Medio Oriente. La forte disparità di forze e di sostegno internazionale tra Israele – che gode, ricordiamolo, dell’appoggio degli USA e dell’intero Occidente – e la Striscia di Gaza che gode di un appoggio regionale, tanto radicale quanto frammentato, ripropone tragicamente il quadro biblico lotta tra il gigante Golia e Davide.

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US Navy carrier, lancio di aerei durante la crisi siriana – US NAVY

Le due guerre in corso e la transizione uni-multipolare
Le due guerre attualmente in corso costituiscono due focolai di crisi localizzati in specifiche regioni della massa eurasiatica capaci di riscrivere gli assetti geopolitici globali. La destabilizzazione prolungata di tali aree, insieme a potenziali focolai in altre parti del continente eurasiatico, come nell’Indo-Pacifico o nell’Asia centrale, potrebbe contribuire a una complessa transizione dall’ordine unipolare dominato dagli Stati Uniti ad un mondo più equilibrato, orientato verso contenere la concorrenza tra le nazioni e promuovere la cooperazione internazionale. La crisi russo-ucraina rappresenta un primo fattore che aggrava la frattura tra l’Europa continentale e centro-orientale e la Federazione Russa. Di fatto, nel tempo, allontana le possibilità di collaborazione tra la Russia, ricca di risorse energetiche, e i Paesi europei, altamente industrializzati ma dipendenti dall’energia. Ritarda inoltre la necessità di sviluppare un’architettura di sicurezza condivisa. I principali beneficiari di questa potenziale divisione duratura tra Europa e Federazione Russa sembrano essere gli Stati Uniti, sia dal punto di vista geopolitico che geostrategico. Il focolaio di crisi, mai sopito e recentemente riacceso in Palestina, costituisce un secondo fattore che nel lungo periodo interviene a complicare la transizione da un ordine unipolare a uno multipolare, anche a causa dell’attuale equidistanza di attori globali come Russia, Cina e India. Ipoteticamente, se da un lato un atteggiamento pro-Gaza di questi tre Paesi e del Sud del mondo potrebbe accelerare il processo di transizione, dall’altro potrebbe aumentare il rischio di un conflitto generalizzato se non addirittura innescarlo con conseguenze imprevedibili, coinvolgendo indirettamente potenze regionali del cosiddetto Sud del mondo, come l’Iran, la Siria e per certi aspetti anche la Turchia di Erdogan (ultimamente divergente dalle indicazioni dell’Occidente a guida Usa), lo scoppio dell’attuale crisi israelo-palestinese ostacolerebbe la capacità di questi paesi di procedere attivamente verso la costruzione di un nuovo sistema multipolare o policentrico.

Inoltre, il perdurare di questa situazione critica e fortemente sbilanciata a favore di Israele fornirebbe agli Stati Uniti l’opportunità di utilizzare Israele come forza stabilizzatrice armata (e nucleare) nella regione del Vicino e Medio Oriente. Israele si porrebbe quindi come pilastro necessario – in sinergia con la Turchia o in alternativa ad Ankara qualora quest’ultima continuasse nella sua eccentricità rispetto all’Alleanza Atlantica – della politica nordamericana nel Mediterraneo orientale e nella regione mediorientale.

Ancora una volta, tra gli attori globali, il principale beneficiario geopolitico sembra essere la potenza d’oltremare. Come evidenziato, l’applicazione del modello dell’arco di crisi per comprendere le guerre attuali ci consente di analizzarle nel contesto della transizione dall’ordine unipolare a quello generalmente multipolare. Si sottolinea inoltre la necessità che la potenza in declino, gli Stati Uniti – visibilmente in crisi per la perdita del ruolo egemonico finora svolto, a causa di nuovi attori come Cina e India – adotti una strategia generalizzata per favorire aree di tensione (geopolitica del caos) nella massa eurasiatica. Questo scenario si estenderebbe prevedibilmente anche all’Africa per contrastare le influenze russe e cinesi, con l’obiettivo di ostacolare se non indebolire coloro che stanno dando forma al nuovo ordine mondiale.

In conclusione, il modello del focolaio di crisi aiuta a comprendere la transizione da [un ordine] unipolare a multipolare, ancora in via di definizione. In questa prospettiva, i “centri di crisi” appaiono funzionali alla strategia statunitense di rallentamento della transizione in corso verso un sistema multipolare e finalizzata a prolungare l’egemonia unipolare di Washington.

Tiberio Graziani

Libera traduzione da Theory of the Arc of Crisis: Geopolitics and Geostrategy di Tiberio Graziani  – Fonte 
VISION & GLOBAL TRENDS (“SOCIETÀ ITALIANA DI GEOPOLITICA” PROJECT)

 

in anteprima, task Force della marina americana. Riusciranno gli Stati Uniti a mantenere il dominio del mare?
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